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Il Superstite (92)

17 giugno 2012

di Danilo Arona

Quasi un prolungamento del precedente articolo, ma è un episodio che merita di essere conosciuto. Perché si presta a considerazioni piuttosto amare.

Una parrucchiera in centro subisce un furto da un paio di giovani balordi che, dopo avere arraffato con violenza qualche banconota dalla cassa nonché la borsetta, si danno alla fuga di corsa in direzione dei giardini della stazione. La tipa che è tosta non si perde d’animo e parte all’inseguimento con il cellulare incollato all’orecchio perché ha appena fatto il numero delle forze dell’ordine. Morale, i ladri vengono acciuffati dalla polizia sotto il viale con il malloppo ancora tra le mani e portati in questura. E qui ci deve andare anche la vittima del furto, perché deve riconoscere i colpevoli e fare la denuncia. Così la parrucchiera chiude il negozio, va in questura e ci sta quasi tre ore per le formalità di rito. I ladri, una volta denunciati, ci stanno un’ora ed escono dall’edificio molto prima di lei. Ma mica è finita: quando esce, dopo avere fatto la brava cittadina e avere perso in pratica una giornata di lavoro, i due malviventi sono lì fuori che l’aspettano. Per minacciarla. Una cosetta tipo: «La prossima volta che ci

denunci, passi dei guai molto più seri». L’antifona penso si sia capita e riguarda uno dei troppi mali di una nazione dove la giustizia, ma soprattutto quella che pensiamo essere una logica applicazione della medesima, è una nube chimerica. D’accordo, l’episodio in sé non è così grave e, a quel che mi risulta, nessuno ha più importunato la parrucchiera.

Ma in Italia un tizio, con l’aggravante della divisa, ha distrutto il corpo di una ragazza dell’Aquila durante quello che lui stesso ha definito “rapporto consenziente” e se ne sta tranquillo ai domiciliari e di sicuro si beccherà un paio d’anni con condizionale e tornerà a camminare fra gli umani.

In Sicilia un tipo, ubriaco al volante, ha distrutto una famiglia intera e non solo non è stato punito esemplarmente, ma si è rimesso pure a guidare.

Il rapporto fiduciario tra il cittadino e lo Stato, sul fronte giuridico, sta venendo meno ed è strano che, con tanti “professori” alle leve di comando, ancora nulla si faccia per adeguare la pena al peso del reato. Perché sta diventando sempre meno vera quella frase che campeggia, o dovrebbe campeggiare, nei tribunali. Quella storia, appunto, che la legge è uguale per tutti. Vediamo come finisce l’incredibile e mostruosa faccenda dell’Aquila e poi ne riparliamo.

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Categorie:Editoriali
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