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[BlogLettera] In attesa della riforma del Catasto ovvero del Catastro (in dialetto Cataster)

20 aprile 2012

E’ di questi giorni la notizia della progettata riforma del Catasto in Italia, per arrivare alla misurazione del reddito catastale da attribuire agli immobili non più sulla base del numero dei vani ma dei metri quadri effettivi di superficie.

Fin qui non ci sarebbe nulla da eccepire, dato che è assurdo che un loft di decine di metri quadri debba contare come un unico vano, ma il problema è un altro: la riforma catastale si prevede possa essere l’occasione per un raddoppio o comunque un aumento delle rendite catastali attuali, che nella loro sostanza fanno ancora riferimento al periodo 1937-1938, con aggiornamenti successivi, come nel biennio 1988-89. L’importanza della riforma sta nel fatto che un aumento delle rendite catastali porterà un aumento dell’attuale Imposta comunale (ICI poi tramutata in IMU), ma soprattutto un pesante aggravio sull’IRPEF, dato che indipendentemente dal fatto che l’immobile sia o meno affittato, viene comunque calcolato un reddito figurato che incide sulle imposte che il proprietario di casa deve pagare.

La necessità di avere un Catasto sempre puntualmente aggiornato è indubbiamente una necessità ineludibile per uno Stato che voglia finanziarsi correttamente con le tasse, ma anche uno strumento per regolare i rapporti tra cittadini. Il primo fondamento giuridico del cosiddetto catasto dei terreni, di cui si ha memoria scritta,  risale addirittura agli antichi egizi che avevano problemi di individuazione dei confini ogni volta che una piena del Nilo cancellava tutti i riferimenti.

I romani, dove era possibile, ricorrevano al sistema delle centuriazioni, che partivano da riferimenti fissi come le strade consolari e non solo quelle, con punti di riferimento regolarmente ripetitivi, per suddividere il territorio e la sua proprietà con l’ausilio delle cosiddette pietre miliari che nessuno era autorizzato a rimuovere.
Ma per secoli e secoli successivi non fu mai possibile definire, quanto meno in Italia, un censimento di tutte le proprietà fondiarie ed immobiliari, perché non venne mai redatto un catasto particellare basato su mappe, ma soltanto un insieme disorganico di dati descrittivi  affidati per lo più ai notai che registravano atti di passaggi di proprietà o testamenti.

Come si può leggere dalla copia del testamento del prevosto Carlo Agostino Ferrari di Castelceriolo nel 1701, l’indicazione dei terreni conteneva quella che avrebbe dovuto essere la misura esatta della superficie, dai moggia fino a tutti i suoi sotto-multipli (staia, tavole e piedi), ma i confini venivano indicati solo attraverso i nomi dei confinanti, senza nemmeno un orientamento preciso nord-sud-est-ovest. Era quindi ovvio che in mancanza di punti fissi come rogge, strade o case, le contestazioni potevano sempre sorgere. C’era infatti molto lavoro per gli agrimensori (gli antenati dei moderni geometri) accompagnati dai canneggiatori (quelli che portavano a spalla le canne che servivano per la misurazione) una professione che ancora meno di un secolo fa era abbastanza diffusa. Anche oggi ci sarebbe molto da fare per riparare i danni di qualche agricoltore più furbo di altri, dato che ormai con i mezzi agricoli moderni spostare una roggia o modificare una strada è diventato facile. Il sindaco di Alessandria ne ha una certa parte di responsabilità.

La nozione moderna di catasto geometrico in Italia venne introdotta nel 1761 nello Stato di Milano dall’imperatrice Maria Teresa d’Austria, il cui Catasto, considerato ancora oggi probatorio,  porta il suo nome, anche se in realtà ad avviare i lavori del censimento di tutte le proprietà del Regno Lombardo-Veneto fu il padre Carlo VI  fin dal 1718. Prima dell’arrivo dei Savoia nella nostra terra alessandrina, avvenuto nel 1713, qui da noi non c’era mai stato ombra di Catasto geometrico ed infatti  uno dei motivi di malcontento dei nobili e dei ricchi proprietari della nostra città nei confronti del governo sabaudo fu quello di aver istituto il primo censimento delle proprietà fondiarie, ovviamente allo scopo principale di far pagare le tasse. Il governo sabaudo fin da allora e poi sempre anche in seguito aveva la necessità di reperire soldi dalle Province per finanziare la capitale del Regno, Torino, con le sue Regge ed i suoi palazzi, ma soprattutto per finanziare le tante guerre in cui i Savoja cercavano di intrufolarsi per allargare i confini del loro Regno. Dopo l’Unità d’Italia nel 1871  il nuovo Stato si trovò davanti un territorio suddiviso in tanti Stati e Province con ben 22 catasti differenti, di cui soltanto 8 geometrici, con enormi difficoltà ad uniformare e perequare l’imposizione tributaria su tutto il territorio nazionale. Il nuovo Catasto Unico Nazionale venne avviato soltanto nel 1886, ma per realizzarlo e concluderlo ci sono voluti circa 70 anni. Molti forse non lo sanno ma anche un illustre castelceriolese, il Senatore Vittorio Sacchi, nato ad Alessandria nel 1814 e morto a Castelceriolo nel 1899, partecipò all’opera di impianto del Catasto come Direttore Generale del Demanio del Regno d’Italia e delle tasse. Se avessi bisogno di una tesi di laurea, (ma alla mia età  la cosa non rientra nei miei interessi ), mi dedicherei alla figura di qualche castelceriolese illustre, a cominciare proprio dal Senatore Vittorio Sacchi, sulla cui vita e sulla cui opera ci sarebbe moltissimo da indagare. Se qualche giovane di buona volontà volesse farlo, gli suggerirei di partire dal testo “Servizi resi allo Stato dal senatore Vittorio Sacchi con alcune memorie sulla sua vita” il cui originale, proveniente dalla Harvard University, edito dall’Editore Forzani nel 1892, è forse disponibile.

Vi assicuro che, da quel poco che ho letto dell’attività del sen. Sacchi, ci sarebbero molte cose che ancora oggi farebbero riflettere i contemporanei, specialmente quelli che hanno forme di prevenzione nei confronti di altri nostri connazionali e sono convinti che noi alessandrini siamo esenti dai difetti di molti altri. La storia è maestra, in tutti i sensi, ma forse non la si insegna più. C’è solo da augurarsi che la riforma in atto ci porti qualcosa di positivo e che per noi  castelceriolesi,  che abbiamo subìto impoverimento e devastazioni del nostro territorio senza alcun risarcimento, la riforma di quello che noi chiamiamo “Cataster” non diventi un altro “Disaster”.

Luigi Timo – Castelceriolo

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