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[BlogLettera] Criticare i partiti non è solo antipolitica

20 aprile 2012

Il Presidente della Repubblica, di fronte al montare della critica generalizzata e, per alcuni aspetti, demagogica che si sta diffondendo nel Paese nei confronti dei partiti – da ultimo per l’utilizzo scandaloso dei fondi pubblici da parte del tesoriere della Margherita e dai componenti il “cerchio magico” e familista della Lega Nord di Bossi, smaccatamente personale e irridente la situazione di difficoltà che nella crisi stanno attraversando tanti italiani  – cerca di correre ai ripari e si schiera decisamente contro la demonizzazione dei partiti e della politica.
“Il passato e il presente – dice Napolitano – sono ricchi di esempi di onestà e serietà politica, di personale disinteresse, di applicazione appassionata ai problemi della comunità. Il partito e la politica – dice ancora – non sono il regno del male, del calcolo particolaristico e della corruzione. Il marcio ha sempre potuto manifestarsi, e sempre si deve estirpare: ma anche quando sembra diffondersi e farsi soffocante, non dimentichiamo tutti gli esempi passati e presenti. Guai a fare di tutte le erbe un fascio, a demonizzare i partiti e a rifiutare la politica. Per cambiare quel che va cambiato – aggiunge – bisogna senza ulteriore indugio trasmettere ai giovani la vocazione alla politica”.

Concetti che, nella sostanza, condivido e che di recente anch’io ho utilizzato per motivare la personale candidatura al Consiglio comunale di Alessandria: “Non ritengo che in politica, come nella vita, le responsabilità riguardino tutti nello stesso modo – ho scritto in una lettera aperta alle elettrici e agli elettori – così come il generico e populista: ‘…tanto sono tutti uguali’ genera solo qualunquismo e sfiducia e permette a chi ha sbagliato di continuare impunemente a farlo”. Argomenti che, però, oggi, come ha già messo in evidenza nel suo fondo su http://www.cittafutura.al.it Giancarlo Patrucco, suonano incompleti e da soli risultano insufficienti ad arginare la protesta, specie di fronte all’attuale incapacità, o mancanza di volontà, dei vertici dei principali partiti ad adottare contromisure serie e credibili. Una posizione sostenuta da personalità, come Gherardo Colombo e Gustavo Zagrebelsky, certo non inclini all’antipolitica, anzi d’accordo nel ritenere necessario il contributo pubblico per evitare discriminazioni, o eccessive dipendenze da imprese e gruppi economici, che non finanziano certo la politica con finalità filantropiche, ma fortemente critici sull’attuale quantità di soldi dati ai partiti, sul loro utilizzo e su una gestione tutta centralizzata e poco trasparente, sia delle risorse che delle candidature.

Una incapacità, quella dei partiti a dare risposte convincenti a una pubblica opinione sempre più insofferente nei confronti della politica, che deriva, in primo luogo, dalla crisi delle forze politiche, dalla perdita di peso  e di ruolo democratico delle strutture di base, esautorate nella selezione della classe dirigente, che viene decisa e controllata al vertice con criteri più attenti alla fedeltà che al merito, sia per la designazione delle candidature che gli incarichi di potere. Una prassi che si è acuita, anni fa, con la “discesa in campo” di Berlusconi la quale, però, è stata – non va mai dimenticato – confortata dal consenso ampio degli elettori. Alla testa di una forza politica “personale”, costruita attraverso l’uso delle televisioni e che per assumere le decisioni non ha bisogno delle tradizionali e faticose procedure democratiche, visto che vi è già un capo, un leader riconosciuto, insomma, un padrone che decide per tutti. Non a caso non servono gli iscritti e non si tengono i congressi. Un partito personale di una delle persone più ricche del Paese che però non ha disdegnato riscuotere i soldi del finanziamento pubblico.
Un indirizzo, quello della forte personalizzazione nella politica, della ricerca del leader carismatico, con la spinta verso modelli di tipo “presidenziale” che, nella politica italiana ha, addirittura, preceduto lo stesso “cavaliere”. E implica, come conseguenza, partiti più “leggeri”, meno strutturati, più verticistici, nei quali la democrazia alla base viene, nella sostanza, svuotata di contenuti e di significato. L’elezione diretta dei sindaci e dei presidenti di province e regioni, adottata per garantire una più certa governabilità degli Enti locali ha, nel contempo, di molto ridotto il ruolo dei Consigli e le stesse possibilità di controllo delle opposizioni. Se poi al posto di persone competenti e oneste vengono elette figure poco commendevoli, o solamente incapaci, ma con un forte potere di decisione, la necessità di introdurre nuovi contrappesi democratici diviene un’urgenza. Per non ripetere, ad esempio, l’esperienza, sotto diversi aspetti, fallimentare che sta caratterizzando il Comune di Alessandria.

