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[BlogLettera] Face-book ovvero il libro delle facce

3 settembre 2012

Facebook ha avuto successo per la voglia della gente di comunicare, ma prima di tutto di  farsi conoscere. Infatti l’origine sta nella consuetudine di alcune università americane di pubblicare un elenco di nomi e di foto di tutti gli iscritti studenti per facilitare i contatti fra loro e le conoscenze personali.

Fra noi che viviamo il nostro tempo potrebbe essere il mezzo migliore  per conoscersi reciprocamente, non soltanto fra i giovani della stessa generazione, abituata ad utilizzare i moderni strumenti di comunicazione, ma anche fra le diverse componenti generazionali della nostra società.
E’ purtroppo un limite serio quello generazionale, difficile da abbattere e da superare, anche perché i pregiudizi ci sono da entrambe le parti.

Nella generazione che precede c’è talvolta la sfiducia verso quella che segue ed in quest’ultima si annida un desiderio di ribellione non sempre giustificato.
Quello che conta tuttavia è soltanto quello che rimane in eredità nel passaggio da una generazione all’altra.

La mia esperienza personale mi induce a pormi qualche motivo di riflessione circa il comportamento ed i traguardi delle tre generazioni con le quali ho convissuto più a lungo: quella di coloro che hanno fatto la guerra e lavorato per la ricostruzione del nostro paese, quella dei loro figli, cioè la mia generazione e quella successiva alla quale spetta il difficile compito di rifondare la società contemporanea.

Alla prima delle tre, cioè coloro che hanno gestito il dopoguerra, mi sento di poter addebitare solamente errori di misura, presi come erano dalla frenesia della ricostruzione. Hanno fatto molto, anzi moltissimo, ma sovente in modo troppo utilitaristico, sacrificando la bellezza al danaro. In ogni caso bisogna riconoscere la loro buona fede perché hanno saputo trasmettere la speranza alla generazione successiva.

La generazione di mezzo, che poi è in parte la mia ed in parte quella dei sessantottini (io mi sono sempre chiamato fuori dal gruppo) ha goduto dei frutti dello sviluppo economico, si è nutrita di illusioni, prima di tutto l’illusione della ricchezza facile,  ha rifiutato troppe volte di assumersi il carico delle responsabilità sia nei confronti di sé stessi (troppo facile dare sempre la colpa alla società) sia nei confronti degli altri (l’edonismo diffuso, gli slogan senza senso, tipo “io sono mia” , “l’utero è mio e me lo gestisco io”, oppure sull’altro versante idiozie tipo “voglio  essere me stesso fino in fondo”, percorrendo  strade infide come quelle della droga, pantani morali nei quali sono affondati troppi giovani che avrebbero potuto altrimenti portare contributi importanti allo sviluppo della società. Risultato: la generazione del Sessantotto non ha trasmesso un bel nulla alla generazione successiva, anzi le ha tolto non solo la speranza, ma anche l’illusione.

Ho paura che quest’ultima, quella dei nostri figli, rischi di perdere la fiducia, prima di tutto  nel proprio ruolo e nei propri mezzi e poi la fiducia nelle possibilità di migliorare la società.
Ci sono troppe contraddizioni nella nostra società.
Per un verso non è vero che siamo o che si debba per forza essere tutti uguali, perché il rischio è l’appiattimento verso il basso. Inoltre nel mondo  contemporaneo ci sono troppi illusionisti di mestiere.
Per cambiare in meglio non c’è altra soluzione che puntare ai vertici dell’eccellenza, come ci ha insegnato Steve Jobs, il mito fra i capitani di ventura dei tempi moderni.

Anche sulle infinite opportunità di  uno strumento come Facebook si sarebbe da riflettere seriamente. E’ uno strumento non un obiettivo da raggiungere e come tale non può  sostituire altri strumenti di comunicazione e di conoscenza interpersonale.

La sua importanza a me pare sopravvalutata in quanto anche se strumento allargato a tutti e quindi in grado di dare la parola in misura quanto mai democratica, rappresenta in larga parte una faccia della società vacua e contradditoria.
Inoltre troppi mestieranti autonominatisi “maestri di pensiero” approfittano per insinuarsi in rete e spargere scemenze.
Non vorrei sbagliarmi e chiedo  il parere di coloro che sono più preparati ed intelligenti di me.
Se mi rivolgessi alla sapienza degli antichi o meglio ancora all’arguzia dei nostri nonni per dare una definizione di Facebook, probabilmente la risposta sarebbe questa:
“ Tücc i cån i bugiu la coua – tücc i cujón i disu la soua”.

