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Il Superstite (101)

18 agosto 2012

di Danilo Arona

Quesito un po’ retorico se lo pongo io. Ma perché certe favole “nere” vanno raccontate nel modo giusto e con l’approccio il più sensato possibile? Perché gli spauracchi nell’età evolutiva vanno usati con cognizione.

Come scriveva anni fa Ilde Giusti (Il gioco degli specchi, ne Il mistero dell’Uomo Nero, a curia di Maria Rosa Dominici, Thema, Bologna 1990), nella tradizione popolare l’Uomo Nero è uno sconosciuto simboleggiante una minaccia, più o meno vaga, e che incute paura perché, se non si è buoni bambini, gli si viene dati in consegna. E’ l’uomo-fantasma che lascia a ognuno il compito di dargli un volto, quello  più rappresentativo dei timori e dei desideri dell’individuo.

Lo si potrebbe quindi considerare come la parte sconosciuta di noi, quella che per un insieme di ragioni sociali o culturali non è connessa alla visione diretta, la parte “in ombra” della personalità, ma a noi intimamente legata. Ma lo si potrebbe pure definire come la parte prepositiva e diabolicamente affascinante in quanto ricca di potenzialità, nonché espressione di desideri inconsci. Ma proprio per questo potrebbe diventare la parte temibile nel suo potere corrompente dilagante, incoercibile e divorante.
Così, nel misterioso mondo dei simboli, dalla letteratura al cinema, dai giochi dei bambini alle favole, dall’immaginario tout court alla cronaca, l’Uomo Nero si è via via precisato in una sorta di mito  cui assegnare di volta in volta un nome e un volto. Chiamato anche Orco o Babau (che sono sì dei sinonimi, ma ognuno con una diversa potenzialità fonetica), l’archetipo si è ora dissimulato sotto le spoglie di Satana, ora in un serial killer, in un fantasma erotico, in un Edward Hyde celato sotto le maschere della personalità multipla. E’ stato proprio il ventesimo secolo con l’avvento del cinema, la sconfinata espansione dei mass media, la letteratura gotica e non solo quella e la crescita di certa cronaca nera, a dare forma a una “sostanza” che nel corso dei secoli si è sempre dimostrata informe e “aliena”.

L’Uomo Nero, planetario archetipo della paura che vive nei territori più disparati, è allora necessario? Cediamo la parola a Lorenzo Mondo che così scriveva nel maggio del 2001:

Da millenni si raccontavano le storie degli Orchi che rapivano i bambini per farli a pezzi o ridurli in schiavitù. Adesso non si raccontano più. Studiosi saputi hanno  detto che quelle storie erano diseducative, avrebbero provocato traumi nella coscienza delicata dell’infanzia. Altri hanno ironizzato su quelle cantafavole, hanno preso perfino le difese degli Orchi, che appartenevano chiaramente alla  categoria dei «diversi» e che per questo erano accreditati di ogni nefandezza. Erano semmai da proteggere come una specie  braccata, in via di estinzione. Così, gli Orchi erano stati allontanati un poco per volta nelle foreste del folklore. Erano stati sostituiti, nelle apprensioni familiari, dall’uomo che offre caramelle, da rifiutarsi «assolutamente». Ma oggi le caramelle sono decisamente scadute come motivo di seduzione. Non per questo gli Orchi sono spariti, anzi si sono moltiplicati, viaggiano in aereo e navigano su Internet.  Adesso li chiamano pedofili e, non più riconoscibili dagli occhi infuocati e dal barbone nero, dal mellifluo cartoccio di confetti, fanno strazio di bambini. Ma altre persone di molto riguardo, che incarnano competenze diverse, negano la loro effettiva consistenza di mostri. Parlano semmai di malati, migliaia di malati, da aggiungere agli innumerevoli malati che ammazzano i genitori, frantumano vecchiette, sparano ai tabaccai. Parlano di pulsioni irresistibili, di fronte alle quali non serve la prigione, che anzi li rende più smaniosi e  pervicaci. Non servono neanche le medicine, che non possono  essere imposte perché mortificano la loro dignità. Si accapigliano a negare la validità e l’opportunità dei rimedi esistenti, ma non riescono a proporre altre strade ragionevolmente percorribili. Sembrano curiosamente concordare con gli ideologi della perversione, i quali affermano  (disperazione o tracotanza? ) che un pedofilo guarito è un pedofilo morto. Bisognerà dunque pensare a una pubblica  esecuzione? Quella che emerge sembra una resa al più squallido  determinismo biologico, alla destituzione di ogni responsabilità che (senza scomodare il peccato originale, il  cielo stellato e la norma morale dentro di noi) costituisce  l’uomo in persona. Si mette diffusamente in forse la sua capacità di scegliere tra un sì e un no, tra bene e male. E come capita in occasione delle quotidiane scellerataggini, ci  si prodiga a cavillare sul destino dei carnefici, che sarebbero da affidare alla clemenza del Padreterno più che  della giustizia. Meno si pensa, nel caso in oggetto, alle conseguenze da cui saranno marchiate per la vita le vittime, che i dibattiti lasciano sprofondare nella dimenticanza,  nell’insignificanza. Stiamo vivendo un momento di grande  confusione, di impressionante declino dell’intelligenza e della coscienza. Capissero almeno, genitori e educatori, che bisogna dirlo e ripeterlo ai bambini: che gli Orchi esistono,  che il mondo non è fatto soltanto di amici e gruppi di amici, e neanche di malati da compatire. Bisogna tornare a raccontarle, senza ombra di sorriso, quelle antiche favole.

Maggio del 2001, ancora prima del crollo delle Torri. Sono passati gli anni e la necessità di tornare a raccontare le antiche favole – per dimostrare che gli Orchi, certo, esistono – si è decuplicata. Perché ci si è resi conto, magari anche affondando nel dolore, che non siamo soltanto un corpo fisico che nuota in un vuoto immateriale, ma un totum psicofisico in grado d’interagire con altri corpi sottili di cosiddetta “materia oscura”. Così dal mondo immateriale della letteratura e dei media l’Orco delle favole si trasforma in una realtà vivente. Perché gli Orchi reali si muovono esattamente come i loro modelli “mitici”.
Negli ultimi anni la fiction ha nutrito la cronaca. La cronaca ha ispirato e alimentato la fiction. Gli Orchi stanno allo stesso modo sui giornali e nelle favole. La destabilizzazione dell’animale uomo inizia sin dalla culla. E gli Orchi vanno maneggiati con cura. Soprattutto da parte di chi ha deciso di mettere al mondo dei figli.

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Categorie:Editoriali
  1. 6 agosto 2013 alle 13:25

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