E’ del tutto evidente, poi, che questa situazione di forte sfiducia nei confronti dei partiti e di crescente disaffezione verso la politica viene vissuta e preoccupa maggiormente l’elettorato di tradizione e cultura progressista. Mentre, infatti, esponenti del centro e della destra politica italiana sostengono di continuo non abbia più senso parlare di destra e di sinistra, molti, e tra questi anch’io, continuano a ritenere valido l’insegnamento di chi affida alla sinistra il compito di ridurre le diseguaglianze economiche e sociali. Un compito quanto mai attuale visto che la crisi di questi anni sta dilatando le differenze tra chi ha troppo e chi troppo poco in termini di reddito, di prospettive di lavoro, di formazione e di qualità della vita.
L’eccezionalità poi della fase politica italiana che, per fronteggiare la crisi economica del Paese, vede in parlamento un governo “tecnico” sostenuto insieme dalle tre principali forze politiche che hanno caratterizzato, nel recente passato, sia la maggioranza che l’opposizione al governo Berlusconi, rende più agevole il compito di chi fa leva sulla demagogia e l’antipolitica. Anche se i veleni del populismo, il rappresentare agli italiani una situazione artefatta, nascondendo la verità, inventando i nemici nello straniero e nel diverso per alimentare paure, egoismi e chiusure, non sono una novità degli ultimi mesi, ma da anni rappresentano l’essenza del berlusconismo e del leghismo.

Tocca però alle forze del centro sinistra e della sinistra, se vogliono salvarsi e dare senso alle parole di Napolitano, operare un profondo rinnovamento politico ed etico riducendo nettamente i costi della politica, adottando comportamenti e stili di vita in consonanza con le difficoltà, l’incertezza sul futuro che oggi vive una larga parte dei cittadini, cui viene chiesto di sopportare pesanti sacrifici. Certificare il bilancio dei partiti e sottoporre la gestione del finanziamento pubblico a rigorosi controlli va bene, ma non basta. La politica deve avere il coraggio di applicare riduzioni significative alle spese dei partiti, oggi generalmente ritenute non più accettabili. E che rappresentano il primo impedimento per i giovani nel tornare ad appassionarsi alla politica.
Il tema della questione morale si impone così con forza. Una questione più volte sollevata in questi anni, dentro e fuori dai partiti, ma che ha visto l’allontanamento e l’emarginazione di coloro che tale necessità hanno invano sostenuto e reclamato. E, visto che ad Alessandria – come in molte altre realtà – viviamo le settimane che precedono il voto per il rinnovo del Consiglio comunale, la necessità, ad esempio, di porre un tetto alle spese delle campagne elettorali si manifesta in tutta la sua evidenza. Che poi l’antipolitica – come ha di recente affermato la segretaria della Cgil – la critica distruttiva, e indistinta che trova oggi nel fenomeno del grillismo l’espressione più aggiornata, rappresenti il viatico per soluzioni restauratrici e di destra è sin troppo noto. E gli esempi sia sul piano internazionale che locale si sprecano. Ma per combattere efficacemente le posizioni demagogiche che non sono in grado di risolvere nel concreto la durezza e complessità dei problemi di oggi, servono, sia livello di amministrazioni locali che di governo nazionale, competenze, sobrietà, rigore e trasparenza nella gestione della cosa pubblica.
Rimango convinto che si può governare e amministrare in modo serio e onesto, restituendo ai cittadini la fiducia e alla politica il suo vero significato, ma i partiti devono dimostrare di aver compreso la gravità di ciò che sta accadendo e adottare contromisure serie e convincenti.
Indirizzata in questo senso la critica ai partiti, affinché cambino profondamente, rappresenta un’azione utile per chi non pretende meno, ma più politica.

