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Archive for agosto 2010

Una faccia, una razza

30 agosto 2010 5 commenti

Gli italiani sul web, nei treni e nei bar stanno scatenando la loro ironia da rientro al lavoro sul pittoresco colonnello Gheddafi, e sul suo mentore italiano Silvio Berlusconi. Scortato dalle sue Amazzoni, il dittatore libico sbarca con trenta cavalli e il solito tendone, e parte col circo mediatico: ingaggia centinaia di ragazze a cui regala il Corano, e lancia proclami sull’Islam religione d’Europa. E i paladini della cultura cristiana si scatenano. Che occasione straordinaria per dimostare che ci sono anche loro..

Insomma, qui sembra quasi che la questione sia una guerra di religione. Tempi oscuri, e tristi per la laicità dello Stato.
In realtà Gheddafi sta all’Islam come Berlusconi al Cristianesimo, e i due personaggi sono assolutamente simili. Una faccia, una razza. Sembrano macchiette, ma sono due cinici e spregiudicati uomini d’affari, che vanno al sodo. La religione la sbandierano quando serve, e come strumento per ricompattare le fila dei loro adepti.

Gheddafi e la Libia controllano il 5% di Unicredit, per fare solo un esempio, e esistono talmente tanti e tali interessi intrecciati tra i due paesi da far sentire il Colonnello un po’ padrone di Roma. E probabilmente è così. Quindi tocca becccarcelo com’è, sorriderci sopra e pensare, semmai, con un po’ di rimpianto alla politica “filo mediorientale” di Craxi e Andreotti: mediamente efficace, senza mai dover far ricorso ad un circo di cavalli e ragazze pon pon. Ma in fondo è anche questo uno specchio dei tempi.

E. G.

Categorie:Politica

Solidarietà e diritti

29 agosto 2010 1 commento

La vicenda della piccola Giulia, alessandrina di 14 mesi che per riuscire a vedere dovrà sottoporsi ad un costoso intervento chirurgico negli Stati Uniti, sta in questi giorni facendo emergere un aspetto positivo, che è bello sottolineare, della nostra comunità. In pochi giorni, grazie ad una campagna mediatica e ad una sottoscrizione lanciata dal quotidiano La Stampa, la cifra necessaria per viaggio e intervento è stata sostanzialmente raggiunta, grazie al contributo di tante persone, molte delle quali hanno preferito restare anonime. Anime generose senza neanche un pizzico di vanità, il che merita un plauso doppio. Chi ha dato 50 euro, chi addirittura 10 mila, riferiscono le cronache.

La piccola Giulia è nata prematura, ed è rimasta troppo a lungo nell’incubatrice, riportando una grave anomalia agli occhi, che sostanzialmente la rende, ad oggi, completamente cieca. Più volte abbiamo parlato di sanità, sottolineando che le prestazioni di quella alessandrina sono mediamente soddisfacenti, se rapportate al resto del paese quantomeno. Dal sud, poi, arrivano quotidianamente storie che stanno a metà tra l’inefficienza e il ricatto, per cui al confronto siamo veramente un’isola quasi felice.

Però in casi come questi (incidentalmente alessandrino, ma potrebbe essere ovunque) mi chiedo se non dovrebbe essere il sistema sanitario nazionale, o meglio regionale, a mettere a disposizione un fondo, o delle convenzioni internazionali, per consentire il ricorso a soluzioni di cura esistenti, ma non disponibili in Italia.

La solidarietà privata è strumento straordinario, a cui però una famiglia con una grave emergenza di salute, in un paese davvero civile, non dovrebbe avere la necessità di ricorrere. Un’ultima spiaggia, non la soluzione naturale.

Del resto circa il 70% dei bilanci delle Regioni va in Sanità: sono certo che, razionalizzandoli (non riducendoli, attenzione) e eliminando gli sprechi e la dispersione di risorse, il sistema sanitario piemontese potrebbe tranquillamente permettersi di far curare anche all’estero una bambina di 14 mesi con una grave malformazione, senza dire alla famiglia: “arrangiati e buona fortuna”.

E. G.

Categorie:In primo piano

Il superstite (24)

29 agosto 2010 Commenti disabilitati

di Danilo Arona

Sia chiaro, quella di oggi è una replica a grande richiesta. Pubblicata più di una volta su carta, mi viene sollecitata da tempo soprattutto da chi ancora abita nella zona incriminata. Tra poche righe capirete.