Luigi Timo – Castelceriolo

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Categorie:BLettere
  1. 3 settembre 2012 alle 19:10

    Di solito non amo “infognarmi” nella pericolosa palude dei “se” e dei “ma”. Faccio un’eccezione per quanto riguarda l’accenno a Steve Jobs, personaggio un po troppo enfatizzato e idolatrato, umano anche lui, vittima di passioni, non astratto da errori, sottoposto anch’egli al diritto/dovere di critica. “Se” i vertici della DIGITAL COMPUTERS, esercitante il diritto d’opzione sulla genialità degli studenti per il College” frequentato da Jobs e Gates (soci del famoso garage/laboratorio fucina di idee), non avessero “schifato” rifiutandola l’dea del Personal Computer, non esisterebbero APPLE & MICROSOFT, quantomeno il futuro nel quale sopravviviamo sarebbe decisamente diverso.
    “SE” Bill Gates non si fosse comportato da grande “figlio di metetrice” nei confronti di Steve, brevettando esclusivamente a suo nome il PRIMO PC, Apple, McHintosh, la mela, i MAC, l’ipad, l’iphone ecc., gioielli di lusso, avrebbero preso altre strade, magari “status symbol” dello stesso marchio alla portata dei comuni mortali.
    Riflessione:
    Come in “GIU’ LA TESTA” un feroce bandito messicano diventa eroe della rivoluzione “a sua insaputa”, cosi’ nascono anche i guru dell’era moderna, troppo spesso brufolosi come Zuckerberg, miliardari dell’occasione colta, viaggiatori tra stelle e stalle a velocità luce. Il “modello americano” da esportazione credo sia stato, ed é, la peggior rovina delle società che l’hanno ambito o che lo ambiscono, ridimensionato dalla crisi globale. La generazione che più ha vissuto di illusioni credo sia quella nata negli anni 70, quella che attualmente dovrebbe essere la più rampante e combattiva, creciuta con l’idea del successo perseguito a gomitate e colpi bassi, illegalità e furbizia comprese, quella che troppo spesso convive con la sindrome di Peter Pan e l’edipo irrisolto, mammoni, bamboccioni, generalemnte immaturi.
    Mi prendo le mie responsabilità di sessantottino aventinista, del resto siamo stati molti a non vedere alternatve tra oreticello famigliare di sopravvivenza e le Brigate Rosse, per non aver dato continuità a grandi sogni e progetti rivoluzionari, per aver subito passivamente la rinascita dagli “anni di piombo” o di “fumo”, come ama definirli l’amico Adriano Sofri, per aver permesso al grande illusionista Berlusconi di portarci inesorabilmente alla catastrofe con complicità e collusione di tutti i partiti e politici, ben pochi esclusi.
    CONCLUSIONE:
    Guardiamoci dai “guru”, troppi da troppo, quasi tutti con strabilianti conti in banca, il segreto dell’evoluzione é la condivisione trasversale dal basso, perseguita e vissuta oggi, ogni giorno. Questo é un po il “segreto” del successo di FACEBOOK”, l’inconsapevole affermazione che bisogna essere se stessi, mettendosi a nudo, lasciare più spazio alla lettura infrarighe, siamo quello che scriviamo, pubblichiamo, condividiamo.
    Gianpaolo Pio

  2. luigi
    4 settembre 2012 alle 08:57

    Ci conviene rimanere attaccati alla solita polemica anti americana della vecchia sinistra?
    Ormai anche il “modello americano” ha gli anni contati. Tranquilli che il prossimo personaggio alla Steve Jobs sarà probabilmente cinese o coreano, oppure indiano o turco, non importa. Sarebbe davvero sconvolgente per noi se fosse cinese e magari anche comunista (di nome e per finta s’intende). D’altra parte non lo erano per finta anche i comunisti valenzani di casa nostra? Quando mai hanno pagato le tasse come tutti gli operai e gli impiegati? Diciamolo una buona volta, cari amici progressisti e anticapitalisti.

