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Morire di lavoro

30 luglio 2012

In un servizio televisivo da Taranto, nei giorni scorsi, si dava voce agli operai dell’Ilva, intenzionati a lavorare a tutti costi e al di là di qualsiasi verifica di tipo ambientale: “meglio morire di cancro che di fame”. Probabilmente peraltro non la pensano allo stesso modo tanti altri fra gli oltre 300 mila abitanti di quella città.

In uno speciale su La 7, qualche giorno prima, un ex operaio del polo chimico di Spinetta Marengo parlava con una certa fierezza del suo “naso bucato”, in sostanziale sintonia con lo spirito tarantino. E naturalmente emergeva anche una certa ostilità verso la gente che non ha più voglia di lavorare, ecc ecc.

Ilva, Eternit, Solvay, e chissà quanti altri esempi, a voler guardarsi attorno (ex fabbricazioni nucleari, ad esempio?). Certo, sul piano giudiziario tutte storie diverse, e non ci mettiamo certo qui ad emettere o anticipare sentenze. Sempre tardive comunque, e incapaci di ridare la vita a chi l’ha persa.

Ma è impossibile non constatare, con amarezza, che è una parte significativa degli addetti a chiedere di essere utilizzata come semplice forza lavoro, a prescindere dal livello di rischio per la salute che una certa attività professionale comporta. Meglio: si chiede l’oblio, si vorrebbe poter ignorare certe Cassandre, e lavorare sereni (ossia ignorando la situazione), che tanto è uguale. Quando ti tocca ti tocca, magari domani fai un incidente in auto e ci resti secco, e altre simili banalità.

“Ma guarda che sarà sempre così, che ti frega?”, mi dice il solito amico un po’ cinico, e un po’ realista, “certi lavori qualcuno deve pur farli, e se c’è chi è così ben disposto, tanto meglio”.

Quasi quasi, vi confesso, mi sta convincendo. E in fondo, se i lavoratori di cent’anni fa suscitavano piena solidarietà perché dovevano accettare condizioni di lavoro disumane per soddisfare bisogni primari (la sopravvivenza fisica propria e dei famigliari), tutto sommato una classe di lavoratori che desidera rischiare la pelle per soddisfare bisogni assolutamente indotti (l’auto da 20 mila euro, i gadget tecnologici, la seconda casa, le vacanze e completate voi l’elenco a piacere) non è che può suscitare tutta questa pietas, diciamocelo.

Però. Eh sì, un però c’è sempre. Quanti tra i morti casalesi (e non) di mesotelioma non avevano mai lavorato all’Eternit? E i decessi per certi tipi di cancro o leucemia in Fraschetta pensate che riguardino solo gli addetti del polo chimico?   Idem con patate, immagino, a Taranto, che è realtà lontana (ma uno stabilimento Ilva c’è pure a Novi Ligure, ricordiamocelo).

Quindi esigere la massima chiarezza sul fronte della salute pubblica è un diritto di noi tutti.
Così come chiedere che i responsabili di certi disastri ambientali paghino, sia a livello penale che sul piano dei costi reali di bonifica dei territori.

Se poi c’è chi si ritiene fortunato di lavorare in certi complessi industriali, e li difende a spada tratta, che lo faccia. E buona fortuna per la sua salute.

E. G.

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Categorie:In primo piano
  1. maurizio fava
    30 luglio 2012 alle 11:12

    Caro Ettore,
    questa volta l’argomento, tanto grave, e tanto drammaticamente connesso al nostro territorio, da meritare una risposta articolata.

    Io credo ci siano responsabilità gravissime, ogni volta che un luogo di produzione si trasforma in una causa diretta di morte.
    Prima la storia: ACNA di Cengio, Ecolibarna, Stoppani a Cogoleto, Montedison (coi suoi cambi di nome) a Spinetta, ETERNIT … e chissà quanti altri casi meno gravi o soltanto meno evidenti.

    IL FALSO MITO: IL LAVORO A TUTTI I COSTI.
    Davvero è meglio un lavoratore morto che un disoccupato vivo?
    e quando muoiono, come a Casale e a Taranto, anche i figli di quei lavoratori? e se muoiono anche cittadini ignari, che manco hanno goduto di quel “pugno di dollari” di quegli stipendi da fame? e se l’aria, o l’acqua, ne risultassero ammorbati per sempre? se l’unico modo di creare posti di lavoro fosse quello di costruire una enorme bomba destinata a scoppiare e distruggere il pianeta intero, avrebbe senso lavorare per la propria distruzione? Di fatto sta succedendo, con tante “bombe” più o meno grandi che scoppieranno, presto o tardi. E tremo all’idea che ci sono luoghi che stanno ancor peggio dell’Italia.