Renzo Penna – Sel Alessandria

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Categorie:BLettere
  1. Vjačeslav Michajlovič Skrjabin (Molotov)
    20 aprile 2012 alle 15:15

    Un giorno, durante alcuni incontri bilaterali, Mao mi raccontò quanto fosse facile attuare una rivoluzione culturale nello spirito, senza, in realtà, cambiare niente nei fatti. Tre anni, circa, di attacchi al potere comunista da parte del potere stesso, occultato in movimenti oppositori ortodossi, sopratutto studenteschi con un inevitabile rafforzamento di quello stesso potere con l’aumento e la radicalizzazione della presa sul popolo. In questo paese siete nettamente oltre, qui non si finge quasi più, vedo partiti di sinistra(nei proclami) andare a braccetto con partiti democristiani, li vedo governare insieme o accingersi a farlo a livello nazionale, e, cosa per me più preoccupante, a livello locale. Cosa hanno da spartire, io sinceramente non lo so, lo immagino. Si usano parole d’ordine che vengono ripetute come un mantra: populismo, qualunquismo, demagogia, rinnovamento, competenza, sobrietà e ultima ma non meno importante riformismo. Si cerca di far credere che dopo, che oltre loro c’è solo il deserto, c’è solo la rovina, ma non è così; vale quello che accade nella filosofia, quasi sempre i grandi filosofi prima sezionano e demoliscono l’opera dei pensatori precedenti e, in seguito, costruiscono e formulano il proprio pensiero. Quindi, un sistema come il vostro, non può rigenerarsi e correggersi autonomamente, sopratutto lasciando agli stessi posti gli stessi personaggi. Nessuno, con un significativo passato politico può pensare, sopratutto a livello locale, di presentarsi come se fosse vergine. Troverà sempre qualcuno che che gli dirà: “ma tu dov’eri?”. L’unica cosa che serve veramente è che questa classe politica venga, democraticamente, sostituita mediante il voto. Invece quello che vedo succedere oggi, mi ricorda, preoccupantemente, gli accadimenti di cui fui testimone nel lontano 1953 quando Josif morì. Berjia fu ucciso e in seguito gli si addossarono quasi tutte le colpe dello stalinismo. Nikita, il grande destalinizzatore, durante il terrore delle purghe era ben saldo al comando nella “stanza dei bottoni, ma in seguito passò per rinnovatore; in realtà non rinnovò niente. Se, come spero, dovesse cadere il vostro “muro”, non penso che si avranno grossi problemi; l’importante è che il muro lo demoliscano i cittadini, nelle urne. Non serve a niente che le “caste” siano mandate a casa dalla magistratura, è il popolo che deve scalzare i plutocrati con gli strumenti che la Costituzione mette a disposizione. Io, da vecchio comunista, dico che, almeno, quando la dittatura di un “partito unico” è palese, si sa cosa aspettarsi. Quando, invece, il partito unico c’è, ma è occulto, per i cittadini è quasi impossibile difendersi.

