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[BlogLettera] E’ sbagliato contrapporre il lavoro e la salute

4 agosto 2012

La necessità di affermare il diritto a un lavoro dignitoso e sicuro ha caratterizzato, in particolare negli anni ’60 e ’70, l’iniziativa di fondo del movimento sindacale italiano. Una stagione “alta” di mobilitazione sociale e di lotte unitarie che ha voluto dare, e per alcuni aspetti vi è riuscita, concreta applicazione agli articoli fondamentali della prima parte della Costituzione. Con l’articolo 1: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”; l’articolo 32: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività”; l’articolo 41: l’iniziativa economica privata è libera, ma “non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”.

Una fase, durata circa un trentennio, che per i lavoratori dipendenti ha significato un indubbio miglioramento delle condizioni salariali e normative dei Contratti di lavoro, ma che, sul piano legislativo, ha anche influenzato e favorito l’approvazione di importanti riforme di natura sociale.

In primo luogo lo “Statuto dei Lavoratori” nel 1970 e l’istituzione del “Servizio Sanitario Nazionale” nel ‘78. Una impostazione strategica volta a contemperare il diritto al lavoro, la tutela della salute e dell’ambiente sia all’interno dei luoghi della produzione che nel territorio. La quale, ad iniziare dalla metà degli anni ottanta, è però stata fortemente contrastata da una politica di impostazione liberista che, decretando su tutto il primato del mercato, ha preteso e attuato la riduzione dei diritti, il contenimento dei salari, il ridimensionamento del welfare – in primo luogo per le pensioni e la sanità – e lo sfruttamento illimitato delle risorse ambientali. Teorizzando nella pratica e giustificando un lavoro privo di diritti e di tutele. Anche in contrasto con l’articolo 36 della Costituzione, là dove prevede che la retribuzione debba garantire al lavoratore e alla sua famiglia “un’esistenza libera e dignitosa”, e non essere il prezzo della perdita di ogni diritto.

Così un indirizzo di civiltà sacrosanto: “il lavoro, la salute e l’ambiente devono convivere”, è stato messo in discussione e sconfitto dal prevalere, sul versante dei governi e delle grandi imprese globalizzate, di un unico interesse volto a rendere massimo il profitto, in specie, per gli  azionisti. Questa impostazione politico-economica, che nelle sue forme più compiute ha finito per rendere residuale il valore dell’economia reale privilegiando gli aspetti finanziari di un mercato ritenuto in grado di autoregolarsi è, come noto, alle origini e la causa principale dell’attuale gravissima crisi che interessa soprattutto l’Occidente e l’Europa.

Nel nostro Paese, più che i governi e le forze politiche, a risultare in contrasto con questa impostazione e a “resistere” sono stati e – nonostante i ripetuti tentativi per modificarli e  manometterli – continuano ad essere i principi della nostra Costituzione. A questo proposito Stefano Rodotà riferendosi all’articolo 41 ha, di recente, sottolineato “la lungimiranza dei costituenti, che posero la sicurezza prima ancora di libertà e dignità”.

E la sicurezza riguarda il lavoro, ma anche i cittadini che vivono nell’ambiente e per i prodotti che consumano. Così non può sorprendere, anche se rappresenta sempre una sconfitta per la politica, il sindacato, i governi nazionali, le amministrazioni locali e le stesse aziende, che nei casi più estremi ed evidenti di non rispetto delle norme di legge e di fronte a violazioni gravi e ripetute di un diritto fondamentale sia la magistratura ad intervenire. Per il nostro ordinamento, in questo supportato dalle direttive europee in materia, l’attività d’impresa non può essere organizzata prescindendo dal fatto che la sicurezza dei lavoratori è un obbligo giuridico e un dovere collettivo. Così come la soluzione non può venire dalla tecnica, sovente utilizzata, di monetizzare il rischio, mentre la persona del lavoratore deve essere sempre tutelata nella sua integrità.

E’ il caso oggi dell’Ilva di Taranto che è diventato giustamente un caso nazionale per la dimensione dell’impianto siderurgico, il numero dei lavoratori occupati e la sua collocazione a ridosso delle abitazioni di una grande città. L’elenco dei fatti di cronaca che hanno reso evidente la mortificazione del lavoro attraverso il sacrificio della salute del lavoratore è molto lungo. Nella nostra realtà le vicende dell’Acna di Cengio e dell’Eternit di Casale Monferrato e, più di recente, della Solvay di Spinetta Marengo hanno, più di altre, rappresentato gli aspetti emblematici del conflitto tra due diritti entrambi fondamentali della persona e che hanno finito con il coinvolgere anche realtà e soggetti esterni ed estranei alle attività lavorative.

