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Il Superstite (94)

1 luglio 2012

di Danilo Arona

Pesco l’intervento di oggi da un mio pezzo più ampio intitolato “Il Bolscioi”, pubblicato nel 2004 sul volume “Alessandria in scena – Storie cittadine di teatri e teatranti”, dedicato alla storia del nostro Teatro Comunale. Il perché di questa scelta nel momento attuale, tragico per l’amata azienda che chiunque in Italia ci invidiava, penso risulti chiaro a tutti.

«Nell’estate del 1982 scoppiò la famosa grana del Festival-Paguro. Quell’estate avevamo deciso, noi dell’Azienda Teatrale Alessandrina, di non mandare il cinema in vacanza e di procrastinare il Fantastikon sino ad agosto inoltrato. Un coraggio da leoni: eravamo un cinema aperto per ferie, ma il PSI (Partito Socialista Italiano che rappresentavo in consiglio) decise che quell’anno il Festival dell’Avanti si sarebbe tenuto ai giardini pubblici, di fianco al Teatro. Idea in sé con una sua logica, ma con una messa in pratica disastrosa. Quel “di di fianco” divenne “contro” e una decina di metri facevano la differenza. La compagine del garofano agganciò alla lettera i tendoni ai muri del Teatro, ostruendo le uscite di sicurezza e creando il primo ibrido della storia OGM, il Festival-Paguro.

Nell’assolato pomeriggio mi feci avanti a ricordare ai militanti che la situazione era illegale e che si dovevano rispettare le regole di pubblica sicurezza, proprio quella decina di metri. Mi ricordo solo una risposta, sprezzante ma emblematica, dello spirito social-mandrogno dell’epoca: Qui ti abbiamo messo noi e noi possiamo mandarti via quando vogliamo! Ineccepibile, e sarebbe pure accaduto. La paura mi avvinghiò la gola.

La sera, con l’inaugurazione del Festival-Paguro, nel foyer del Teatro si tenne una comica. Delmo Maestri misurava a passi di un metro l’uno di quanto entrassero dentro l’edificio gli effluvi delle frittelle di Baldassarre e dei salamini di Mandrogne. Entravano, accipicchia, se entravano. Arrivavano persino in Sala Ferrero: un’orripilante mistura di grassi idrogenati, idrocarburi e frattaglie di serie C. Il Teatro, violato, stuprato e inquinato – a pensarci ora, una sincronica metafora della stessa ignorante arroganza che ha provocato il disastro dell’amianto -, da una repellente puzza nazional-popolare che ci faceva riflettere sul secolare contrasto tra élite culturali ed espressioni artistico-culinarie della suburra proletaria.

Ma, se l’inquinamento olezzante poteva essere sopportato comunque dato che incontestabilmente il Teatro era, allora, avamposto culturale della sinistra, che dire di quello acustico? Quella sera, me lo ricordo bene, in sala grande si proiettava una malinconico thriller gotico, “La strana signora della grande casa”, con una Lana Turner male invecchiata che si riciclava come strega in un tipico filmetto da viale del tramonto. Forse pane per i miei soli denti, ma, accipicchia, il già precario impianto acustico della sala doveva cedere le armi all’altisonanza cacofonica dei troppi altoparlanti del Festival-Paguro che diffondevano l’idea socialista tramite una mista proposta culinaria e ballereccia con pesche di beneficenza e inviti all’iscrizione in massa: un casino stratosferico che non faceva arrivare neppure un gemito alle orecchie dei pochi spettatori.

Il giorno dopo si tenne un consiglio d’amministrazione straordinario nel quale fu proposto un comunicato stampa contro l’atteggiamento del PSI che aveva violato non poche regole, connettendo lo spazio del festival alle strutture murarie del Teatro. Tutti mi guardarono, aspettandosi che rispettassi il gioco delle parti. Col piffero che lo feci. Lana Turner, scherziamo? Un archetipo biondo profanato dalla puzza della salsiccia socialista. Non ebbi dubbi e apposi il mio nome alla protesta dell’ATA che finì in prima pagina su “Il Piccolo”. La polemica scoppiò, pur destinata a breve durata.

Il segretario del PSI, un giovane e già scaltro Giuseppe Mirabelli, giocò pubblicamente la carta della vittima addolorata e snobbata dagli intellettuali. In privato mi chiese ragione del mio comportamento, ma non ci fu verso di fargli capire l’importanza formativa dell’archetipo “femme fatale bionda” degli anni Cinquanta. Mi rispose con una frase tipo: “A Mandrogne non abbiamo tempo per queste sciocchezze”… Eh, già.».

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Categorie:Editoriali
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