    Le responsabilità:

    – “Imprenditori” committenti:
    il loro scopo non è MAI stato quello di dare lavoro, ma sempre e solo quello di generare PROFITTO per se stessi, il più alto possibile, a tutti i costi. Di solito il rischio di impresa è sempre stato aggirato mediante soldi pubblici, e il sistema della giustizia italiana, sempre debole coi forti, gli ha garantito sempre IMPUNITA’ fino al dr. Guariniello (una mosca bianca nelle nebbie delle procure).
    Questi figuri dovrebbero essere imputati per omicidio plurimo, o strage, con le aggravanti spesso del disastro ambientale e dei futili motivi, specie se si accertasse che erano a conoscenza di rischi e dei terribili “effetti collaterali” delle loro speculazioni, come acclarato per Schmidelny
    Spesso per avere maggiori guadagni si evita di installare sicurezza, o fare controlli seri, o prendere contromisure per abbattere i danni. Succede ad esempio quando nottetempo si smaltiscono scorie pericolose in modo illegale)
    – Progettisti e costruttori:
    hanno responsabilità gravi se consci che in cambio del loro guadagno immediato stavano costruendo qualcosa di pericoloso che avrebbe portato malattie e disastri in futuro. Ma molti erano e sono solo IGNORANTI esecutori di ordini altrui, e a volte in passato non disponevano ancora di strumenti e conoscenze tecniche e sanitarie adeguate.
    – Amministrazioni pubbliche, e politici:
    ancora una volta brillano per idiozia e spregiudicatezza, o come minimo per assenza di intelligenza e visione prospettica e capacità tecniche e di programmazione. In poche parole, dei delinquenti o degli inetti.
    Perseguire in modo disinteressato il falso mito dei “posti di lavoro” tout court”, COSTI QUEL CHE COSTI, è pazzia pura, grave esempio di disprezzo per i cittadini e per il territorio. Peggio ancora se si tratta solo di incassare i famigerati “oneri di urbanizzazione”, che poi di solito vanno a disperdersi in mille rivoli di dubbia utilità, dalle rotonde circolatorie a aiuole che seccheranno presto, a contributi inutili a gruppi e associazioni altrettanto inutili ma che offrono consensi elettorali.
    La cosa si aggrava, e dovrebbe avere pesantissime conseguenze penali, se il politico è in MALAFEDE, e usa il suo ruolo pro tempore per favorire in modo illecito gli interessi privati dell’imprenditore di cui sopra. Anche i legislatori, sempre pronti a concedere agevolazioni, deroghe alle normative di sicurezza, corsie preferenziali, coperture di ogni tipo, sono direttamente coinvolti nelle responsabilità.
    Qui si tratta di dolo, corruzione, e complicità oggettiva, e le imputazioni dovrebbero essere le medesime con l’aggravante del ruolo pubblico.
    – Enti di controllo tecnico:
    quasi mai efficienti anche in caso di specchiata onestà, e anche privi di reali poteri pratici e diretti, a volte mancano anche di quel requisito di partenza, l’onestà. Qui si configurano casi di omissioni, favoritismi, controlli con preavviso. Si dovrebbero analizzare anche questi casi, e eventualmente perseguirli con durezza, a partire da un immediato licenziamento in tronco per giusta causa per i funzionari coinvolti.
    – Sindacati:
    lo dico da ex delegato sindacale (senza distacco): secondo me DEVE esistere una scala di valori prioritari assoluti.
    Certo che tra lavoro e disoccupazione si deve favorire il lavoro. Ma tra la VITA e la SALUTE dei lavoratori e delle popolazioni anche future contrapposte alla “busta paga”, non dovrebbero MAI esserci dubbi a favore delle ragioni dei primi. Un lavoratore non può diventare un killer per conto terzi.
    Purtroppo invece i sindacalisti (i “professionisti con distacco”, quasi sempre) vivono forse nel terrore di dover tornare a lavorare, e allora si assiste a cose assurde.
    Come le persecuzioni a Lino Balza, sindacalista dalla parte della salute a Spinetta, Ma anche, la scorsa settimana a Novi, a una “strano” uso dei lavoratori portati a manifestare col placet della dirigenza e della proprietà nelle strade della città in favore del “padrone” dell’ILVA, agli arresti domiciliari per i disastri e i morti di Taranto.
    Se si pensa che un mese fa, in occasione dell’ultimo mortale infortunio sul lavoro all’interno dell’Ilva, non avevano neppure fermato il lavoro (con il collega coperto con un telo mentre si continuava a lavorare) direi che qualcosa non va, davvero, in “questi” sindacati.
    Mezzi di informazione:
    Troppi, davvero troppi, i giornalisti che di fronte al potere, politico o imprenditoriale o entrambi, NON fanno il loro mestiere, che dovrebbe essere quello di INFORMARE della realtà, e dei fatti.
    Minimizzare i rischi, ed esaltare gli eventuali risvolti positivi, a volte ingigantendoli e dandoli per certi senza indagare e verificare, è un modo per distogliere l’opinione pubblica dalla presa di coscienza e dalla conoscenza della realtà e dei problemi. L’ormai quasi totale eclissi del “giornalismo di inchiesta” (quello di Milena Gabanelli, per capirci) è un’evidenza di remi tirati in barca, per quieto vivere o, a volte, per una più grave forma di collusione. Nel caso di Spinetta e del cromo esavalente, per restare vicini a noi, è stato molto più diretto e chiaro il sindaco Fabbio in una singola dichiarazione in TV che decenni di “pezzi” diplomaticamente scritti per non farsi del male.

