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Il Superstite (95)

8 luglio 2012

di Danilo Arona

Tantissimi anni fa si andava al cinema. Anche d’estate, soprattutto d’estate. Ho passato infatti una consistente e formativa parte della mia vita di ragazzino nelle cosiddette “arene estive”, definizione pomposa e quasi mai azzeccata perché si trattava in generale in realtà di cortili, spesso bellissimi in quanto tali, adattati per l’occasione. Lì passavano quelle che allora si chiamavano “seconde visioni”, a volte addirittura terze, considerate le condizioni di certe pellicole.

Vorrei brevemente ricordarli, questi luoghi. Cominciando dal cinema parrocchiale all’aperto di San Rocco, ovvero il cortile fiancheggiante la sala invernale, riscaldata negli anni Cinquanta da stufa a legna e a carbone con tanto di collaborazione in tempo reale da parte degli spettatori. Quello spazio lì era il cortile dove di giorno si giocava a pallone e alla sera, piazzate le sedie, si vedeva il film, unico spettacolo con inizio alle 21 disturbato sonoramente da chi vendeva le stringhe di liquirizia.

La lista dei parrocchiali comprendeva ancora: il cinema Rovereto, accanto a Santa Maria di Castello, uno spazio suggestivo e semibombardato; il Supercinema estivo, alle spalle del Vescovado, uno scomodo e surreale cortile triangolare dallo schermo mignon che faceva debordare il cinemascope sui muri; l’Aurora, di fianco alla chiesa della Pista, dove non erano improbabili le battaglie fra bande a suon di sassi perché il cortile ne abbondava.

All’aperto, molto a suo modo, era anche il cinema Splendor, prospiciente il cavalcavia di Viale Brigata Ravenna laddove oggi c’è un noto circolo bocciofilo. Lo Splendor era un locale dei più atipici sul serio, un capannone tutto in lamiera aperto sui due lati, così da assicurare la circolazione d’aria e la frescura, se c’erano, e la proiezione anche in caso di pioggia. Peccato che, quando questa arrivava alla maniera classica di un temporale estivo, il frastuono sonoro era tale che del film non sentivi più nulla. Inoltre lo Splendor apriva sempre alle 21, ma attaccavano subito con il secondo tempo in modo da guadagnare qualche spettatore in più con lo spettacolo successivo. Uno strazio vedere il film partire dalla metà.

E finiamo in gloria con il cinema del Dopolavoro Ferroviario, per un po’ di tempo detto Ambra, che ha resistito indomito sino a qualche anno fa. Le sue “spoglie”, si fa per dire, sono ancora ben visibili di fianco al posteggio giù dal cavalcavia. E’ stato forse lo spazio più glorioso e senza dubbio quello “dedicato” al divertimento serale di un intero quartiere, il rione Pista. Ed è stato anche l’unico, visto che si trovava a pochi metri dalle linee ferroviarie, a dimostrarsi provvisto di volume “modulabile”. Infatti, quando il treno transitava con grande frastuono, dalla cabina c’era sempre l’accortezza di alzare il volume al massimo in modo che non si perdessero particolari importanti nelle parti dialogate del film. Questo accadeva in media almeno una dozzina di volte per sera. E l’operatore di cabina era sempre così abile e avvezzo da anticipare dei secondi necessari lo sgradevole sferragliare dei treni in transito.

Per la serie: tempi bellissimi e lontani, quando una piccola città di provincia riusciva a trovare la sua identità persino nelle decantate “arene estive”…

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Categorie:Editoriali
  1. CorriereAl
    8 luglio 2012 alle 12:29

    Splendida rievocazione, anche se personalmente ho avuto modo di frequentare ed apprezzare solo l’Ambra (anche nella versione invernale peraltro). Fino all’anno scorso avevamo poi quella splendida cornice che fu Cittadella di luna. Ora sembriamo una città di spettri e sudate sagre paesane.

    E. G.

  2. 8 luglio 2012 alle 16:32

    Bellissimo Amarcord del “cinema quando si andava al cinema”, caro Danilo. Ora, qui a Roma – ma credo non solo qui – le sale di prima visione sono quasi sempre semideserte. Le arene invece ancora si difendono, complici la crisi e la voglia di stare all’aperto. Ma la sensazione dominante è che il cinema, come l’abbiamo amato e vissuto noi – quando un film restava in prima visione per mesi, negli anni ’70 – ormai rimarrà solo un fantasma del passato.
    Per non parlare del pubblico che in sala chiacchiera e commenta a voce alta o addirittura consulta Facebook e naviga sullo smartphone per tutta la durata del film (giuro, è una nuova perversione!) e si abbuffa di carrettate di pop-corn al plutonio, puzzolenti come una discarica…

    • CorriereAl
      8 luglio 2012 alle 16:47

      Come ha ragione Luigi: le poche volte che mi trascinano in una multi sala il becero spettacolo del pubblico è esattamente quello che ha descritto. Nauseante, e non solo per il tanfo da popcorn. In compenso qui ad Alessandria, anzi in periferia, abbiamo ancora una sala d’essai, che si chiama Macallè. Lì il cinema ha ancora la magia che altrove sembra perduta. E il pubblico è motivato e civilizzato.

      E. G.

  3. Paolo Lineri
    8 luglio 2012 alle 16:32

    Le stringhe a sanrocco le vendeva Natale, aiuto di Moro il sacrista, attraverso un’ apertura nel muro di 30 cm di lato!

  4. 9 luglio 2012 alle 21:17

    grande Conte! Rivisitazione perfetta: C’era anche quello del Cristo, si può ancora vedere lo schermo dal parcheggio del Brico/Galassia nel cortile di una bella palazzina di inizio novecento.Show must go on…..

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