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Archive for dicembre 2010

Crisi, speculazione e Casinò

30 dicembre 2010 1 commento

di Bruno Soro
www.cittafutura.al.it

“… quanto più perfezionata è l’organizzazione dei mercati di investimento, tanto maggiore sarà il rischio che la speculazione prenda il sopravvento sull’intraprendenza. (…) Quando lo sviluppo del capitale di un paese diventa un sottoprodotto delle attività di un casinò da gioco, è probabile che vi sia qualcosa che non va bene”.

John Maynard Keynes, Lo stato dell’aspettativa a lungo termine, cap. XII della “Teoria generale dell’occupazione dell’interesse e della moneta”, UTET, Torino 1971, pp. 298-299.

Un amico mi chiede: “Quando finirà la crisi?”. “Ma come, non lo sai?” – rispondo io – “La crisi è già finita, anche se molti non se ne sono ancora accorti, e già si intravedono all’orizzonte i segnali della crisi prossima ventura”. “E quando sarà la prossima?” – insiste – “Presto, molto presto, non appena si sgonfierà la nuova bolla speculativa che sta montando, oppure quando si dovesse scatenare la guerra tra le monete che potrebbe travolgere l’euro e con esso le economie dei paesi della UE, o, infine, quando, con la ripresa in atto nei paesi occidentali (nelle economie dei paesi emergenti la crisi ha solo rallentato un poco la crescita), la scarsità di materie prime (non solo il petrolio), e l’accaparramento di terreni agricoli da parte dei paesi esportatori netti (la Cina in primo luogo) provocheranno l’innesco di tensioni inflazionistiche che andranno a sommarsi a quelle provocate dalle misure anticrisi che hanno fortemente aumentato l’indebitamento delle economie dei paesi occidentali”. Poi sfoglio il quotidiano che avevo appena acquistato e lì trovo conferma della mia risposta alla prima domanda del mio amico. Circa la seconda, il potere divinatorio della disciplina economica, al pari delle previsioni del tempo oltre le 72 ore, consente solo di affermare con assoluta certezza che prima o poi pioverà.

Dalla nota informativa emessa dall’ISTAT il 10 dicembre scorso sull’andamento dei conti economici trimestrali (per la prossima occorrerà attendere il 15 febbraio 2011, quando verrà resa pubblica la stima preliminare del PIL relativa al quarto trimestre del 2010), apprendiamo che la «crescita acquisita» per il 2010 (vale a dire la crescita annuale che si otterrebbe qualora nel quarto trimestre la crescita risultasse nulla), è stata stimata pari all’1,0%. Ora, dal momento che nei primi tre trimestri di quest’anno la crescita è risultata positiva (ancorché con tassi di crescita di poco superiori allo zero), tecnicamente si può parlare di «ripresa»: dopo tre anni, quindi, la crisi iniziatasi nell’autunno del 2007 sembrerebbe terminata. Non solo, ma qualora in questo ultimo trimestre la crescita del PIL risultasse ancora positiva, il tasso annuo di crescita del PIL per il 2010 dovrebbe risultare superiore (anche se di poco) all’1,0%. Tutto bene, dunque? Non direi. Infatti, se anziché guardare ai tassi di crescita (che quantificano la crescita proporzionale, ossia l’aumento del PIL in rapporto al valore che questo aveva nel periodo immediatamente precedente) prestiamo attenzione ai livelli della produzione, le cose cambiano. Qualora infatti la crescita dell’economia italiana dovesse continuare in base agli stessi tassi degli ultimi trimestri, si può calcolare che per tornare al livello del PIL del primo trimestre del 2008 occorrerebbe attendere il terzo trimestre del 2014!     

Se, poi, anziché il reddito si considera l’occupazione, occorre tenere presente che la domanda di lavoro da parte delle imprese (la nuova occupazione) dipende dal livello di attività, ossia dal volume della produzione. Ora, poiché la crisi economica ha avuto come conseguenza la creazione di un eccesso di capacità produttiva (in quanto gli impianti sono risultati sovradimensionati in relazione al calo della domanda), fino a quando non si tornerà ad un grado elevato di utilizzazione degli impianti esistenti, all’aumento della produzione non necessariamente seguirà quello dell’occupazione. L’occupazione, inoltre, reagisce sempre con un certo ritardo all’andamento dell’economia, per cui le ripercussioni della crisi, ancorché tecnicamente terminata,  si faranno sentire sui livelli occupazionali ancora per qualche anno.