Allora, ai primi di gennaio dell’ormai lontanissimo 1973, il mio grande amico e impresario Walter Olivero mi telefona: “C’è un bel servizio da fare a Colleretto Giacosa”. La mia successiva domanda è di quelle toste: “Mai sentito. Dove si trova?” Walter è lapidario: “In provincia di Torino. In ogni caso vendono le cartine geografiche”.

Già, anche se ci troviamo a un quarto di secolo fa, ci manca più solo che gli impresari si preoccupino di quanto siano imbranati i loro orchestrali. Comunque né io né i membri de “Il pozzo e il pendolo” (il mio gruppo del momento, Marco, l’Ombra e Olimpio) ci scoraggiamo per così poco. Si compra una cartina. Così, nelle primissime ore pomeridiane di domenica 7 gennaio (c’è la nebbia più fitta del secolo con la temperatura a meno dieci), siamo in pista con uno sgangheratissimo furgone Wolkswagen, al solito affittato dal mitico Mignone, e la mia cinquecento bianca, affettuosamente soprannominata “il razzo monferrino”.

Partendo alle due, riusciremo a trovare in un muro di nebbia e di silenzio l’oscuro paese (che oggi conta più di 600 abitanti) verso le sei del pomeriggio, quando ormai la tenebra è scesa da un pezzo a complicare di più la vita.

In Colleretto Giacosa inizia la caccia del locale. Immaginiamo una SOMS, una sala parrocchiale, un cinema dismesso. Quando finalmente scorgo la luce di un bar, mi fiondo all’interno e chiedo al proprietario dove si suona. Lui, molto gentile, mi indica la piazza del paese a poche decine di metri con la chiesa sulla destra. M’immagino con raccapriccio una saletta parrocchiale con suore, perpetue e marmocchi assatanati, il pubblico ideale per un gruppo la cui sigla d’apertura è “Smoke on the Water” dei Deep Purple. Percorriamo così gli ultimi metri e, giunti davanti alla piazza, il poco sangue ancora in circolo ci si agghiaccia ulteriormente. Davanti a noi troneggia, nel suo felliniano e deprimente fulgore, la forma vagamente ufoidale di un coloratissimo ballo a palchetto.
“Stiamo scherzando!”, ulula qualcuno alle mie spalle. “Saremo a meno quindici!”

Scendiamo ed entriamo. Ciò che vediamo non lascia dubbi. Due addetti stanno preparando tavolini con mazzolini di fiori finti e cartellini con scritto: “Prenotato”. Un paio di stufette elettriche pompano una miserrima quantità di aria calda verso il palco. Mi vien male. I miei colleghi sono impietriti. L’unico imperturbabile è l’Ombra, ma per lui trattasi di fatto genetico. Di solito non parla. Né le sorprese della vita paiono scalfirlo.

Gli addetti ai tavolini sono muscolosi e allegri. “Ah, non vi preoccupate”, bofonchia uno dai lineamenti ariani, percependo l’intensa espressione drammatica dei nostri volti. “Ci sarà tanta di quella gente che sarete costretti a staccare le stufe”. La situazione è chiara. E iniziamo, in quel clima polare (con la nebbia che entra persino sotto il palchetto), a montare gli strumenti e a preparare il palco per la festa. Alle otto finiamo e andiamo a spararci un panino al bar. Alle otto e venti arriva di corsa l’ariano trafelato: “Ragazzi, sbrigatevi, che alle otto e mezza s’inizia!” Ulteriore mazzata. Ma chi verrà a ballare alle otto e mezza, con quindici gradi sotto zero, in quel posto da lupi?

Ingolliamo il panino e ci dirigiamo di nuovo verso il palchetto. La nebbia è fittissima e noi sembriamo quattro dispersi della campagna di Russia, con sciarponi, purilli e supporti lanosi per coprire le orecchie. Saliamo sul palco. A nessuno viene in mente di spogliarsi per suonare. Anzi, prendo il guanto sinistro e con le forbici taglio via con un sol colpo la lana che calza le dita. Il guanto destro lo posso tenere intatto. Ho trovato così il modo per suonare senza rinunciare alla protezione dei guanti.

Alle otto e trenta attacchiamo la sigla. Come sente il riff della chitarra distorta, l’ariano si precipita verso il palco e urla: “Per carità, fate del ballo liscio, se no vi suonano come delle campane”. Capiamo l’antifona e iniziamo l’immortale “Chi gettò la luna nel Rio”. In men che non si dica, qualcosa come duemila (avete letto bene, duemila) persone accalcano inverosimilmente lo spazio del ballo tenda e oltre. E’ tutto un valzer, una polca, un tango, un paso doble. Non c’è storia per una canzonetta normale e neppure per qualche lento in lingua anglosassone. A Colleretto Giacosa trovano trasgressivo Mino Reitano.

