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Il Superstite (100)

11 agosto 2012

di Danilo Arona

Vacanza fantozziana, agosto ’76, parte seconda… Ci siamo lasciati che un improvvisato benzinaio croato ha versato olio dappertutto nel motore nell’auto di Fenaroli e ben presto, sulla rotta per il campeggio di Medulin, la Skoda comincia a subirne le conseguenze.
Sobbalzi, spie rosse che si accendono ovunque, fumi e puzze varie da sotto il cofano, ma soprattutto l’auto che a manetta arriva a malapena sui 40 km orari.
Quando cala il buio, non ci resta che prendere atto che dobbiamo fermarci in qualche posto dalle parti di Zara e cercare un meccanico il giorno dopo. In queste zone, ai bordi delle strade, ci stanno spesso loschi figuri che brandiscono il cartello con su scritto “Zimmer”: si tratta in verità di gente normalissima che offre alloggio per la notte a casa propria. Il nostro gusto gotico ci fa scegliere una signora che sembra una kamikaze cecena, tutta vestita di nero con soltanto gli occhi visibili.

Ci avviciniamo, facciamo ampi cenni di approvazione con la testa e la seguiamo all’interno di un fitto bosco e giuro che il preambolo è perfetto per tanti film horror che ancora non ho visto. Dinanzi alla casa ci attende il presumibile marito che, nonostante sia buio, calza occhiali neri tipo Gino Paoli ai tempi de “La gatta”. Posiamo le valigie nelle rispettive camere e subito ci colpisce un particolare: c’è una stanza in corridoio dalla quale fuoriescono grugniti animaleschi con la signora che apre la porta e dice qualcosa in slavo finendo la frase con il nome proprio “Boris”. Nessuno di noi quattro osa immaginare chi o cosa sia Boris.

Visto che ci sta ancora una cenetta, chiediamo a fatica alla dama in nero se esiste un ristorante, o qualcosa di simile, in zona. E figuriamoci, ce ne sta uno proprio nel cuore più fitto del bosco. Lo raggiungiamo e pare una visione proveniente dalle paludi cajun della Louisiana: è una baracca eretta su palafitta con sotto una palude di acqua stagnante, con zanzare che ti attaccano al suono della Cavalcata delle Valchirie. Niente menù, qui si mangiano solo rane. E di quello ci sazieremo e mal ce ne incoglierà. Quando torniamo alla Boris House e andiamo in camera per dormire, inizia quella che è passata alla nostra mitologia privata come “La notte della scolopendra”: infatti i soffitti delle nostre camere iniziano a popolarsi dei deliziosi artropodi anche conosciuti come “centopiedi” e in contemporanea più o meno tutti veniamo colti da dolori addominali con conseguente cagarella e nel corridoio per ore si vive una sorta di drammatica processione verso l’unico bagno a disposizione.

Io, in preda al panico, in mancanza di rimedi specifici (che non ci sono mai quando servono) mi spalmo sulla pancia del Balsamo di Tigre con letali conseguenze per la zona sottostante altrimenti detta “genitale”. Il tutto mentre la Cosa chiamata Boris, con evidenza disturbata dai beneandanti notturni, urla e strepita che pare il figlio di Godzilla. Dopo una notte inverosimile in cui nessuno ha dormito, abbandoniamo l’allegra famiglia dopo avere pagato il disturbo e finalmente Fenaroli si fa riparare la macchina da un meccanico arabo sulla strada. A mezzogiorno, per fortuna, si raggiunge l’ottimo campeggio di Medulin, dove speriamo di iniziare la fottuta, sospirata vacanza.

Non sappiamo ancora che (e scusate lo schematismo, ma non c’è quasi più spazio): 1) inizierà una perturbazione di due settimane con pioggia continua e temporali violentissimi; 2) ci sarà un maremoto al largo che porterà a riva pesci morti e meduse (resterà celebre un mio tuffo senza costume sopra una di queste ultime); 3) un fulmine colpirà il campeggio carbonizzando una coppia di russi; 4) Fenaroli, terrorizzato dal temporale notturno, andrà a dormire in albergo; 5) a Ferragosto, invogliati dal clima natalizio, ci abbufferemo di polenta e spezzatino; 6) incapperemo in un trio di seminaristi alessandrini che, conoscendoci di vista, verranno alle nostre tende tutte le sere per discutere di metafisica. E la si può chiudere qui.

Quando torniamo in Italia, nessuno parla. E nessuno di quei quattro andrà più in ferie con l’altro. Quelle due coppie non esistono più ed è arduo dire se c’entra in qualche modo la vacanza dell’estate ’76. Ma Carlo e io siamo ancora qui, amici più di prima, non ci piove. Ma non andiamo più in vacanza assieme.

Se fosse un fumetto degli anni Settanta, questo Superstite n. 100 sarebbe sicuramente tutto a colori, per festeggiare. Qui non saprei come fare, ma certamente a Danilo Arona va un grazie sincero e un abbraccio (da lontano, perché fa terribilmente caldo) per la qualità e la puntualità dei suoi racconti settimanali. Le storie del Superstite potrebbero ormai diventare un libro, o forse un e-book. Proviamo a pensarci?

E. G.

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Categorie:Editoriali
  1. Carlo Fenaroli
    11 agosto 2012 alle 14:47

    Qualche altra piccola vacanza insieme, anche dopo quella fantozziana, io e Danilo l’abbiamo fatta. Ricordo una settimana a Pietra Ligure con relativa gita in barca e con i soliti problemi di mal di pancia del mio amico, aggravati dal fatto che in quel momento eravamo in mezzo al mare.
    E poi qulche giorno in montagna, intorno ad un capodanno, quando Danilo, da vero “conte”, si presentò in mocassini e pantalone grigio di flanella sulle piste da sci.
    Grazie a Danilo per avere ricordato una amicizia vera che dura da tanti anni ed è sempre viva e salda.

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