Infine, non è affatto detto che il contesto in cui l’economia italiana si troverà ad operare da qui al 2015 rimanga sempre lo stesso, dai tassi di cambio tra le monete, ai tassi di inflazione, al processo di unificazione e/o di disgregazione europea, ai rapporti internazionali, per non parlare delle relazioni politiche e sindacali. Il fatto poi che da oltre un decennio l’economia italiana sia cresciuta (e stia crescendo) a tassi molto bassi (di poco superiori all’1%) fa sì che il giudizio delle agenzie di rating (che spesso agiscono in conflitto d’interessi con le grandi banche d’affari) sui nostri conti pubblici difficilmente potranno migliorare. E ciò aumenta fortemente il rischio che la finanza internazionale possa mettere in dubbio la sostenibilità del nostro debito pubblico, la qual cosa renderebbe necessaria l’attuazione di nuove misure di contenimento della spesa da parte del Governo, con ripercussioni negative sulla crescita economica.
        
Sono pessimista? Non credo, specie alla luce della seconda questione, quella sui tempi della prossima crisi finanziaria. Infatti, se non è possibile prevedere quando essa si verificherà, si possono tuttavia fare le seguenti osservazioni: da un lato, le misure adottate dai vari paesi per fronteggiare la crisi hanno riguardato fino ad ora più i sintomi che le cause della crisi stessa. Ciò, dal momento che la forte immissione di liquidità da parte delle banche centrali ha evitato il tracollo del sistema bancario, ma tutti i tentativi di mettere sotto controllo l’attività speculativa delle grandi banche sono, al momento, rimasti solo sulla carta. Giova ricordare, a questo proposito, che le crisi economiche, siano esse di dimensione locale oppure globale, sono endemiche al sistema capitalistico.

Molto schematicamente, le crisi economiche sono riconducibili a due diverse tipologie: quelle la cui origine va ricondotta a tensioni nel mondo della finanza (le cosiddette crisi di natura finanziaria) e quelle la cui causa va ricercata nel funzionamento del sistema produttivo (le cosiddette crisi di natura reale). Mentre le prime sono originate dal venir meno della fiducia nella capacità del debitore di onorare i propri debiti, le seconde traggono origine, o da una carenza di domanda effettiva (dovuta, ad esempio, ad una eccessiva concentrazione della ricchezza e/o ad una iniqua distribuzione del reddito); oppure dalla scarsità di materie prime; o infine dalle condizioni di approvvigionamento delle fonti energetiche. Ma dal momento che il sistema economico è fortemente interconnesso, le crisi finanziarie si trasmettono al mercato reale e viceversa. La liberalizzazione e l’apertura dei mercati (la globalizzazione) ha poi favorito il moltiplicarsi delle crisi finanziarie. Tra il 1944 e il 1971, l’arco di tempo in cui sono rimasti in vigore gli accordi di Bretton Woods che prevedevano un sistema di cambi fissi, ancorché aggiustabili, si sono verificate sei crisi, mentre tra il 1974 e il 2008 ve ne sono state sedici.

Sempre schematicamente, le più recenti crisi finanziarie possono essere ricondotte, a seconda della causa, a tre diverse tipologie: quelle dovute a tensioni sui mercati delle valute (come le crisi della sterlina e della lira dell’autunno del 1992); quelle legate a tensioni circa la insostenibilità del debito sovrano, come nel caso della crisi Argentina del 2001, o come quelle più recenti di paesi come la Grecia, il Portogallo e l’Irlanda; quelle infine, originate da tensioni sul mercato del credito (come nel caso della crisi scoppiata negli USA sul finire del 2007).