Nonostante la folla, la temperatura resta sempre a meno quindici. E di staccare le stufette proprio non si parla. Ma loro ballano come forsennati e tracannano grappa come se ci trovassimo in un dirupo friulano. Come giungiamo a fine di serata (più o meno intorno alle due), è un mistero ancora oggi. Ma non abbiamo delle belle cere. Tossiamo, starnutiamo e qualcuno si tocca la fronte perché teme di avere la febbre. La gente lentamente se ne va. Noi smontiamo in fretta, ansiosi di porre fine a quell’incubo a occhi aperti.

Il giorno dopo due del gruppo si ammalano gravemente. Uno ci lascerà tristemente le penne. Secondo me, il suo calvario è iniziato lì.

Poi, influenzato, racconto tutto a Walter, che non ci crede. Da trentasette anni a questa parte, gli ripropongo di tanto in tanto la serata di Colleretto. Lui ride come un matto, ma sotto sotto è ancora convinto che io mi sia inventato tutto. 

Adesso, dopo parecchie puntate, si può anche apprezzare il titolo di questa rubrica…

Categorie:Editoriali

Italia ingrata

27 agosto 2010 10 commenti

Ma secondo voi quanti operai c’erano a Rimini, al Meeting di Comunione e Liberazione, a stipulare con Marchionne (nella foto) il nuovo patto sociale tra padroni e operai? Occhio e croce, direi addirittura meno che in una sezione del Pd.

E, sempre secondo voi, perchè il signor Marchionne non va a farsi ringraziare in uno qualunque dei tanti stabilimenti Fiat, per queste nuove, straordinarie opportunità che sta offrendo con generosità alla classe operaia italiana? Secondo me perchè dovrebbe presentarsi munito di scorta blindata, e rassegnarsi comunque a fischi, pernacchie e pomodori. Gli operai, si sa, sono gente gretta e superficiale, e mica l’hanno capita fino in fondo, la generosità di quell’uomo, e dei fighetti di casa Fiat. No, credete a me: sotto sotto anche i lavoratori che, per necessità di sopravvivenza e per disperazione, fanno finta di credere in questo nuovo patto/ricatto sociale, un paio di calci in culo al Marchionne glieli darebbero volentieri. Razza vile, lo so.

Insomma, noi che ci ostiniamo a vedere il mondo “con la lente deformata del conflitto”, e che pensiamo che Lapo Elkaan e Salvatore Turiddu non saranno mai sulla stessa barca, se non nei ruoli eterni di padrone e schiavo, abbiamo gli zebedei che girano a mille.

E a farli girare non sono mica soltanto gli industriali. Quelli fanno la loro parte, e i loro interessi, da che mondo e mondo. Quel che fa incazzare di più sono:

– un governo assolutamente latitante sul tema del lavoro, e assolutamente ripiegato sulle leggi ad personam e le liti tra bande.

– un sor tentenna che dal Quirinale dice solo ovvietà assolute, tanto da far pensare a quel personaggio di Quelli della Notte, che si chiamava Catalano. Ricordate?

– Il principale partito di opposizione che, con rigore e chiarezza, è sia al fianco degli operai che della Fiat, tanto per azzeccarne almeno una. Il partito del testa e croce, insomma.

“Bisogna sforzarsi di italianizzare la Cina, e questi qui vogliono cinesizzare l’Italia”, mi ha detto qualche settimana fa un sindacalista novese. E sul tema non saprei aggiungere di meglio.

E. G.

ps: un altro piccolo, straordinario specchio dei (brutti) tempi è questa immagine dei bambini italiani di 10 anni che prendono a calci e insulti un venditore ambulante di colore, sotto gli occhi divertiti dei genitori. Poichè ognuno di noi è il negro di qualcun altro, chi prende oggi (meritatamente) a calci in culo quegli adulti, e chi domani farà lo stesso coi piccoli mostri?

Categorie:In primo piano

Il ballo del mattone

26 agosto 2010 2 commenti

Già si stanno affrettando a tranquillizzarci, a livello nazionale e locale: il “mattone” da noi non crollerà, e rimane il bene rifugio per eccellenza. Il mercato sarebbe stabile, e senza particolari rischi. Balle, naturalmente. Innanzitutto perchè oggi nessun comparto dell’economia è immune da crolli, e chi pensa di poter fare previsioni che vadano oltre i tre mesi sta bluffando, qui come altrove.
 
