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Il Superstite (88)

20 maggio 2012

di Danilo Arona

Mentre ci s’interroga sull’infamia perpetrata a Brindisi, dividendosi tra attacco al cuore dello Stato o isolato gesto di un’impazzita cellula mafiosa (come se la prevalenza dell’una sull’altra tesi fosse più rassicurante…), vorrei dal mio infimo spostare il cuore del tema su piani diversi. Prendendola da lontano e volendo con presunzione rappresentare qualche altro mio consimile, il misurarsi da tempi non sospetti con un certo tipo di letteratura indagante il metafisico volto del male rende mi consente – purtroppo, è il caso di sottolinearlo – di non sentirmi così sorpreso di fronte all’innalzamento, progressivo e intensivo, di quello stesso male al lavoro.

Come ha scritto con condivisibile lucidità il saggista e biologo Veniero Scarselli,  esiste un’entropia del male. Al punto tale che entropia e male possono identificarsi l’uno con l’altra, per il principio organico cui è assoggettato l’intero universo e «che si manifesta come un ineludibile destino di degradazione di ogni struttura (per definizione contenente un certo grado di ordine e di energia potenziale) in discesa verso il disordine, fino alla condizione limite di azzeramento rappresentata dalla morte termica: le montagne si sgretolano, i fiumi si disperdono nel mare, i pianeti si raffreddano, i soli si consumano». In altri termini, parola di biologo,  l’entropia è il male e la vita, che è il suo contrario, non può essere che il bene. Un planetario campo di battaglia dal quale emerge l’idea di un male non come entità astratta a sé stante, ma in quanto concreta imperfezione nella struttura degli esseri viventi, causa della loro distruzione e della sofferenza che ne è associata.

Nell’entropia c’è una banalità di meccanismo e una tendenza in espansione degradante ad alzare il voltaggio e l’intensità. Ovvero, è facilissimo potenziare il messaggio e la pratica del male. La bomba distruttiva piazzata a tradimento nel più vile degli attacchi alla vita umana – che è un incubo con cui sono cresciuto sino a oggi a partire dal dicembre del ’69 – è un esempio purtroppo perfetto. Si può azzerare l’innocenza di una generazione, sgretolare la convivenza di una nazione, mandare in tilt il pensiero collettivo e dominante. Qualsiasi mentecatto può piazzare bombe ovunque. In quei tanti “ovunque” dove la vita vuole, comunque, ogni giorno affermarsi. La discussa banalità del male, se è un’imperfezione strutturale della materia vivente che ha intenzione di rendersi autonoma, forse sta sotto i nostri occhi e non la vediamo. Perché il male, ma questo lo sappiamo dai tempi della prima letteratura del New England, è mimetico. E ben si confonde tra la folla. E comunque non lascerei cadere affatto lo spunto di Michele Serra: un male “maschio” che cerca la strage di vittime “femmine”. Come se gli Archetipi volessero materializzarsi di fronte ai nostri occhi. E questo sul serio fa un po’ paura.

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Categorie:Editoriali
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