Il fattore unificante delle tre diverse tipologie di crisi finanziarie resta tuttavia l’attività speculativa, la quale, sia chiaro, non costituisce la causa delle crisi: la speculazione infatti si insinua ed agisce su fattori di instabilità esistenti, amplificando l’instabilità stessa attraverso un processo che si autoalimenta. Cosa diversa, e assai più grave, si verifica invece quando, come hanno bene illustrato il 13 dicembre scorso Federico Rampini su Repubblica (“Il club segreto dei 9 banchieri che domina Wall Street”) e  Maurizio Molinari su La Stampa (“Il club segreto che governa il mondo”), l’attività speculativa viene decisa ed attuata con operazioni coordinate da grandi banche d’affari alla ricerca di facili profitti. Si tratta, in questo caso, del fenomeno, ben noto agli economisti, delle «previsioni che si autorealizzano». Se, poniamo, in una fase di incertezza circa lo stato di salute delle finanze di alcuni paesi europei, un ristretto «club di finanzieri» dotato di immense risorse finanziarie decide di scommettere su una svalutazione dell’euro, essi inizieranno a vendere euro. Altri investitori, accortisi della decisione assunta dal «club di finanzieri» e ritenendo che essi posseggano informazioni che loro non hanno, decideranno pure loro di vendere euro, con la conseguenza di provocare una diminuzione di prezzo dell’euro in termini di altre valute. Una volta che l’euro si fosse svalutato, il «club di finanzieri» potrà riacquistare la moneta svalutata lucrando sulla differenza di prezzo. La stessa cosa accade se la «previsione», anziché riguardare la moneta, si riferisce ai titoli del debito sovrano. Una operazione come questa equivale a giocare al Casinò con le carte truccate.

A scanso di equivoci, non ho nulla contro chi rischia capitali propri giocando al Casinò. Tuttavia, quando si scommettono capitali altrui (cioè i nostri risparmi) le cose cambiano. Le ripercussioni di una crisi finanziaria sull’economia reale, infatti, le pagano soprattutto coloro che non hanno partecipato al gioco e che, peraltro, perdono (o rischiano di perdere) l’occupazione e con essa la fonte del proprio reddito. In aggiunta, come ha sottolineato lo stesso Federico Rampini nell’articolo citato, nemmeno gli esperti di Obama sono in grado di cogliere tutte le possibili conseguenze delle operazioni finanziarie sui titoli derivati (una sorta di riassicurazione messa in atto dai possessori di titoli primari). Infine, come è emerso evidente dal salvataggio delle banche tedesche eccessivamente esposte nei confronti dei titoli di stato della Grecia, le grandi banche d’affari sono persino in grado di porre in essere forme di ricatto nei confronti dei governi che hanno il potere di decidere. In sostanza,  non esistono regole chiare per tenere sotto controllo la speculazione.

In conclusione, come sottolinea John Maynard Keynes nel capitolo della sua Teoria Generale citato in epigramma, “gli speculatori possono non causare alcun male, come bolle d’aria in un flusso continuo di intraprendenza; ma la situazione è seria quando l’intraprendenza diviene la bolla d’aria in un vortice di speculazione”. E i Casinò da gioco – sentenzia lapidariamente Keynes, il quale di speculazione se ne intendeva – “devono essere, nel pubblico interesse, inaccessibili e costosi; e forse lo stesso vale per le borse dei titoli”, spingendosi a suggerire che “(l)’introduzione di una forte imposta di trasferimento per tutte le negoziazioni potrebbe dimostrarsi la riforma più utile, allo scopo di mitigare il predominio della speculazione sull’intraprendenza negli Stati Uniti”. Parole sagge, sulle quali varrebbe la pena di riflettere, specie da parte di quanti ritengono che il sistema economico possegga gli anticorpi capaci di generare, panglossianamente, “il migliore dei mondi possibili”. Gli stessi che considerano il pensiero keynesiano morto e sepolto. Bene ha fatto, quindi, l’On. Giorgio La Malfa a riproporre alcuni scritti di questo grande economista in uno splendido volume edito da Adelphi (John Maynard Keynes, Sono un liberale? E altri scritti, Milano 2010), corredato da un’introduzione chiara ed accessibile anche ad un lettore non specialista. Che il 2011 ci preservi, ancora per qualche tempo, dalla «pioggia» che verrà.

Categorie:Editoriali

Tempi moderni

30 dicembre 2010 3 commenti

Chissà se Marchionne o il ministro Sacconi hanno mai visto Tempi moderni, di e con Charlie Chaplin, del 1936. Una contemporaneità assoluta, inquietante, consapevole. Altro che quella di cui straparlano lorsignori.

