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Il Superstite (93)

23 giugno 2012

di Danilo Arona

Che il trisettimanale di Alessandria “Il Piccolo” di mercoledì 20 giugno dedichi a pagina 5 un articolo alla sopraggiunta pensione di Carlo Fenaroli, mi pare giusto, sacrosanto se non dovuto. Carlo, dirigente di punta della sede INPS locale, lascia dopo quasi 40 anni di eccellente attività e il fatto mi provoca a livello personale, per un effetto riverberante “a specchio”, una sensazione di nostalgico spaesamento, non so quanto comprensibile da parte di chi legge. E va da sé, non è il caso che lo ricordi io, che Carlo ha attraversato da protagonista la vita sociale e politica di questa città.

Il fatto è che l’uomo è una di quelle persone che, fra inevitabili alti e bassi di frequentazione, condivide la mia vita da ben molto più tempo di quanto non dati la sua assunzione all’INPS che risale appunto al 1973. A quell’epoca con Carlo avevamo già percorso gli insidiosi sentieri degli esami di gruppo a Genova  e le questue universitarie, sulle quali – lui consenziente – io alzerei sul serio un velo pietoso. Ne avremmo vissute ancora insieme di cotte e di crude, tra cui la campagna referendaria per il divorzio, una mitica settimana a Parigi “all inclusive”, un’esperienza politico-culturale gomito a gomito e, soprattutto, le fantozziane vacanze in Croazia per tre estati di seguito, robe che a raccontarle nessuno ancora ci crede. Siccome a a proposito di queste ultime, Carlo mi ha inviato una rigorosa e lucidissima mappa di notazioni mnemoniche sulla quale diventa quasi obbligatorio impostare un amarcord di rara forza comica, rimando alle prossime puntate il medesimo. Non senza però ricordare a Carlo e a me stesso, dato che latita dal suo elenco, il tremendo scherzo dei “galli cantanti” tirato in un campeggio dalle parti di Medulin a dei nostri vicini di tenda tedeschi usi ad alzarsi prestissimo al canto di un malefico gallo ubicato a ridosso del villaggio turistico. Non chiedetemi che ci faceva un pollaio vicino a un camping in riva al mare: erano gli anni Settanta, quella era la Iugoslavia e garantisco che il posto era pure splendido. Ma tutte le mattine alle 5, non appena si accennava l’aurora, quel rompiballe pennuto attaccava con il suo verso e questi tre bisonti schizzavano fuori dalle tende, cantando a squarciagola canzoni della foresta nera con gli asciugamani penzolanti dai colli taurini: insomma, svegliandoci sul più bello. Non sapevano i furbastri teutonici che, sull’imitazione del canto del gallo mattiniero, Fenaroli e io non avevamo rivali, come non ne avevamo sull’imitazione del berciare delle galline ovaiole. Così una notte, poco prima delle tre, ci piazzammo un po’ lontani – ma non così tanto da non poter vedere –  dalle nostre e dalle loro postazioni e cominciammo l’ingannevole concerto, non prima di aver disseminato il sentiero di bidoni pieni di spazzatura. Pochi secondi di “chicchiricchì” umano e il sibilo graffiante della tenda che si apriva ci annunciò che gli umanoidi avevano morsicato “come cipie” al canto dei finti galli. Si precipitarono fuori, gongolanti e intonanti i soliti peana, con saponette e asciugamani, ma si schiantarono dopo pochi metri a causa degli ostacoli che avevamo frapposto tra loro e i bagni del campeggio.

Non dormì più nessuno quella notte, ma la vendetta, allora come oggi, ha un sapore dolce e buono di rivalsa. Anche profetico: vedi lo spread, la Merkel, il mito mai tramontato di Italia-Germania 4 a 3.

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Categorie:Editoriali
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