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[BlogLettera] Moriremo di spread?

9 luglio 2012

Dobbiamo proprio morire di spread, oppure cambiare radicalmente le regole della finanza globale che da anni ci sta turlupinando?

Peccato che le inchieste televisive, tipo quelle di Milena Gabanelli, in estate siano sospese ed i programmi televisivi dell’estate siamo tutti improntati all’intorpidimento delle coscienze, perché in questi giorni ci sarebbe stato argomento valido per discutere ancora una volta di banche, di strumenti finanziari e derivati, di spread, di rating, insomma di tutti quegli strumenti che servono per fregarci tutti senza scampo.

Forse avremmo incominciato a renderci conto che il cosiddetto “libero mercato” globale non funziona con la responsabilità e quell’efficienza che ci saremmo dovuti aspettare e che i nostri sforzi per “restituire fiducia ai mercati” e le tasse che il governo ci impone di pagare rischiano di non servire a nulla se non a salvare lo stesso perverso sistema che per anni ha garantito lauti guadagni per pochissimi pescicani della finanza a danno della rovina di molti.

Ci stiamo accorgendo che è stato davvero superato il limite della decenza ed i governi di tutta Europa fanno finta di niente.
Nello scandalo sono coinvolte un limitato numero di banche, ma tutte di grosso calibro, a cominciare da quelle inglesi, come la Barclays e la Royal Bank of Scotland (salvata dalla bancarotta solo pochi anni fa con soldi pubblici), il colosso londinese HSBC, ma anche la Deutsche Bank tedesca, la J.P. Morgan Chase americana e altre, tutte di importanza internazionale.

In questi giorni una inchiesta governativa inglese ha fatto saltare le poltrone del Presidente e dell’Amministratore delegato della Barclays, che sono stati costretti a dimettersi ed una multa di ben 290 milioni di sterline (pari a circa 360 milioni euro) è stata affibbiata alla suddetta banca, per aver contribuito, con altre banche citate, a falsificare i dati che contribuiscono a calcolare il famoso indice Libor, cioè il costo del denaro. Una cosa seria, perbacco.
Cosa è successo e come ha potuto accadere che per anni (è dal 2005 che il giochetto va avanti) venisse manipolato il calcolo del costo del denaro che le banche si prestano reciprocamente?

Se ciò avesse soltanto un riflesso sulle operazioni finanziarie tra banche sarebbe ancora nulla, ma invece il giochetto truffaldino incide anche su una quantità enorme di operazioni di finanziamento, prestiti e mutui a tassi indicizzati a carico di una massa di cittadini inconsapevoli  (si parla di ben 800.000 miliardi di dollari) per cui uno zero virgola in più o in meno del suddetto indice è in grado di arricchire oltre misura un  ristretto numero di speculatori che si nascondono dietro la manovra.

Come veniva calcolato questo tasso di riferimento interbancario e comunicato alle autorità finanziarie e alla borsa di Londra?
In teoria i dati giornalieri dei tassi che venivano praticati da un ristretto e molto qualificato manipolo di banche (meno di una ventina) veniva registrato dall’autorità di borsa e dopo aver scartato il più alto ed il più basso veniva fatta la media dei restanti e voilà il Libor.

Nella realtà si è venuti a scoprire, anche in questo caso attraverso intercettazioni (benedette!!), che i boss di quelle banche si scambiavano messaggi per manipolare a seconda della loro convenienza  i dati in loro possesso e variare sia pur di poco ma su una platea di dimensioni praticamente mondiali  il livello dell’indice in questione.

Lo scandalo è grosso e le conseguenze possono essere gravi per coloro che hanno approfittato della loro posizione per frodare la pubblica fede.
Ricordo che non più tardi di un decennio fa in Italia si sproloquiava di libera concorrenza fra banche e molti gonzi in buona fede auspicavano come soluzione ottimale l’arrivo delle banche estere, proprio quelle di cui si parla adesso, cioè le banche inglesi, tedesche e americane, le più coinvolte nello scandalo della manipolazione del Libor.

Non ci bastavano i Fiorani, i Geronzi, i Ricucci di casa nostra? Questi erano ladri di polli al confronto con i pescicani della City o di Wall Street e forse anche la cancelliera tedesca, che tanto predica il rigore  dovrebbe darsi una guardata in casa.
La stessa cosa era già successa con le Compagnie di Assicurazioni straniere, il cui arrivo sul mercato italiano avrebbe dovuto abbassare il costo dei premi, ma nulla di ciò è mai avvenuto, anzi.  Dopo qualche anno qualcuna è stata costretta alla fuga dal mercato.

Le famose banche inglesi che già quindici anni fa facevano mutui di ammontare spinto fin oltre il 100% del valore immobiliare, abbiamo poi visto la fine che hanno fatto. Sono solo venute a fare danni, contribuendo a drogare ulteriormente il mercato immobiliare con le conseguenze che tutti vediamo.

Non sarebbe forse il caso di dare una bella regolata al cosiddetto “libero mercato dei capitali”? Se noi poveri tapini dobbiamo accettare piani di austerità sempre più pesanti, perché non cominciare oltre che dall’assoluto divieto delle transazioni allo scoperto, da un più rigoroso controllo delle operazioni sui derivati (soprattutto sulla natura dei soggetti che operano)  dalla lotta nei confronti dei paradisi fiscali  per poi arrivare all’applicazione generalizzata della tassa sulle operazioni finanziarie, la famosa Tobin-tax di cui si parla già da tempo? Visto che il cosiddetto “libero mercato” non è in grado di autoregolamentarsi e la responsabilità di trovare poi gli aggiustamenti ricade sempre sulle tasche dei contribuenti, perché il potere pubblico non può fare la sua parte, ponendo vincoli seri?

E poi, ma questo è un auspicio che condivido con una minoranza di economisti di rigorosa matrice dirigista, non sarebbe di nuovo il caso di separare le banche di credito ordinario da quelle di puro investimento, libere di sguazzare nel pantano della finanza ma senza obbligo di salvataggio da parte degli Stati (leggasi contribuenti)?.
In Italia, tanto per intenderci, si tratterebbe di un ritorno alle regole della Legge Bancaria del 1939. Non ci sarebbe nulla di cui vergognarsi per un ritorno al passato così clamoroso.
Il denaro è un bene che deve essere manovrato con cautela e difeso, specialmente quello guadagnato con la fatica di un lavoro onesto.

Luigi Timo

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