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Dietro la logistica

21 giugno 2012

Cosa sta succedendo, o potrebbe succedere, sul fronte della logistica alessandrina, e soprattutto del Terzo Valico? Se lo stanno chiedendo in diversi, tra gli addetti ai lavori (soprattutto del centro sinistra) dopo le vicende degli ultimi giorni.

Chi conosce un po’ Paolo Filippi, presidente della Provincia di Alessandria, sa che è uomo prudente, e politico navigato. Non il tipo da sfoghi estemporanei insomma, soprattutto a mezzo stampa. Quindi la sua dura presa di posizione dell’altro giorno, dopo l’ipotesi di marcia indietro della Regione Piemonte sulla logistica alessandrina (Slala più retroporto) non va sottovalutata. Anche perché rafforzata di lì a breve da un comunicato del PD alessandrino che ha chiarito ulteriormente, se ce n’era bisogno, come stanno le cose: ossia attenti a tirar troppo la corda, che potrebbe spezzarsi. E, insomma, senza logistica sul nostro territorio, anche il Terzo Valico potrebbe tornare in discussione.

O almeno così è sembrato di capire ad alcuni osservatori, per cui la dietrologia (o dietrologistica, in questo caso?) si è subito sbizzarrita.

A partire dai sostenitori del No Tav, che hanno argomentato il loro punto di vista in merito, del resto già chiaro da tempo. Fino a diversi esponenti del centro sinistra alessandrino e non, che stanno cercando in queste ore di vederci chiaro. Possibile che il PD (a cui il sostegno ufficiale al Terzo valico sta generando non pochi problemi sia sul fronte delle alleanze, sia in termini di consenso tra la popolazione) stia cercando una strada dignitosa per “sfilarsi”, a fronte di una mega opera pubblica che, a parere di molti (noi compresi) genererà costi economici, sociali e ambientali spropositati e “spalmati” su tutta la popolazione, a fronte di benefici certi e garantiti soltanto per i soliti noti?

Lo scopriremo strada facendo, ma ad oggi è difficile immaginare una così rapida “giravolta”: troppa grazia per i “No Tav” di casa nostra, che probabilmente dovranno prepararsi ad ulteriori, disagevoli battaglie.

Quel che è certo, però, è che al di là delle nomenklature il Terzo Valico lo vogliono davvero in pochi, e il rischio “boomerang” è davvero dietro l’angolo (considerata anche l’impopolarità dei partiti tradizionali, a prescindere dall’opera in questione).

“Non lo faranno mai, credimi”, mi ha detto ieri un esponente del centro sinistra alessandrino. A cui peraltro non ho mancato di segnalare che, tra l’opera completa e il suo annullamento totale il vero rischio è la “zona grigia” all’italiana: ossia un’opera finanziata (e pagata dai contribuenti sulla carta) ma mai ultimata. Una sorta di autostrada del sud a cavallo tra l’appennino ligure e quello alessandrino insomma.

La voce della verità, poi, è forse quella dell’autotrasportatore (dipendente di un noto gruppo del territorio) che ho incontrato domenica sera, amico di un amico. Ci ha descritto un mercato locale a pezzi: “i nostri mezzi stanno quasi sempre fermi, o girano a vuoto, simulando attività che non ci sono. Quella poca merce che ancora arriva a Genova è intercettata al porto da compagnie rumene e albanesi che viaggiano a costi per noi impensabili. E il tutto mentre tra Tortona, Castel Sangiovanni e i dintorni di Milano sono sbocciate fior di aree attrezzate completamente inutilizzate, realizzate con contributi a fondo perduto dell’Unione Europea”. E allora al Paese dei bluff serve davvero spendere 7 miliardi di euro nel Terzo Valico, o è uno spreco insostenibile, a prescindere dalle decisioni della Regione Piemonte?

E. G.

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Categorie:In primo piano
  1. mandrogno
    21 giugno 2012 alle 08:51

    si tira una coperta
    diventata un po’ corta
    o si lotta con durezza
    per la solita fetta di torta?

