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Il Superstite (103)

7 settembre 2012

di Danilo Arona

Alzo la cornetta, faccio il numero, qualche squillo e poi dall’altra parte qualcuno, che non riconosco, risponde cupamente “Pronto”.
«Buongiorno, sono D.A., c’è C.?»
Una pausa che sembra annegare nel silenzio. Una sospensione rotta solo da fastidiose  interferenze di fondo perché l’utenza di cui mi sto servendo è gestita, malamente, da TeleTu. Alla fine: «No, non c’è. Chi lo voleva?»
«Sono un cliente. Devo fare un ordine. Di solito faccio questo numero e parte il segnale del fax.»
Ancora una pausa, un po’ strana. Quindi:
«Purtroppo C. è deceduto.»

Silenzio. E dalla bocca mi escono, persino indesiderate, le frasi di rito. Banali, stupide e ritrite, come sempre in queste occasioni.
«Ma sta scherzando? Ci ho parlato la settimana scorsa!»
Un sospiro. Da parte di chi non lo so neppure. E:
«Purtroppo è vero.»
«Ma cosa è successo? Un incidente?»
«No. Era esaurito. Non ce la faceva più. Adesso mi scusi, ma la devo lasciare.»

Lo sgradevole dubbio che mi lascia la telefonata viene chiarito da lì a poco. Raggiungo sempre al telefono un collega di C., anche lui della stessa città, e il resoconto cronachistico è terribile quanto lineare: in una delle tante valli alle spalle di Torino C. ha raggiunto un ponte, altissimo, e si è buttato di sotto. Fine della sua storia. La storia di una brava persona che ha sempre sgobbato con instancabile onestà e con il quale la sorte non è mai stata benigna. Forse la goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato il pignoramento di parte dello stipendio, non so dire da parte di quale ente, per pregresse disavventure in cui era transitato per fare un favore a un amico (queste cose capitano, si sa, e capitano soprattutto alle persone come C.).
Forse il vaso è traboccato perché, nonostante l’azienda per cui lavorava avesse trovato un metodo per fargli avere lo stipendio al completo versandolo a un terzo, quest’ultimo ha preteso una notevole “stecca”, leggi tangentina, per poter attuare l’operazione. Non lo, in  verità non so nulla, solo voci riportate. C. per me era un simpatico ragazzo a cui ordinavo tanti articoli per la mia attività. Quello che so, per certo, è che a C. è stata tolta la dignità, come a troppe persone in questa nazione.

Quel che so è che la sua fine passa sotto silenzio come troppe altre, molto simili. Quel che so è che ora di invertire la rotta. Un paese che riesce a toglierti tutto, dignità compresa, non è un paese civile.
Chiedo venia. Il pezzo oggi è pesante, perturbato come il tempo sino a qualche giorno fa. Adesso è tornato il caldo che è di nuovo anomalo. Purtroppo, se si possiedono antenne ben tarate, si percepiscono solo più anomalie.

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Categorie:Editoriali
  1. Ettore Grassano
    7 settembre 2012 alle 08:27

    Una storia come sempre magistralmente raccontata da Danilo Arona. Purtroppo assolutamente vera, e che fa riflettere.

    E. G.

  2. Maurizio Fava
    7 settembre 2012 alle 08:32

    un altro suicidio da disperazione, di quelli che MAI saranno interessanti per la stampa e le TV di regime… due righe in cronaca, e via…
    Sarebbe il caso di cominciare a colpire I MANDANTI.

  3. 7 settembre 2012 alle 10:17

    Non ho parole. Le avrei, ma sono quelle ingiuriose che mi mi agitano in petto da decenni, oramai.

  4. 7 settembre 2012 alle 11:36

    Io non giustifico il gesto del tuo amico (e non per questioni morali: penso che ognuno della propria vita possa fare quello che vuole), ma lo capisco. Perché oggi l’aria qui da noi è irrespirabile e tutto attorno a te è fatto a posta per togliere la speranza del futuro. A livello umano è duro sapere che qualcuno a cui avevi affidato alcuni aspetti della tua vita (non è questa l’amicizia?) non c’è più per quei motivi. Ma non bisogna mollare, anche per rispetto verso chi non c’è più.

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