Poi perchè quel che succede nel resto dell’Occidente è e rimane significativo: semmai l’onda è lunga, e da noi, periferia dell’impero, arriva sempre dopo. In positivo come in negativo.
 
Non da esperto, ma da osservatore interessato (come tutti) mi pare di poter dire che il mercato delle case da noi è in flessione lenta ma costante da almeno due anni, sul piano della quotazione degli immobili. Forse da tre. E del resto era inevitabile, considerato che prima, e per un periodo non breve, sembravamo tutti impazziti: più il prezzo delle case saliva, e più correvamo a comprare, temendo salisse ulteriormente. Una bolla speculativa, una psicosi collettiva, fate voi.
 
Sta di fatto che oggi il mercato è fermo. A Milano un numero significativo di agenzie immobiliari ha chiuso i battenti, in genere  in sostituzione hanno aperto centri di massaggi cinesi. Prezzi modici, soddisfazione garantita. Altro che le rogne di un venditore di case che, si sa, è più appiccicoso della colla.
Ma Milano è Milano, e fa un po’ sempre storia a sè.
 
Ad Alessandria, provincia ad economia depressa dove non è che il settore immobiliare abbia mai fatto scintille, la situazione è abbastanza paradossale, e mi pare statica. A fare il mercato sono ancora in gran parte i privati, che notoriamente piangono miseria ma stanno ancora quasi tutti benone. Il risultato è che chiunque possegga quattro mura (oltre a quelle in cui abita) ama illudersi di avere tra le mani un tesoro. Risultato: nessuno per ora “svende”, e quasi più nessuno è disposto a comprare a costi sopravvalutati. Quindi Alessandria è piena di case e appartamenti vuoti, che stanno lì.
 
La questione affitti, poi, sconta anche altre variabili: affittare, ma a chi? Gli stranieri benvengano, ma magari, sai com’è…insomma, sono come i meridionali degli anni cinquanta e sessanta: risorse importanti, ma meglio se a distanza non troppo ravvicinata. E gli italiani che nel 2010 non hanno una casa? Per carità, signora mia, che gente vuole mai che siano…e poi ci sono le tasse che si mangiano la metà dell’introito…insomma, anche lì, mercato difficile.
 
I progetti delle società immobiliari li vedete anche voi: spesso sparano alto, poi portano a casa quel che possono. E se tanto mi dà tanto, tra mutui e banche che rivogliono indietro i loro capitali, questi saranno i primi a calare ancora di brutto le pretese, di fatto condizionando il mercato al ribasso.
 
La questione di fondo rimane: se il mercato dovesse scendere in maniera significativa (e io credo che succederà, anche se speriamo senza i crolli tipici degli States), ha senso svuotare le casse dei propri investimenti bancari per mettere il denaro in una casa, come investimento?
 
Il dibattito è aperto: la mia impressione è che non si tratti tanto di scegliere il business migliore, ma semplicemente quello con minor
possibilità di dissolvenza. Da questo punto di vista, una casa fra vent’anni ci sarà ancora…una banca, fate un po’ voi..
 
E. G.

Categorie:Economia

Il paese reale in coda a Casale

25 agosto 2010 2 commenti

1.200 candidati per 30 posti da operatore socio sanitario, ossia infermiere o giù di lì. Ieri al PalaFerraris di Casale Monferrato ha sfilato un bello spaccato dell’Italia reale. Quella che se ne fotte del divorzio tra Berlusconi e Fini, degli insulti di Bossi con risposta a tono di Casini e del “è bianco ma è anche nero” del Pd.

Il paese reale ha fame di lavoro cari signori della politica, e soprattutto continua a sognare il posto fisso nel pubblico impiego. Come il vostro in pratica, anche se assai meno pagato. Un posto appena dignitoso, grazie al quale potersi sposare, fare dei figli, avere uno straccio di vita normale, più o meno serena.

Le previsioni parlano, per l’autunno, di altri 200 mila posti di lavoro in meno in Italia. Per non dire naturalmente dei tanti posti che ci sono, ma appesi ad un esile filo di assoluta precarietà.

Inutile dire che, a fronte di tutto ciò, ossia di un paese aggrappato ai risparmi famigliari e alle pensioni, che per ora rallentano una discesa che altrimenti sarebbe precipitosa, diventa paradossale ironia star qui a parlare di riforma della giustizia, o del sistema elettorale. Un paese in mano ad un decotto demagogo come Berlusconi, e a tanti nanetti di destra e di sinistra che pensano solo al proprio personale tornaconto, come cavolo può fare a trovare la forza per fronteggiare una crisi che, oggettivamente, si preannucia epocale?