Io il film capolavoro me lo sono riguardato ieri sera, dopo aver letto fiumi di commenti, valutazioni, distinguo e ma però sul caso Fiat. E mi sembra davvero che sotto il sole non ci sia nulla di nuovo, se non un patetico ritorno al passato, dopo una (lunga, invero) stagione di lotte, conquiste, emancipazione della classe lavoratrice.

Prima Pomigliano, poi Mirafiori, quindi vedrete tutta Fiat. Ma presto anche tutto il comparto industriale, in una spirale che è partita ben prima in altri settori (chi si occupa di media e comunicazione, ad esempio, è abituato già da una generazione alla libera professione forzata), e che sembra dilagare senza freni. E’ una spirale inarrestabile? E soprattutto, è davvero un percorso senza alternative?

La risposta, naturalmente, è un doppio, secco no. Stiamo parlando di dinamiche umane signori miei, non di terremoti o altri cataclismi naturali. E tutto ciò che è umano dipende da noi. A me fanno pena tutti questi lavoratori yes man, in Fiat e fuori, pronti ad abbassare la testa e a dire che “sì, in effetti la crisi, i cinesi, insomma l’importante è conservare il lavoro” ecc ecc….Non è che siano tutti dementi rincoglioniti, sia chiaro. Anche se la categoria è ben rappresentata.
Sono invece persone disperate, un po’ per difficoltà oggettive di sopravvivenza, e spesso anche perchè abituate a vite “in batteria”, da polli di allevamento che ormai confondono bisogni primari e consumi voluttuari, e dei secondi credono di non poter più fare a meno.

La gran parte dei lavoratori sembra aver perso di vista il teorema della mosca, mirabilmente enunciato più di trent’anni fa dal grande Claudio Lolli: “Le mosche procurano noia se volano a schiera unita; da sole non danno fastidio: si schiacciano dentro due dita” (1976, o giù di lì). Oggi i lavoratori mosca volano da soli, sono confusi e impauriti, e una parte di loro tende a farsi convincere dalla grancassa mediatica, pressochè a senso unico, sull’ineluttabilità degli eventi.

Qui entra in gioco il discorso della rappresentanza sindacale, e politica di una parte (crescente) del Paese. Non parliamo più solo di sinistra però: usciamo dai recinti dell’ideologia. Non si discute di rivoluzioni oggi, ma di basilari diritti dei lavoratori. A questo punto, credo che la tesi di regime dei mesi scorsi, “Fiom uguale tutela dei fancazzisti”, non convinca più nessuno. Ho l’impressione che siano gli altri sindacati (un tempo si diceva gialli, ora dovrebbero essere rossi, ma di vergogna) a dover giustificare il loro appiattimento su posizioni padronali, e non la Fiom, che semplicemente cerca di non calare le braghe al di sotto di livelli di decenza/sodomia. Il fatto poi che si voglia negare, con i nuovi pseudo contratti, la stessa presenza in sede di trattativa al sindacato più rappresentanza dei lavoratori, beh definitelo voi come volete.

E la politica? Che non sia più dignitosa lo diciamo in tanti, da  tempo. Con l’anomalia, però, che gli italiani per stanco trascinamento continuano ad andare alle urne, e a partecipare al balletto delle finte opzioni. La vicenda Fiat, in particolare, fa emergere ancora una volta il cupio dissolvi del Pd. Esiste una posizione unitaria di questo partito sulla vicenda? Io ho letto che sia Chiamparino che Fassino stanno dalla parte di Marchionne. Piero Fassino, prossimo sconfitto alla corsa di sindaco di Torino, dice: “se fossi operaio voterei sì all’accordo di Mirafiori”. In tanti vorremmo che fosse operaio davvero, almeno per un anno. Ma non solo per votare…per alzarsi alle cinque di mattina, invece, e andare alla catena di montaggio, in un afflato di vicinanza alla classe operaia.

