Home > Editoriali > Il superstite (86)

Il superstite (86)

5 maggio 2012

di Danilo Arona

Per quelle ragioni che sono difficili da raccontare perché appartengono all’archeologia mediatica della rete, l’account di Bruno (Rangone) su Facebook è attivo e presente, ma lui non c’è più. Stroncato dallo stesso male che non lascia scampo e che si è portato via Steve Jobs, Bruno adesso vola da qualche parte sopra le nostre misere teste, affrancato finalmente da una sofferenza crudele e ingiusta.

Bruno era musicista ed è stato un’avanguardia di eccellenza della nostra città. Suonava negli anni Sessanta con il gruppo più di tendenza a quei tempi, nati come Little Red Roosters ma poi divenuti in pianta stabile Black Stones. Erano ragazzacci, anche al di là della metafora, che si possono rievocare così: il Ganda, Mingo, Vaselina e Pino Pertica. Ma Bruno, che era il più serio e il più defilato (e mai si fece crescere il capello alla nazzarena), rimase “Bruno”, senza soprannome. E questo già racconta un po’ di lui. Sembrava il conformista del gruppo, ma in verità era tutto il contrario. Suonava il basso e come bassista era vigoroso e fondamentale.

I Black Stones si trascinavano dietro a ogni esibizione supporter e platee di ragazzine adoranti. Io spesso mi c’infilavo per ragioni che magari poco spartiscono con la musica. Ma loro per l’epoca proponevano un repertorio coraggioso e futuribile: Bob Dylan, Bobby Womack, Rolling Stones, i Them di Van Morrison. Volendo, ci potevi anche ballare, ma ai Black proprio non importava il destino danzereccio della folla davanti al palco. A loro interessava solo che la gente li ascoltasse, ma sul serio. Con la mente e col cuore. Che è poi il sogno di ogni autentico musicista.

Con Bruno se ne è andato l’ultimo dei Black Stones. E’ un paradosso singolare e tristemente significativo che di quel gruppo lì non esista più traccia fisica in Alessandria. Dopo gli anni Sessanta ho incontrato più volte Bruno sulla mia strada. Come direttore di banca e come pregevole bassista di un bel gruppo di funky e soul. E, dopo l’alluvione del ’94, anche come prezioso collega sul palco in una Club House Band che segnava la rinascita  dal fango della catastrofe di un mitico locale dell’Osterietta, oggi trasformato in tempio votivo per galletti alla piastra.

Bruno era una bella persona. Molto alessandrino in quel parlare poco e andare subito al nocciolo della questione. Mi hanno raccontato che, alla cerimonia di saluto alle sue ceneri tenutasi al cimitero di Alessandria, la sua chitarra basso, appoggiata su un predellino, a un certo punto è caduta, forse per colpa di un alito prepotente di vento. Non c’ero, purtroppo, per motivazioni di lavoro in tempo di crisi. Voglio però credere che Bruno, a suo modo, abbia voluto salutarci. Come cantava Dylan, “la risposta sta soffiando nel vento.”

Annunci
Categorie:Editoriali
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: