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Formazione a distanza o formazione distante?

22 settembre 2012

di Dario B. Caruso

Alcuni anni fa il MIUR, acronimo che sta per Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, stanziò una cifra consistente per dotare molte Scuole Statali (prevalentemente Primarie e Secondarie di I grado) di LIM, altro acronimo che sta a significare Lavagna Interattiva Multimediale.

Quello stanziamento coincise con un’iniziativa degli Uffici Provinciali della Scuola che veniva definita “razionalizzazione degli Istituti” o “dimensionamento”. Tale procedura avrebbe snellito il numero di Istituti con lo scopo di rendere più funzionale il sistema-scuola soprattutto in considerazione del rapporto docenti-alunni.

Il verbo “razionalizzare” nasconde la parola “ragione” che è sinonimo di buon senso. In questa occasione il buon senso avrebbe richiesto il mantenimento della capillarizzazione delle strutture pubbliche per fornire realmente un servizio (la parola “dimensionamento” non come sinonimo di “ridimensionamento”). Anche perché in ambito culturale è ampiamente dimostrato che nel lungo termine chi più spende meno spende.

Gli addetti ai lavori più oculati non vedevano di buon grado le due iniziative, trovandole pericolosamente correlate tra loro. Avere due o più plessi che usufruiscono di un solo docente in presenza e facendosi forza della teleconferenza avrebbe giustificato dapprima la riduzione del personale docente ed in seconda battuta la riduzione del numero di plessi. Non occorre neppure mettere in dubbio la buona fede di coloro che, con soldi pubblici, acquistarono migliaia di LIM per dotare aule deificitarie magari di banchi o sedie, attaccapanni o computer.

Il disegno pareva piuttosto chiaro. La stranezza era trovare dirigenti ed insegnanti pronti ad accogliere il dono come fossero piccole madonne che avevano ricevuto una missiva dai re magi i quali anticipando la loro venuta chiedevano che fossero accese le stelle comete sulle scuole papabili. Naturalmente tutti, docenti, amministrativi e studenti vestiti da pecore e pastori. Questo accadde alcuni anni or sono. Pochi a dire il vero. Oggi lo scenario è radicalmente differente. All’inizio dell’estate un amico mi chiede quale sia la mia posizione nei confronti della formazione on-line. Resto senza una risposta pronta. Il dibattito è acceso da tempo, non in Italia dove l’argomento è dominio di una nicchia.

I social networks hanno tanti pregi. Tra questi la rapida possibilità di comunicare a più persone simultaneamente. Consulto attraverso facebook cinquanta amici tra docenti, genitori, studenti di età compresa tra i tredici e i ventuno anni e li collego al sito www.khanacademy.org che ha una sua rete in italiano.

I social networks hanno tanti difetti. Tra questi la quantità di informazioni che, pur inviate in forma mirata e motivata, passano totalmente inosservate. Comunque tra coloro che ho coinvolto, ho ricevuto un feedback da meno del venti per cento degli amici consultati: da costoro la formazione on-line non è presa in considerazione o semplicemente non è una strada percorsa. Da tempo però la lezione frontale è considerata obsoleta e da tempo vengono utilizzate tecniche di insegnamento che sollecitano l’interattività.

In realtà i “vecchi” insegnanti non sono in grado di utilizzare le nuove metodologie; lo dico con piena coscienza e con l’esperienza venticinquennale di chi vede quanto faticoso sia interessare i giovani per farli apprendere. È più semplice parlare e pretendere l’attenzione di un giovane uditorio piuttosto che interagire con l’uditorio privilegiando il dibattito e il contraddittorio, ciò costa impegno.

Ribaltiamo l’approccio. I ragazzi in età scolare passano mediamente ventotto/trenta ore settimanali nelle aule scolastiche. Circa altrettante tra televisione, computer, internet, social networks e telefonini di ultima generazione. Considerando entrambe le attività quali equivalenti percorsi di apprendimento, pongo un quesito: quale tra i due percorsi di apprendimento il ragazzo troverà più allettante e più aggiornato? La risposta è nella domanda.

Secondo quesito: ha senso che i due percorsi entrino in competizione (o peggio in collisione) o è preferibile che divengano complementari tra loro? Anche in questo caso la risposta è evidente. Si potrebbe obiettare che i ragazzi dovrebbero usare meno tv, pc e iPhone. Ed è a questo punto che entra in gioco la famiglia.

Per ogni tematica sociale che analizza un disagio giovanile si finisce per colpevolizzare la scuola come agenzia imputata di inadeguatezza ed incapacità. Innegabile. Io però vorrei puntare il dito sulla famiglia che è l’agenzia prima, che più di ogni altra deve avere a cuore la crescita serena e completa del figlio, che deve occuparsene non per stipendio o ruolo istituzionale ma per amore.

La famiglia però non esiste. Non voglio generalizzare ma non esiste più la famiglia che si sobbarca le responsabilità e si fa carico dei problemi del figlio. Tutto è demandato alla scuola, all’insegnante, all’allenatore di pallavolo o di danza, talvolta paradossalmente agli amici del figlio.

Mi piace pensare ad un’organizzazione della società in cui famiglia, mass-media e scuola si integrino per far quadrare il cerchio. Un’organizzazione tale presuppone l’affidamento delle aule ad insegnanti molto preparati, l’utilizzo dei mezzi mediatici ad alunni motivati, la collaborazione di una famiglia consapevole e collaborativa.

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Categorie:Editoriali
  1. Rael
    22 settembre 2012 alle 21:00

    Condivido tutto. E aggiungo, purtroppo: certi risultati, conteggiabili a livello generazionale e che siteticamente possono essere definiti di “scivolamento verso il basso”, hanno già intaccato – e forse in maniera più pesante di quanto possa apparire a prima vista – l’intero organismo sociale. Guardate i risultati dei Tarm somministrati alle matricole universitarie, e lì vedrete uno sprazzo del futuro. Credo proprio che siamo deragliati perchè siamo andati troppo forte. La velocità della tecnologia ci ha dato la conoscenza istantanea e altrettanto rapidamente ci ha tolto la comprensione della realtà.

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