L’impressione, ancora una volta, è che sui grandi temi dentro la pancia del Partito Democratico ribolla di tutto, e che il dissenso rispetto alle posizioni filo padronali sia alto. Anche nella nostra provincia. A questo punto davvero (considerato pure il caos che c’è nel centro destra) come non aspettarsi un nuovo, indispensabile big bang del quadro politico generale? Se la politica è rappresentanza,  i partiti presenti in Parlamento rappresentano la totalità della popolazione? Io, scusate, non ci credo: non può essere così, ho comunque ancora troppa stima delle persone comuni.

E. G.

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Aurea Mediocritas…

29 dicembre 2010 8 commenti

…ovvero, meno di così non potevo fare! E’ questo il “criterio” con cui vi invitiamo, da qui a fine anno, a scegliere con attenzione il personaggio politico (in senso ampio, non solo il sindaco o l’assessore) che si è distinto, ad Alessandria e provincia, per non aver mai preso una decisione per la propria comunità. Giusta o sbagliata, non importa.

Insomma, stiamo cercando “L’Ignavo dell’anno”, volendo buttarla sul poetico-letterario. Padre Dante definisce nella sua Commedia le anime ignave come quelle di peccatori “che mai non fur vivi“. Ce ne sono in giro, ne siamo certi. A voi il compito di stanarli, con ironia e leggerezza.

Non è facile, lo sappiamo bene, e saremmo lieti che emergessero nomi e volti poco conosciuti, al posto dei soliti noti che di decisioni ne prendono, a volte, anche troppe. Il tutto senza insulti gratuiti, volgarità da osteriaccia o vendette personali, ça va sans dire. Il gioco è bello, se rispetta gli altri.

E. G./A. A.

Categorie:Cultura

Duma c’anduma…ma verso dove?

29 dicembre 2010 7 commenti

Fine anno davvero amara per tanti lavoratori alessandrini. E’ notizia di queste ore che i circa 60 dipendenti della cooperativa che gestisce la casa di riposo Basile saranno licenziati nei prossimi giorni, in attesa che la struttura sia ceduta in trattativa privata.

Della vicenda abbiamo già parlato, e attendiamo di conoscere il nome dell’eventuale compratore, oltre alla cifra di vendita e ad eventuali già preannunciate iniziative legali da parte di chi ritiene che la vicenda possa presentare punti oscuri.

Nel frattempo, è lotta dura per i lavoratori del Teatro Regionale Alessandrino (nella foto il Comunale del capoluogo, chiuso da mesi), che hanno proclamato per giovedì un doppio presidio: la mattina ad Alessandria (alle 9 sotto Palazzo Rosso) la sera alle 20 a Valenza presso il Teatro Sociale. I 24 dipendenti (di cui 16 a tempo indeterminato e 8 precari, mi pare) lamentano di non avere mai ottenuto un incontro con il sindaco Fabbio, richiesto più volte da loro direttamente e dai sindacati.

E che un primo cittadino di un capoluogo di provincia rifiuti di incontrare lavoratori in difficoltà e di dialogarci mi pare gravissimo e significativo. A cosa e a chi servono amministratori locali così? Domandiamocelo, e diamoci una risposta.

I timori (speriamo esagerati: ma la mancanza di dialogo e risposte, è evidente, non può che fare da amplificatore dell’allarmismo) sono grandi: si parla di mancato rinnovo nei prossimi mesi per i precari, e  gli stessi dipendenti a tempo indeterminato si chiedono che ne sarà di loro a partire dalla prossima estate, considerato l’andamento rovinoso (modesto? dai, facciamo i buoni e diciamo modesto) della stagione in corso, a causa della ben nota vicenda amianto.

Parlare di gestione dilettantesca mi pare inevitabile, anche volendo essere positivi e concilianti. E pensare che fino a due anni fa si ipotizzava la nascita del secondo Teatro Stabile del Piemonte…e ora i dipendenti segnalano “la decisione della Giunta Comunale di Alessandria di tagliare di circa 700 mila euro le risorse destinate al Teatro (la metà degli stanziamenti iniziali)”, e continuano “la perdita del Teatro Regionale Alessandrino sarebbe una vera sciagura per la cultura di Alessandria e del suo territorio provinciale, nonché di quella piemontese”. Segno che il rischio lo percepiscono.

Duma c’anduma, diceva l’indimenticabile Dino Crocco. Ma mi sa che qui anduma propri nenta ben (ovviamente correzioni al mio dialetto “ad orecchio” sono graditissime).