  3. 4 settembre 2012 alle 12:01

    Quando penso a jobs, gates, zuckerberg o qualsiasi altro oligarca democratico (e li definisco oligarchi non a caso), non vedo rifulgere nessun alone di gloria, anzi….
    Sarà sicuramente vero che la Apple, in Cina, non può interferire nei rapporti sindacali o di produzione, ma guarda caso, dopo le proteste internazionali, l’azienda si è messa in moto e ha promosso indagini sulle condizioni delle lavoratrici e dei lavoratori della Foxconn e di altre aziende asiatiche, partners di Cupertino.
    Secondo il giornale britannico Mail i lavoratori di uno stabilimento che produce iPod situato a Suzhou hanno uno salario di cento dollari al mese, appena sopra la paga minima fissata dalla legge del distretto, che è di 80 dollari; peccato che metà dello stipendio venga trattenuto per il dormitorio, sorta di ridente pensioncina a conduzione familiare, con 100 letti per stanza, dove le visite dei parenti sono vietate. Peggio stanno le lavoratrici di dell’impianto di Longhua, sulla costa della Cina meridionale, dove si produce l’iPod nano, pensate che guadagnano, addirittura, 50 dollari al mese, lavorano 15 ore al giorno, e vivono in condizioni di schiavitù.
    Anche giornalisti americani si erano occupati degli stabilimenti Foxconn di Chengdu e Shenzen, spingendosi a investigare queste fabbriche periferiche, situate in città dormitorio, trovando un mucchio di violazioni dei diritti più elementari: ambienti di lavoro malsani, enormi deficit di sicurezza, eccessive ore di straordinario ovviamente non pagato, turni continui anche di 7 giorni su 7, impiego di minori attraverso la falsificazione dei documenti, dormitori sovraffollati e privi di minimi requisiti igienici, sistemi punitivi, pressioni di ogni genere e minacce di licenziamento.
    Il New York Times ha scritto: “due anni fa 137 operai in un fornitore Apple nella Cina orientale sono rimasti feriti dopo che gli era stato ordinato di utilizzare una sostanza chimica velenosa per pulire gli schermi dell’i-Phone” e l’anno scorso due esplosioni in fabbriche di partners che producono l’i-pad hanno fatto 4 morti e 77 feriti.
    E non è solo Apple, è uno schema ripetitivo, dato che la foxconn assembla il 40% dei prodotti elettronici mondiali, lavorando, tra l’altro per Amazon, Dell, Hewlett-Packard, Nintendo, Nokia, Sony, Motorola e Samsung. Quindi, nonostante tutti i codici etici (quello di Apple è di 5 o 6 anni fa), nonostante le indagini, anche interne, con gli accertamenti delle nefandezze pepetrate, i contratti con i fornitori non vengono disdetti, proprio per il fatto che sarebbe impossibile trovare aziende che garantiscano una produzione del genere e ridurre le quantità ridurrebbe il margine di profitto, profitto, tra l’altro, aumentato di molto dalla delocalizzazione……. quindi ben venga lo sfruttamento intensivo e criminale dell’uomo, salvo versare ogni tanto, sui media compiacenti, qualche lacrimuccia.
    E non si può neanche parlare di “modello americano” puro, dato che per metterlo in pratica, ultimo oltraggio ai pensatori del liberismo capitalista occidentale, si è dovuti ricorrere alla Cina comunista, anche se, e continuo a ripetermi, di comunismo non si tratta di certo. La Cina è riuscita a coniugare il peggio del capitalismo con il peggio del totalitarismo, e, nel resto del mondo, sta facendo lezione a tutti gli “apprendisti stregoni” in circolazione,………
    Il mondo occidentale, però, continua a pascersi dei vaticini che i profeti del capitalismo propinano incessantemente….. “Siate affamati, siate folli”, ma per piacere!, quando le fortune dei tanti “cavalieri, commendatori e uomini dell’anno” hanno una unica matrice, questa sì eversiva!, lo sprezzo della vita umana.

    Non si tratta di progressismo o di anticapitalismo, o meglio, non solo di questo, si tratta di intraprendere nuove direzioni. Quali?, non lo so dire per ora……certo che se veramente si ripensassero i sistemi, basandoli su di uno sviluppo che tutto il mondo possa sostenere, qualche risultato si potrebbe ottenere. Ce lo testimonia, e non con roboanti proclami, l’ultima lezione proveniente dall’Argentina della Kirchner, dall’Ecuador di Correa e da tutta “l’Alianza Laburista Bolivariana America” che va proprio in questo senso, sconfessando, con i fatti, la visione capitalistico-finanziaria dell’fmi e dell’america.

  4. 10 settembre 2012 alle 20:27

    Ecco un altro esempio del sogno americano dell’oligarca jobs; parlate di eccellenza, di miraggi di visioni, ma la realtà non la commentate. La realta del sogno americano e di quello occidentale, scusate se uso un francesismo, è “sangue e merda” per il resto del mondo…….
    Quando comprerete il prossimo i-phone 5, coronamento dell’imperante “machismo” elettronico, pensate a quello che è, umanamante, costato, poi ripetete come un mantra: “siate affamati, siate folli”, ma il male è talmente banale……

    http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/09/10/cina-studenti-deportati-per-stage-forzati-al-fornitore-della-apple/348071/

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