Non troppi anni fa le persone disposte a fare gli infermieri (mestiere nobilissimo, ma assai faticoso e non eccezionalmente retribuito) le si andava cercando col lanternino. Ora tra quei 1.200 ne trovate tante che finiranno a fare le e i badanti, altro che chiacchiere.

Intanto, come ampiamente previsto a luglio, il riconteggio delle schede delle elezioni regionali piemontesi deve ancora cominciare, e giocano a rimpiattino su chi deve pagare i costi connessi. Con quattro milioni di dipendenti pubblici, buona parte dei quali sottoutilizzati, se non è una farsa questa…

E. G.

Categorie:In primo piano

Uno spettacolo miserabile

23 agosto 2010 9 commenti

Lo spettacolo miserabile a cui stiamo assistendo in questi giorni sul palcoscenico della politica è davvero sintomo di un paese allo sbando. Se ne dicono di tutti i colori, estraggono dal cilindro dossier e contro dossier, e l’unica sensazione che riescono a trasmetterci è quella di un ceto parassitario, inconcludente e autoreferenziale.

Il rischio, più che evidente, è trascinare il popolo ad un livello di repulsione tale rispetto alle dinamiche della politica parlamentare, da invocare la soluzione dell’uomo forte che, magari con l’appoggio dei militari, fa piazza pulita e mette le cose a posto.

Ovviamente sarebbe quello il decisivo passo nel baratro, ma la storia sta lì ad insegnarci che alle dittature si arriva spesso attraverso questi passaggi indecorosi di degenerazione della democrazia, che stiamo vivendo da anni. Primo responsabile sicuramente il demagogo Berlusconi, ma con un bel po’ di nani e ballerine a contorno, e non solo tra i suoi alleati.

Ieri sera mi sono perso (si fa per dire, naturalmente) le esternazioni del Bossi a Capriata, ma mi basta e avanza quel che leggo giorno per giorno sul web e sui giornali di carta. Oggi tocca a Casini passare al contrattacco, e rispondere agli insulti con gli insulti.

E il bello è che, in fondo, hanno ragione tutti, perchè lì in mezzo il più sano c’ha la rogna. E la famosa mobilitazione porta a porta del Pd la valuteremo nei fatti: ho l’impresssione che di militanti “eroici”, disposti a mettere la loro faccia a garanzia della classe dirigente anche da quelle parti ne siano rimasti ben pochi, altro che tre milioni di attivisti…

Ma mi dite, con un ceto politico di questo livello, come cavolo si fa a pretendere che gli italiani al rientro dal lavoro si rimbocchino davvero le mani, credendo ancora a qualcosa di più del semplice “sfangarla” e “tirare a campare”?

Tutti inseguono Berlusconi e i suoi deliri su priorità di casta inesistenti per gli italiani comuni (immunità, intercettazioni, separazione delle carriere in magistratura, tutela delle aziende del premier e annullamento dei processi che lo riguardano ecc..) e nessuno più sembra interessarsi di lavoro, disoccupazione, sistema scolastico e universitario allo sbando.

Qualche cenno al volo?

1) Gli stipendi dei ricercatori universitari, già al livello retributivo di un bidello sì e no, saranno ulteriormente ridotti;

2) molti pensionati in questi giorni si sono visti arrivare lettere dall’Inps e da altri enti previdenziali, con cui si comunica il riconteggio (al ribasso, naturalmente) dell’assegno mensile, e il prelievo forzoso di cifre erogate in eccedenza nei mesi scorsi.

3) la Fiat ormai se ne fotte non solo dei sindacati, ma anche delle sentenze dei tribunali, rifiutando il reintegro di chi non le garba perchè non abbassa la testa.

Di tutto questo a noi comuni mortali dovrebbe importare un po’ di più che dell’immunità di Berlusconi e dei suoi ministri, o degli insulti tra Casini e Bossi (che tra l’altro neanche si capisce più quando parla, e sarebbe ora che qualcuno dei suoi glielo facesse presente. Per tutti c’è un tempo per farsi da parte, che cavolo..).

Eppure di questi temi non si parla, si fa credere che siano secondari e fuori moda. Le conseguenze di questo andazzo però le pagheremo tutti quanti, e senza sconti.

E. G.

Categorie:Politica
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