  2. CorriereAl
    20 aprile 2012 alle 15:54

    Caro Molotov, mi associo ad Andrea nel ritenere godibilissimi i tuoi interventi. E’ sul popolo e sulla sua capacità di discernimento che sono francamente scoraggiato. In questi giorni di eterna fine dell’ennesima putrida repubblica ascolto, sorrido, osservo. Ma vedo delusione, rassegnazione, a volte un po’ di rabbia e voglia di giustizia sommaria (e piantiamola però con l’ismo finale per etichettare in negativo qualsiasi concetto). Non consapevolezza. Un popolo consapevole del resto non sarebbe arrivato a questo punto caro Molotov, girando a vuoto per vent’anni, per ora, ad un passetto dal baratro vero (per noi che ce le raccontiamo, e spesso anche ci accapigliamo tra apparentemente diversi ma simili nella sventura: non per lorsignori), star lì ancora a ciucciarsi i trucchi da prestigiatore delle etichette che cambiano come nel gioco delle tre carte, mentre facce e metodi son sempre quelli. Non c’è dunque altra strada che un dorato, sprezzante individualismo? Bah….continua a farci riflettere comunque, e anche a divertirci un po’, con le tue considerazioni così distanti, e così immanenti.

    E. G.

  3. Vjačeslav Michajlovič Skrjabin (Molotov)
    20 aprile 2012 alle 16:24

    Pensare al popolo e al discernimento porta alle mie, ormai stanche, meningi il ricordo di una storiella che soleva raccontarmi la mia vecchia balia Marina.
    -Un giorno, un possidente terriero incontrò un notabile del posto e, saputo che per quattro volte si era sposato ed era rimasto vedovo gli chiese:
    “Ma la prima moglie come è morta?”, e lui, di rimando: ” funghi velenosi”.
    “E la seconda ?” continuò, “funghi” rispose lui di rimando.
    “La terza?”, “funghi”.
    “Eeeh!, e la quarta?” concluse il fattore, “BASTONE” rispose il notabile.
    Stupito il possidente disse: “Come bastone?”, ” Eh, non voleva mangiare i funghi!” fu la chiosa del secondo.
    Ecco, io non vorrei che laddove il popolo si risvegliasse e non volesse più mangiare i funghi, qualcuno tentasse di usare il bastone……

  4. CorriereAl
    20 aprile 2012 alle 16:41

    Ah ah….splendido. E assai vero…

    E. G.

  5. 20 aprile 2012 alle 19:25

    grazie per questi sprazzi di buonumore: mi associo alle lodi molotoviane e mi dissocio come sempre dal nichilismo grassaniano: una rivoluzione si fa quando decide di farla. tocca a chi ha più discernimento e attitudini guidare gli arrabbiati e i rassegnati, senza aspettarsi che una coscienza collettiva mitologica si muova come un suol uomo. se qualcuno comincia a partire, altri seguiranno. è la rassegnazione e l’individualismo dei ceti intellettuali, anche quelli migliori, il vero problema italiano (occidentale), non quella del popolo. la conseguenza è che si continua a lasciare il potere nelle mani degli affaristi (a destra) e degli pseudointellettuali affaristi (a sinistra), tutti uniti nel grande saccheggio della ricchezza e della cultura popolare.

  6. CorriereAl
    20 aprile 2012 alle 19:51

    Gramsciano pessimismo della ragione? Ma avanti Savoia: chiunque abbia voglia di provarci ha il mio plauso. Però poi non dite che non vi ho avvertiti…comunque Molotov sindaco: al prossimo giro si intende. Quando le masse saranno finalmente consapevoli.