  2. 21 giugno 2012 alle 09:03

    Ci accusarono di essere stati gli artefici del bogotazo, soprattutto quel gov’nuk di Marshall, il grande distributore di regali “disinteressati” dello zio sam; sì, proprio lui, quello del piano omonimo che, tanto bene, conoscete. Quando assassinarono il liberale Gaitán, il giorno che aveva appuntamento, a Medellin, capitale della Colombia, nel’48, con uno sconosciuto studente cubano, tale Fidel Castro, cominciò un periodo di ribellioni e disordini, che fu definito Bogotazo. Successe mentre si tentava di preparare un congresso degli studenti latino-americani, in concomitanza con la IX Conferenza Panamericana, filostatunitense, pilotata da Marshall. Ricordo quando Fidel mi raccontò le sue sensazioni, la vampa di indignazione che incendiò la folla di poveri contadini e cittadini che, spontaneamente, cominciarono le manifestazioni di protesta, provocando la reazione dei militari, che dalle torrette dei blindati mitragliarono la folla, causando una delle tante stragi. Da allora monitorammo continuamente quello che succedeva nel paese, tramite, anche, il movimento delle Farc, marxiste e bolivariane, arrivando fino quasi al 2000.
    Verso la fine del millennio, un noto “general contractor”, made in italy, cominciò la costruzione di una “grande opera”, denominata Connessione viaria Valle d’Aburrá – Río Cauca’; scommetto pensavate ad una diga, e invece no, è una strada e i problemi più grandi si ebbero per un tunnel, scavato realizzandola, denominato “Tunel de Occidente”. Arrivando nel municipio di San Jeronimo, alla “Vereda Mestizal”, nei primi anni 2000, ci si accorgeva subito che qualcosa non andava: le frane sempre più frequenti avevano “accompagnato” a valle diverse abitazioni, un asilo nido e tutte le coltivazioni, avevano interrotto la strada tra il municipio e la frazione, costringendo gli abitanti ad un giro lunghissimo, per raggiungere il villaggio, distante pochi chilometri. Il resto delle abitazioni, in virtù delle fratture nel terreno, in alcuni punti con un dislivello intorno al metro, erano lesionate gravemente, per il lungo e per il largo, squarciati pavimenti e soffitti.
    Risalendo il monte, violentato dagli sterratori “made in Italy”, i danni erano sempre più evidenti: 3 asili nido per i poveri trasferiti in baracche, coperte da un semplice telo di nylon, “Las Brisas” crollato e “Los amigos inagibile”, i bambini all’addiaccio.
    La prima favola era stata quella del temporaneo disagio dovuto alle vibrazioni generate dal passaggio dei mezzi pesanti, ma presto non vi credette più nessuno. La montagna era stata aggredita con tagli diretti, invece di ricorrere a più sicuri tagli trasversali; per la costruzione della strada di collegamento, 10 km, furono tagliati torrenti, distrutti boschi costruiti ponti e per lo sbancamento del tunnel furono fatte esplodere 450 tonnellate di dinamite. In seguito a ciò e al conseguente dissesto idrogeologico, con falde acquifere interrotte o deviate, il disastro ambientale fu immane e deliberato.
    Ma la ciliegina sulla torta ingegneristica fu la costruzione della discarica degli inerti, dello scavo, sulla cima del monte. Sì, avete capito bene, due ettari, sottratti ai legittimi proprietari, caricati di un peso esagerato che, spingendo verso il basso, accelerarono il dissesto della montagna.
    Una perizia dell’Università de Medellin recitava così: “Si evidenziano fratture per ‘scivolamento’ nelle abitazioni di spessore variabile tra gli 1,5 mm e i 32,5 mm e la dimensione di esse cresce con la vicinanza alla Connessione viaria, indicando l’esistenza di un’associazione spaziale, di questo processo, con le faglie nel materiale saprolitico dei pendii. Esistono inoltre fratture ai pavimenti con spessori di 110 mm con dislivelli di 26 cm e profondità della frattura di 80 cm”.
    Nel 2001 avevano scavato 4.267.000 m3 tra terra e roccia e altri milioni sarebbero stati scavati in seguito. In virtù di ciò, senza alcuna possibilità di controllo del territorio, dato che solo nella zona di Medellin, senza scomodare Escobar ed eredi, si calcolava, negli anni intorno al 2000, vi fossero 309 bande criminali a cui sarebbero stati affiliati tra gli 8.600 e i 9.000 giovani, sorsero dappertutto discariche dei materiali di risulta, di “smarino” potremmo dire; furono, inoltre, costruiti terrapieni, che sommati alle infiltrazioni di acqua piovana, aggravarono ulteriormente la situazione. Quindi migliaia di poveri cittadini “esplazados”, eradicati senza possibilita di sostentarsi, in una delle zone più povere e più violente del pianeta, un grande disastro ambientale e ultimo, ma non meno importante, un costo economico esagerato, che provocò problemi gravi alle, già dissestate, finanze della regione. Tra l’altro, secondo la legge colombiana, i proprietari beneficiati dall’esproprio, dovevano contribuire finanziariamente, dato che il tunnel valorizzava il territorio; quando si dice, da voi, “cornuti e mazziati”. Ma, infine, questa “opera” che, indubbiamente, fece la fortuna politica di qualche “patron”, a cosa serviva?, ma a ridurre la distanza tra Medellín e Santa Fé da 74 km a 52 km na turalmente……E lì non avevano fantomatici container cinesi, per cui ridurre di alcune decine di minuti un viaggio di settimane………. Chissà se in Colombia c’era qualche partito politico che vigilava costantemente, con una sua “unità di crisi”, pronto a cogliere qualsiasi cambiamento politico-ingegneristico, nel corso dell’ “opera”, come sono certo succederebbe da voi, in un caso analogo?. Da voi un conctractor del genere sarebbe costretto, da avveduti amministratori, a lavorare con tutti i crismi, eh! Già!.

    Mi sembra sempre di dimenticare qualcosa (ah! la pepperskaja), come quando non ricordi se hai chiuso il gas o spento la luce, chi era il general contractor in Colombia?; ora ricordo! Ma Impregilo naturalmente!.
    Non di sole dighe vive l’uomo………

  3. anonimo (luigi rossi?)
    21 giugno 2012 alle 09:37

    Dopo anni di campagna elettorale per il comune di alessandria, oggi il desaparecido (e poco operoso) filippi ricompare sull’argomento classico: appalti con denari pubblici.
    Ma si sbaglia chi pensa che lo faccia a nome suo o del partito, o tantomeno per i cittadini.
    Il ragazzo è fedele esecutore, come sempre, in nome e per conto di un grossissimo polipoltronato padrino.
    La curiosità caso mai potrebbe essere la seguente: di cosa ha bisogno, oggi, impregilo?

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