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Il Superstite (85)

28 aprile 2012

di Danilo Arona

L’Italia non è (più) un paese normale.
Non c’è giorno che si resti allibiti di fronte alle notizie che ci giungono da fronti altrettanto deprimenti quali la cronaca e la politica. Accanto alle prodezze di una banda larga di furbacchioni di ogni colore che ha massacrato (e continua a farlo) la nazione con furberie, furti, liquefazione del pubblico danaro in centinaia di cattedrali nel deserto, corruzione e prese per i fondelli, si snoda da tempo una lunga serie di notizie che sono il termometro, fuori misura, di una follia sociale dai tratti spesso incomprensibili.

Di tale patologia le donne – di ogni età e colore – sono il bersaglio maggiore. Sono ben 54 quelle uccise per mano, ignota o ben conosciuta, dall’inizio dell’anno. A queste occorre aggiungere le “scomparse”, quelle di cui non si trovano più tracce: un fenomeno quest’ultimo in crescita da molti anni e di cui ignoro il numero a rendiconto finale. Giustamente si parla di “femminicidio”, vocabolo adoperato lustri addietro per le mattanze di Ciudad Juarez, ai confini tra Messico e Texas, uno dei posti più disumani del mondo, dove polizie e organizzazioni planetarie non riescono a intervenire tanto è il potere, ormai dilagato nei palazzi del comando, delle narcomafie.

Quella realtà orribile l’abbiamo sempre percepita in Europa, “filtrata” dai media e dalla società dello spettacolo alla Debord, che su un tema del genere riesce persino a produrre un film con Banderas e Jennifer Lopez (Bordertown), ammirevole per l’intento forse ma fallimentare sul piano del reale coinvolgimento. Adesso, di fronte a una situazione sociale sempre più esplosiva (checché ne dicano quelli che sostengono non esserci problema),  Ciudad Juarez – con i suoi disgustosi epigoni – è sempre più vicina. Soprattutto nell’assuefazione (con depressione e rassegnazione) da parte un po’ di tutti a notizie quotidiane di stupri, omicidi e stragi di donne.

Non so indicare ricette e non so francamente chi lo possa fare. Ma in giro c’è una malattia sociale che richiede condivisione e mobilitazione. E tale malattia viene quotidianamente alimentata da ingiustizia, squilibrio e crisi economica. I predatori aumentano quando le condizioni di vita peggiorano. Chi non riesce a vedere il futuro può approfittare solo del presente per cercare una ragione al proprio vivere. Spesso la percezione si distorce. Le droghe, spinte nel tessuto sociale dalle mafie, contribuiscono a fomentare tensioni e a incuneare incubi e miraggi nel mondo reale. Anche questa è Apocalisse: strisciante, subdola, “mascherata”. E il modello della povera Ciudad Juarez, che è pure città in un paese bellissimo, sta crescendo sotto i nostri occhi.

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Categorie:Editoriali
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