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Il Superstite (98)

28 luglio 2012

di Danilo Arona

Così un amico giornalista proprio ieri: «C’è poco da fare. E da scrivere. Qui la gente è indifferente. Un bel misto di storico cinismo, di genetico temperamento e di più recente rassegnazione, fatto sta che qui può cascare un meteorite e tutt’al più si alza un sopracciglio per lo spostamento d’aria. Con quel che può succedere a Spinetta, dopo l’ILVA di Taranto, nessuno s’indigna, nessuno protesta. Nessuno ha quel minimo di memoria storica per fare due più due e rendersi conto che la catastrofe ambientale c’è sempre stata e ha provocato morti su morti per le solite malattie dal nome impronunciabile. Ma da dove viene, secondo te, un DNA del genere?»

A me è venuta questa risposta: «Viviamo borderline con la campagna piemontese e abbiamo sofferto per troppo tempo della sindrome del sole e del silenzio». Faccia stupita e: «Ah, e che malattia è?»

Faccio rispondere al grande Pupi Avati:
«Delle “voci” hanno arricchito la mia adolescenza e la mia infanzia. Un mondo di apparenti sogni, ma i sogni di noi ragazzi di campagna erano quasi sempre incubi e non poteva essere altro che così. Noi venivamo educati attraverso la paura piuttosto che attraverso la rassicurazione, non certamente con la favola a sfondo morale, l’apologo, ma usando un deterrente che era appunto il terrore. Il buio in campagna è buio in modo assoluto. In città ci sono sempre oscurità relative, più letterarie che autentiche. Invece di notte, in campagna, in certi momenti tu sei dentro a un buio totale. Riempire il nero di questo spazio diventa una necessità, sei costretto a farlo e, se hai frequentato molto il terrore, diventa automatico riempirlo di cose spaventevoli. E’ un’educazione impartita sin da bambino, che è cresciuta con te, abituando il tuo immaginario a produrre un altrove, un mondo circostante che non esiste ma che diventerà lo strumento necessario attraverso il quale racconterai le tue storie. La sindrome del sole e del silenzio è il prodotto di un rumore indefinito e sconfinato che scaturisce dal silenzio e anche dalla luce. L’insieme di queste due cose: una luce assordante e un silenzio accecante».

Anamnesi perfetta. Se questa è stata la cifra evolutiva di più generazioni, ovvero il trauma della crescita, l’indifferenza difensiva è uno dei risultati possibili. E’ così paradossale e strano che proprio in campagna – un mondo al quale appartengo un po’ schizofrenicamente, al 50% – e ai suoi margini si voglia essere in certi casi tanto sordi e tanto ciechi da non voler neppure parlare di ambiente compromesso, leggi amianto, pesticidi o bombe ecologiche di varia e diversa origine. E la conclusione che fa un po’ male forse l’ho già raccontata: negli anni Ottanta portai una gattina ammalata dal  veterinario Mutti. Lui, umanissimo e sempre sorridente anche quando proprio non ne aveva voglia, la visitò e senza sapere nulla di lei sentenziò: «Gatti così o vengono da Casale oppure da Spinetta Marengo.» Verità storica, inconfutabile. Allora la raccontai, scrivendone, e bonariamente mi dissero: «Parli sempre di fantasmi, eh?»

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Categorie:Editoriali
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