Rispetto alle situazioni di Acna ed Eternit, maturate negli anni ’70 e ’80, quella dell’Ilva si colloca in un contesto politico e sociale che presenta significative differenze. I lavoratori e, come conseguenza, il sindacato sono oggi più deboli nel rivendicare dignitose condizioni di lavoro e nel denunciare lo stato di insicurezza, il mancato rispetto delle leggi e il degrado ambientale. La gravissima crisi dell’occupazione e l’aumento della precarietà del e nel posto di lavoro, dovuta all’abnorme numero e varietà di tipologie contrattuali  e a un indirizzo legislativo – sostenuto anche dall’attuale governo – che teorizza e collega la possibilità di creare nuovo lavoro alla facilità per le aziende di licenziare, rende i lavoratori più facilmente vittime di ricatti. Un lavoro quindi più “povero”, da accettare a qualsiasi condizione, talvolta anche a prezzo della vita, una occupazione, come accaduto negli stabilimenti Fiat di Pomigliano e Torino, da mantenere anche a scapito delle libertà sindacali e sotto la minaccia della chiusura della fabbrica.

Su un altro versante negli ultimi anni è invece cresciuta tra i cittadini la consapevolezza della decisività ed importanza della difesa dell’ambiente insieme alla indisponibilità ad accettare sul territorio l’inquinamento prodotto dalle industrie o da impianti impattanti. Il risultato straordinario del referendum per l’acqua, un bene comune da non privatizzare, testimonia questa nuova sensibilità confermata dai dati di un recente sondaggio che indica “i disastri ambientali” tra i principali avvenimenti che hanno cambiato l’Italia in negativo negli ultimi trent’anni.  Al secondo posto dopo la crisi economica e prima del terrorismo. Una consapevolezza che, purtroppo, non si è estesa ai campi della politica e dell’industria dove la questione ambientale continua ad essere considerata un limite e un ostacolo. Una condizione che rappresenta un ritardo grave nei confronti delle principali nazioni europee. Nella politica italiana il sentimento che prevale nelle forze della destra è apertamente ostile all’ambiente e alla natura, ma il ritardo sui temi ambientali non è patrimonio esclusivo delle forze più conservatrici in politica e tradizionali nella produzione. Sovente comprende anche quelle che fanno riferimento al centro sinistra.

In  questo ambito complesso e contradditorio il percorso dell’Ilva di Taranto si è sviluppato nel corso dei decenni ed è infine esploso con il sequestro dei reparti dell’area a caldo e l’arresto di proprietari e dirigenti. Adesso l’auspicabile futuro del più grande complesso siderurgico europeo non può che essere ricercato e trovato da parte della proprietà mettendo in campo una nuova disponibilità al confronto e le risorse necessarie per risanare l’area e gli impianti. Rendendo compatibile la produzione con l’ambiente. Per il sindacato “coniugare l’occupazione con la salute e l’ambiente” non dovrà rappresentare solo uno slogan da scandire nelle manifestazioni, ma tornare ad essere lo strumento più utile per difendere i lavoratori dell’Ilva rivendicando gli investimenti utili ad impedire la chiusura dello stabilimento pugliese. Che, come ha sostenuto la Segretaria della Cgil Susanna Camusso, non si risana fermando l’impianto, ma agendo con lo stabilimento in marcia. Pena, come troppe volte è accaduto, che i costi della bonifica finiscano a carico del pubblico e non di chi ha prodotto l’inquinamento.
A questo fine per i due Riva, il governo, gli amministratori pugliesi e i rappresentanti dei lavoratori può risultare utile – come suggerisce l’ex segretario della Fiom di Lecce Fausto Durante  – vedere le soluzioni trovate a Duisburg, in Germania. Dove esiste una concentrazione di attività siderurgiche importante e simile per tipologia all’Ilva di Taranto, ma le condizioni ambientali sono decisamente migliori. Le polveri sono trattate in maniera adeguata, i materiali non sono stoccati all’aperto, i nastri trasportatori sono chiusi e sulle ciminiere i sistemi per catturare i fiumi risultano essere molto avanzati ed efficienti. Più attenzione ai problemi delle persone, lavoratori e cittadini, e una ricerca del profitto meno esasperata si confermano, comunque, gli ingredienti indispensabili per tenere insieme il lavoro e la salute.

Renzo Penna – Alessandria

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Categorie:BLettere
  1. anonimo (luigi rossi?)
    4 agosto 2012 alle 11:45

    e che dire delle connivenze del sindacato con i veleni di spinetta?
    qualcuno ne vuol parlare? quante carriere sindacali sono state coltivate su questa omertà?
    Perchè dare ricette a casa d’altri facendo finta di non vedere i morti e il disastro in casa propria?

  2. 4 agosto 2012 alle 13:14

    Vero….a me hanno raccontato storie imbarazzanti. Naturalmente non ho prove, e sono storie da querela, quindi taccio i casi individuali. Epperò fa riflettere. E trarre conseguenze.

    E. G.

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