E. G.

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Sanità fai da te…incrociando le dita

28 dicembre 2010 14 commenti

Della sanità alessandrina ogni tanto ci è già capitato di parlare in questo blog, e mediamente bene. Ora vi racconto una piccola esperienza, personale e recentissima: tanto siamo tra amici, e in clima natalizio.

Allora, a giugno decido che è il momento di programmare un piccolo intervento, in scaletta da anni, e da sempre rimandato anche su indicazione dei medici: “non è niente, puoi anche lasciarlo lì dov’è”. Ma quando continui a sentirti giovanissimo, a dispetto dell’anagrafe, un piccolo tagliando di revisione ogni tanto ci sta, quindi procedo con una visita specialistica al reparto di Chirurgia Plastica del Santi Antonio e Biagio, diretto dal dottor Renzo Panizza. Che non conosco, magari è il medico che mi ha operato, ma non saprei dirlo.

Comunque, un passo alla volta: alle porte dell’estate concordo la piccola operazione per dicembre. Sei mesi di attesa non son pochi, ma del resto io non ho nessuna fretta. Il mio nome e tel vengono annotati su un’agendina di carta, dall’aria molto vissuta: “la chiameremo noi per fissare il giorno preciso”. Ottimo. A fine novembre, però, ancora niente. Avendo la necessità, come tutti, di incastrare lavoro, festività, incontri amichevoli ecc, mi faccio vivo io. Dopo qualche inevitabile “rimbalzo” telefonico, scopro che “ma sa che noi pensavamo di averla già operata il 15 giugno? Va beh, abbiamo un buco il 23 dicembre, le va bene?”

Ottimo, lo prendo al volo. “E speriamo che il 15 giugno non abbiano operato al posto mio qualcun altro che passava di lì per caso”, penso tra me e me, ma così per sorridere.

Il giorno dell’operazione vado tranquillo, anche se la rassicurazione “non si preoccupi, è come dal dentista” su di me fa l’effetto contrario. La poltrona del cavadenti, il trapano in bocca, la puntura di anestetico per me sono strumenti di tortura nazista, anche se non posso assolutamente lamentarmi del mio, di dentista: tutt’altro.

Appuntamento alle 10,30. “Ottimo – penso – finalmente hanno imparato a procedere su appuntamento”. Ma va là, direbbe il Ghedini. L’appuntamento è per tutti alle 10,30, dinanzi ad una porta senza indicazioni, con un personaggio che ogni tanto esce, e si appunta su un foglio appoggiato allo stipite i nomi alla rinfusa. Io mi concedo lo snobismo di segnarmi per ultimo, lo confesso, anche se ultimo non ero arrivato: mi rattrista l’immagine della gente che si scanna per accaparrarsi una visita (dovuta) come fosse la distribuzione del pane
in tempo di guerra. Tanto lì devo stare, mi sono tenuto la giornata libera apposta.

Arrivato il mio turno, l’operazione che doveva durare 5 minuti ne dura 35, anche se vi risparmio i dettagli tecnico sanitari. Non li so neppure io del resto: i clinici hanno lavorato sulla mia schiena. Chiacchierando tra loro e con il sottoscritto, che era in anestesia locale. Trattamento ottimo e cordiale, con siparietto comico quando l’infermiera straniera mi chiede il nome, io a pancia in giù su lettino da tortura giapponese rispondo “Grassano” e lei replica: “no, dico il cognome”. Risatina collettiva. Speriamo le vada meglio con i nomi dei medicinali, che a me sembrano un labirinto di termini incomprensibili.

Comunque, operazione conclusa, mega fasciatura fastidiosa ma inevitabile, appuntamento al 27 per eliminare mini drenaggio, e Buone Feste. Nessun foglio di congedo, nessuna indicazione per medicinali, antibiotici, ecc….Là per là (anche un po’ sovraeccitato per l’effetto anestesia, sostiene chi mi ha accompagnato), non ci penso. Poi a casa ipotizzo che magari l’antibiotico me lo hanno già iniettato via siringa. E comunque per prudenza mi tengo sotto controllo la temperatura corporea per qualche giorno, e qualche compressa di Klacid non me la nego.