    Intanto oggi si discute di altre aziende a rischio, e di “grandi” opere potenzialmente devastanti per ambiente e salute. come il TAV Terzo Valico.
    Il mito da rincorrere è sempre quello: il “progresso” e i “posti di lavoro”. Camusso si schiera, ovviamente, da par suo (lasciai la CGIL dopo averla vista in azione a Confindustria Milano contro i lavoratori che difendevo da delegato senza distacco).
    Dio perdoni tutte le responsabilità, specie se in malafede.
    Ma non le perdonino gli uomini. Bisognerà chiederne conto, e mai dimenticarle.

  2. CorriereAl
    30 luglio 2012 alle 11:43

    Pienamente in sintonia caro Maurizio. Sto “annusando” un po’ la vicenda polo chimico di Spinetta, nei suoi risvolti non solo strettamente processuali, ma di impatto (e connivenze) con il territorio, ed è davvero un emblema, al di là di quel che si accerterà in tribunale (l’unico avvocato a cui ho dovuto far ricorso in vita mia mi disse: “Grassano, verità e Giustizia non sono neanche lontane parenti”, e concordo). L’emblema di un modo dominante di pensare, di comportarsi, di agire. Mi viene da dire, come sempre, che ce lo meritiamo ‘tutto’ il polo chimico, come ci meritiamo certa classe dirigente, politica e non. Comunque ho constatato che, quando periodicamente e ostinatamente torno sul tema lavoro/salute/inquinamento, gli interventi qui nel blog sono rarissimi. Molti meno di quelli per le penne di Fabbio insomma, o per i viaggi in Cina di Dallerba e della Provincia, per fare esempi. Eppure, non per sminuire queste ultime vicende, ma insomma sono livelli un po’ diversi, no?

    E. G.

  3. Maciknight
    30 luglio 2012 alle 12:47

    Direi che hai riportato i concetti essenziali da tutti i punti di vista, anche etici e morali. Da un punto di vista libertario è anche giusto che chi vuole rischiare la propria pelle consapevolmente lo possa fare per una remunerazione proporzionata ai rischi corsi, IL PROBLEMA PERO’ E’ CHE NON SI TIENE CONTO DEI COSTI SANITARI CHE SONO PUBBLICI, cioé li paghiamo tutti noi. Ed inoltre, giustamente come hai fatto notare, i rischi non sono mai limitati all’interno di uno stabilimento, ma solitamente sono scaricati all’esterno, in aria ed in acqua e terreno e quindi finiscono nell’ambiente e nella catena alimentare. Quindi il fatto che i SINDACATI siano complici di questa triste ed involutiva realtà è assai grave e denota il degrado della nostra civiltà

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