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Il Superstite (90)

2 giugno 2012

di Danilo Arona

Mea culpa. Non dovevo menzionarla, la Messa beat. Adesso mi tocca di raccontarla. Diciamo che la moda saltò fuori alla fine degli anni  Sessanta un po’ in tutta Italia. Complice uno strano impasto tra misticismo, ateismo “pentito”, controculture varie e militante cristianesimo d’avanguardia, molti gruppi musicali dell’epoca – appunto detti “beat” – si ritrovarono a cantare e a suonare durante le messe domenicali, adattando per l’occasione i brani del momento i cui testi in qualche modo risultavano intrisi di religiosità.

In questo nulla di stupefacente: il movimento beat e pop a cavallo dei due decenni tentennava tra ideologie spesso agli antipodi, tra loro legate da un sincero anelito pacifista provocato a livello planetario dall’incubo della guerra in Vietnam. Da Dio è morto a My Sweet Lord, da Presence of the Lord a Jesus Christ Superstar, molte canzoni mettevano proprio in scena personaggi e simboli del mondo cristiano, senza che nessuno si scandalizzasse o avesse da ridire.

I “capelloni” giunsero quindi a occupare pacificamente alcune chiese e i complessi coinvolti sottolineavano i passaggi salienti della Messa con canzoni più o meno in sintonia con il tema religioso.

Ad Alessandria la parrocchia di punta nella gestione del fenomeno fu quella di Sant’Alessandro, nel 1969 capitanata dal mitico Don Ezio, parroco giovanile e in assoluta controtendenza agli stereotipi. E così, giusto per non farmi mancare nulla, mi ritrovai alla domenica – Messa delle 11! –  a cantare con l’altare alle spalle e decine di persone davanti, Signore io sono Irish, pescata dal repertorio dei grandi New Trolls (canzone bellissima peraltro con testo di Fabrizio De André), in compagnia di altri quattro musicisti disposti a bussare alle Porte del Paradiso.

Nel ’69 erano almeno quattro anni che calcavo i palchi più lerci e insignificanti della provincia con qualche puntata nell’Astigiano e in Liguria. Avrei dovuto sentirmi scafato e padrone della scena. Tutto il contrario. In primo luogo non ero affatto un cantante,  utt’al più un elemento “da coro”. Ma soprattutto un conto era stare su un palco alla Sagra delle Ciliegie di Montecastello e un altro attaccare nel momento clou della messa, in tonalità di re maggiore: «Io sono Irish quello che non ha la bicicletta». Per quanto gorgheggiassi con gli occhi semichiusi, lo vedevo il popolo delle prime file, pie donne che si davano di gomito e ghignavano sotto i baffi, tentando di frenare l’imprevista ilarità. Il peggio che può capitare a qualcuno che si sta esibendo e che se ne rende conto. Per di più alla fine della canzone non si poteva affatto applaudire, su questo Don Ezio era stato categorico.

La storia per me non durò molto. A metà dicembre, di ritorno da una serata a Milano (24 ore dopo la strage di Piazza Fontana), mi capitò un brutto incidente in autostrada. La mattina dopo, che era domenica, Don Ezio annunciò ai fedeli che la messa beat prevista sarebbe stata monca del canto dell’elevazione perché il tipo che asseriva di essere Irish si era schiantato contro un camion, rimettendoci il naso e qualche zona della faccia. L’amico parroco chiese preghiere per una mia rapida guarigione.
Uscii dall’ospedale dopo pochi giorni e di sicuro le preci avevano avuto il loro peso. Però non tornai più alla messa beat: i punti di sutura in filo nero avevano trasformato il mio volto in una sorta di maschera di Frankenstein e fine a marzo del ’70 non salii più su alcun palco.

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Categorie:Editoriali
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