E in sanità chi fa da sè, fa per tre. Alla visita di controllo, infatti, un altro medico (mica ti visita lo stesso che ti ha operato, naturalmente) mi dice: “uhm….meglio continuare con l’antibiotico ancora qualche giorno…”. Continuare? “Dottore, fosse per voi si inizierebbe ora….però io mi sono portato avanti..”.

Va beh, piccole dimenticanze, lo so. Ma succede sempre sulla pelle di qualcuno, e prima o poi, a rotazione, quella pelle è anche la nostra.
Comunque la storia continua…

E. G.

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Commercio alessandrino: caduta libera?

27 dicembre 2010 6 commenti

In attesa di report e dichiarazioni ufficiali degli addetti ai lavori, qualche riflessione sul commercio alessandrino. Il periodo natalizio è servito a rivitarlizzarlo? Ci saranno novità sostanziali grazie agli imminenti saldi? Non mi pare.

Se in questi giorni, come me, avete girato un po’ per la città, l’impressione generale ricavata, sul fronte della vitalità dei negozi, non credo possa essere di entusiasmo. Il commercio tradizionale langue, e a me l’unico comparto che sembra reggere bene l’urto della crisi è quello alimentare. Almeno in queste festività, ho l’impressione che gli alessandrini non abbiano rinunciato al superfluo a tavola: anzi, la tendenza è raccogliersi attorno al focolare domestico, e trasformarlo in un luogo sempre più confortevole, soprattutto in cucina.

Per il resto, però, un mezzo disastro. Anche il comparto tecnologia, che pochi anni fa “tirava” come una locomotiva,  morde il freno, e ho visto più volte nelle scorse settimane commesse sconsolate guardarsi reciprocamente, chiacchierando sconsolate. E l’abbigliamento, ormai, paga un dazio crudele a quello scempio vincente che è l’Outlet di Serravalle (ci ho comprato due giacche persino io quest’anno, che non ci avevo mai messo piede: ovviamente accompagnato dalla mia gentile personal shopper, perchè da solo mi perderei al primo negozio, per totale mancanza di senso di orientamento del consumatore).

E Corso Roma (nella foto con la vecchia pavimentazione: meglio di quella attuale)? Un succedersi di negozi apri e chiudi, 3×2, svendesi.

Il Comune sta facendo qualcosa per aiutare il commercio? E può farlo? Mah…Palazzo Rosso è alle prese con emergenze finanziarie tali, che non credo i suoi amministratori abbiano oggi serenità e lucidità per pensare ad altro che alla sopravvivenza. E su Facebook leggo proprio stamattina un ricordo di Francesca Calvo, con un significativo “dopo di lei il vuoto più assoluto”. Non ero politicamente vicino al sindaco Calvo, ma è difficile non essere d’accordo con questo giudizio.

E. G.

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[BlogLettera] Precarietà e incertezza sul futuro

26 dicembre 2010 3 commenti

Quest’anno risulta particolarmente difficile far finta di nulla, accendere le luci di Natale e predisporsi con animo sereno alle tradizionali feste pagane del capodanno. Lasciando fuori dalla porta, anche se per poche ore, i problemi e le preoccupazioni. I racconti di una realtà cruda, piena di difficoltà per il presente e senza speranze sul futuro, occupano, infatti, i giorni della vigilia, poco rispettosi della consueta tregua che prepara la serena attesa della nascita del bambino. Un’atmosfera solitamente capace di coinvolgere e accomunare credenti e non.
Sono centinaia, infatti, le fabbriche importanti chiuse, con migliaia di lavoratori che le occupano e al loro interno trascorreranno le festività, resistendo con ostinazione a considerare finito il loro lavoro che, quasi sempre, non trova alternative. Noi conosciamo solo i casi più eclatanti che riescono a bucare la generale indifferenza dei media: le lavoratrici della OMSA di Faenza, i lavoratori della Eaton di Massa Carrara, della Vinyls di Marghera, della Fincantieri di Ancona, della Fiat di Termini Imerese. Luoghi e presenze storiche del lavoro industriale che segnalano, meglio di qualsiasi analisi sociologica, il declino del Paese. Con un governo in altre faccende affaccendato e incapace fin’anche di immaginare una seria politica industriale.