    E. G.

  7. Vjačeslav Michajlovič Skrjabin (Molotov)
    20 aprile 2012 alle 22:26

    Ricordo ancora oggi la fine della guerra del Vietnam, ricordo quello che ha significato la rivoluzione vietnamita, l’ultima grande rivoluzione del nostro secolo. Per noi rivoluzionari del secolo scorso è più facile capire che, e in questo concordo con Corrado (che a quanto vedo e sento, mentre mi muovo in questa città, mi pare persona che, se non altro, abbia il pregio di chiamare le cose con il loro nome, senza paura), l’unico modo di sovvertire questo sistema marcio sia, “de facto”, una rivoluzione totale degli spiriti e delle coscienze. L’unica remora, e qui Ettore mi sento veramente pessimista, riallacciandomi al mio discorso precedente sulle caste e sulla magistratura, è il fatto che, nel vostro paese, di rivoluzioni non ne sono mai avvenute. Negli anni successivi alla Rivoluzione francese, quelle città italiane che, aderendo all’onda rivoluzionaria, si erano liberate e avevano piantato gli “alberi della libertà”, restaurarono ben presto il potere e abbatterono gli alberi. Era il popolo che abortiva i moti, spesso violentemente. Adesso, e qui posso parlare da esperto, l’ultimo “ventennio” (per noi è stato quasi il doppio), non ha solo anestetizzato le coscienze, le ha completamente riplasmate. La favola che silvio sia un grande comunicatore è quella che è, una favola. “Lui sa parlare alla gente, perchè è uno di loro”, “parla come uno di noi” oppure “è un grande comunicatore” sono frasi che compongono uno dei mantra più utilizzato dal Min.Cul.Pop. mediatico- politico. Una volta l’Italia era un paese di navigatori, poeti e scienziati, oggi siete un paese di capitani di industria, allenatori ed ultimamente economisti (ah!, l’insostenibile leggerezza dello spread!). Nel 1980, con la nascita di Canale 5 e la “guerra dei ripetitori” è iniziata la berlusconizzazione del paese. Gradualmente le masse sono state plasmate e indottrinate, Trentadue anni di un gigantesco Truman Show, in cui avete vissuto all’interno della dimensione onirica di un solo uomo. Lui non parla come gli italiani, sono gli italiani che, dopo la cura, ragionano come lui. Ed ecco perchè, anche i berlusconiani di sinistra non riescono ad uscire dal tunnel, hanno una fottuta paura del futuro. La prova ve l’abbiamo data noi in patria; a volte si riesce (per quanto tempo non è mai quantificabile) a costruire qualcosa di nuovo, un sogno. Qualcuno deve cominciare a scuotere le coscienze, a trascinare gli altri, con i fatti, con l’esempio, con le parole. Il compagno Ho, prima di morire, mi raccontò che i Bo Doi, quelli che, in parte conosciamo come Viet-Cong, giovani guerriglieri Viet Minh, sconcertarono i sud vietnamiti, perchè nonostante fossero i vincitori, continuavano a nutrirsi con cipolle d’acqua e riso e, tutte le mattine, ognuno di loro posava l’arma e, imbracciata la ramazza, spazzava la sua parte di marciapiede. All’inizio non vi furono grandi sommovimenti sociali, si poteva quasi pensare che fosse veramente un qualcosa di differente; purtroppo, poi, i rivoluzionari furono sostituiti dai commissari politici e dai burocrati e tutto finì, i risultati li conoscono tutti. Ma rimane comunque un grande simbolo di cambiamento, la prova che un gruppo o un popolo, anche piccoli, possono ingaggiar tenzone, ad armi spropositatamente impari, con una superpotenza (di qualsiasi tipo) e averla vintà, in virtù di un inesauribile anelito verso la libertà e l’autodeterminazione. Gli sfruttatori, i prosseneti, i faccendieri, i grassatori, gli oppressori, Ho e i compagni Bo Doi li hanno cacciati, nonostante tutto fosse avverso e le probabilità fossero tutte contrarie, per un semplice motivo, avevano ragione.

    P.s. grazie Ettore, ma io che sono stato Vice Primo Ministro dell’URSS, ho fatto una rivoluzione e una guerra mondiale, avrei dei problemi a governare la vostra dilaniata e torturata (sic!) città. Metaforicamente mi porta alla mente le immagini di Berlino alla fine della II guerra mondiale.

  8. 21 aprile 2012 alle 02:25

    berlino che conoscevi molto bene, visto che ci andavi in giro con quel vecchio porco junker di “von” ribbentrop nella tua fase filo-hitleriana.
    Beh, fai conto che siano anche qui tornati quei bei momenti. Le macerie vere stanno arrivando.

  9. Vjačeslav Michajlovič Skrjabin (Molotov)
    22 aprile 2012 alle 16:15

    Veramente fu Ribbentrop, poco più che quarantenne, a venire a Mosca. Josif non mi avrebbe mai permesso di uscire dall’Unione quell’anno, addirittura nel ’48 fece arrestare mia moglie……..

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