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Il Superstite (108)

14 ottobre 2012

di Danilo Arona

Cinquant’anni fa, proprio in questi giorni, migliaia di ragazzini e preadolescenti in Italia e in tutto il mondo vivevano una condivisa esperienza emotiva a dir poco destabilizzante che li avrebbe segnati per tutta la vita. Oggi quei tredici incredibili giorni sono ricordati e consegnati alla storia come la “crisi dei missili di Cuba”, quando il mondo giunse sull’orlo di una guerra nucleare fra Stati Uniti e Unione Sovietica.

Non è il caso di rievocare quelle circostanze anche perché  universalmente conosciute e comunque riprodotte parecchie volte anche in diversi film (tra i vari, Thirtheen Days di Roger Donaldson e Matinee di Joe Dante), quanto piuttosto di sottolineare un fenomeno che pochi allora, e in seguito, notarono: il terrore indotto, assorbito quasi per osmosi, da una generazione di bambini che non riuscivano neppure a capire bene quel che stava accadendo. Ragazzini che leggevano la Paura con la maiuscola dipinta sul volto dei loro genitori che si riunivano alla sera di fronte a un totem di recente costruzione chiamato “Televisione” e che portava quasi in diretta nelle case di chi lo possedeva le notizie dal mondo. Fanciulli che non osavano neppure chiedere (anche perché venivano zittiti subito se mai avessero osato) e si formavano, da soli o in piccoli gruppi, le loro idee e le loro visioni del mondo, amplificando le paure al punto tale da riuscire in qualche caso a materializzarle.

Quella guerra per fortuna non scoppiò. Ne vennero altre, più circoscritte ma tremende, e molte gemmazioni di queste stanno ancora riversando sul pianeta i loro frutti amari. Ma la paura, quella reale non legata a Uomini Neri o a creature da favola, la paura del dolore fisico e della perdita di ogni certezza, quella rimase e attecchì. Forgiò uomini e donne del futuro come in un rituale d’iniziazione spietato e selettivo.

Questo è il contesto storico del mio ultimo lavoro L’autunno di Montebuio, che non è “mio” in verità, ma “nostro”, perché opera a quattro mani, prodotta con l’aiuto essenziale di una giovanissima amica che si chiama Micol Des Gouges, che ci ha messo del suo (tanto) a partire dall’età di quindici anni (oggi me ha diciotto). E’ un libro importante, non facile, che è un apparente sequel de L’estate di Montebuio, ma in verità non è neppure un horror, anche se ovviamente la paura, per quanto epifanica e concreta, non manca. La storia è tutta quanta “vista” e narrata in tempo reale e presente dall’Io di una bambina di dieci anni che si chiama Lisetta (e da qui l’esigenza da parte mia di avere al fianco una scrittrice non dico di quell’età, ma che di quell’età ancora non si era dimenticata…), che vive a Montebuio, piccolo paese dell’entroterra ligure di 32 abitanti dove esiste un solo televisore. Lisetta con altri due amici assorbirà il terrore degli adulti. E scatenerà suo malgrado a Montebuio – su, alla colonia e sulla cima del monte – forze che non conosce. Forze che non aspettano altro nel buio di essere attivate e alimentate dalla paura collettiva. E in questo modo si potrebbe raccontare tanta parte della storia dell’umanità. Quella più oscura e inspiegabile che troppo spesso si rimuove come se nulla fosse mai accaduto.

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Categorie:Editoriali
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