L’accordo senza la Fiom di Mirafiori: un pessimo segnale
In questo clima l’accordo della Fiat per la nuova società che gestirà Mirafiori segna una pessima svolta nelle relazioni industriali. Vengono ricattati i lavoratori con la promessa degli investimenti e si punta a importare il modello di legislazione del lavoro e delle libertà sindacali degli Usa che è notevolmente più arretrato di quello vigente in Europa. Per questo si esclude la Fiom, il sindacato che – come scrive Luciano Gallino – sin dagli anni del dopoguerra è stato quello di maggior peso nel grande stabilimento torinese. E aumentano le divisioni tra i sindacati in un momento in cui i lavoratori dipendenti avrebbero, al contrario, bisogno di sindacati forti e uniti, per affrontare i drammatici problemi sociali ed economici che li riguardano.            
La disoccupazione, intanto, è in continuo aumento. Con la cassa integrazione a termine supera l’11%, il valore più alto degli ultimi anni. Ma è il tasso della disoccupazione giovanile che raggiunge il 24,7% a preoccupare di più, mentre, per le donne del mezzogiorno, tocca un massimo del 36 per cento. E le proteste dei ricercatori e degli studenti di questi mesi, che si sono intensificate e cresciute nelle ultime settimane, utilizzano la controriforma dell’Università del governo per  manifestare le loro ragioni e rendere pubbliche le preoccupazioni sul futuro di un’intera generazione.

Le proteste degli studenti: una generazione che non trova ascolto
Una generazione che non trova ascolto nei  palazzi del potere e della politica, sente di essere poco considerata e sa di avere, in prospettiva, meno opportunità in termini di lavoro, reddito e Welfare nei confronti dei propri padri. D’altronde è l’autorevole ufficio studi della Banca d’Italia che prevede per i prossimi anni un forte rischio previdenziale per quasi la metà dei lavoratori che andranno in pensione con meno del 60% in rapporto allo stipendio. Una percentuale che nel 2040, a parità di anni di contribuzione, si ridurrà al 52%. Mentre l’Imps evita di  indicare l’ammontare della pensione per le finte partite Iva o di chi è stabilmente  precario.
Una occasione di ascolto dei movimenti giovanili che – ricorda Curzio Maltese – il nostro Paese ha già perso nel 2001 a Genova, quando ne ha oscurato le ragioni, esaltando le violenze, invece di riflettere sui profetici documenti del movimento “no global” che denunciavano la finanza internazionale, le bolle speculative, la privatizzazione dell’acqua, l’evoluzione del mercato agricolo mondiale e i cambiamenti climatici. Molto opportuna e apprezzata è, quindi, stata la decisione del presidente Napolitano di incontrare una delegazione di studenti della capitale, al termine della grande e pacifica manifestazione di mercoledì, per ascoltare le loro esigenze e le loro proposte.

I due esempi solidali  di Alessandria 
Ma qualche indicazione di speranza, di ripresa d’iniziativa e di concreta solidarietà che viene anche  dalla nostra città, ci può aiutare a vivere le festività di fine anno con minore rassegnazione e maggiore voglia di cambiare una situazione nella quale a prevalere, in troppi campi, è l’ingiustizia. Mentre l’Amministrazione del Comune continua nella svendita del patrimonio pubblico e, invece di affidare, come sarebbe giusto, la Casa di riposo comunale ai centri sociali dell’alessandrino con rette adeguate per gli anziani indigenti, incurante dei problemi di bilancio si appresta a celebrare la fine d’anno con inutili e costosi fuochi, ritorna la sera del 31 la marcia della pace ad occuparsi del disagio degli ultimi. E sui quotidiani trova spazio, gestita da volontari, l’Outlet dei poveri promossa dalla Camera del Lavoro di Alessandria. Un negozio speciale dove abiti e cose usate trovano, rigorosamente gratis, un nuovo padrone. Un esempio di sobrietà e di sostenibilità che fa dello scambio, del riuso e del riutilizzo il modello di una società che nella crisi sceglie di aiutare i più deboli, impara a non sprecare e rappresenta l’opposto di quella basata sui consumi indiscriminati, sull’usa e getta, che grandi responsabilità ha avuto nei confronti dell’attuale crisi. 

Renzo Penna

Categorie:BLettere
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