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[BlogLettera] Quale sviluppo e che tipo di crescita?

16 ottobre 2012

Nel nostro dialetto la parola bisogno ha la stessa radice di mestiere. Diciamo infatti: “a-jò d’amsté su lì” per dire “ho bisogno di quella cosa”, per cui amsté (mestiere) risulta strettamente collegato al soddisfacimento di un bisogno.
Quando si sente dire che i nostri ragazzi certi mestieri non li vogliono più fare, viene subito da pensare che il motivo ad un certo punto sia perché è nel frattempo venuto meno un bisogno. Ma non è del tutto vero.

Leggiamo che ormai la percentuale di giovani sotto i trentacinque anni senza lavoro ha raggiunto livelli pericolosi – oltre il  trenta per cento – e si sta prefigurando una generazione di indigenti, senza reddito e senza pensione, con riflessi disastrosi sulla tenuta dello “stato sociale”.

Di chi è la colpa? La colpa è di coloro, uomini di governo in primis, ma anche di genitori ed insegnanti, che a partire dagli anni sessanta-settanta hanno lasciato sviluppare nella mente dei giovani l’idea che il riscatto sociale dovesse passare attraverso un concetto sbagliato: quello di “farsi una posizione” anziché quello antico di “apprendere un mestiere”. Le scuole professionali non servivano più, l’apprendistato era considerato sfruttamento; nelle scuole inferiori e superiori si parlava prima di tutto di diritti del lavoro, ma poco o niente di lavoro.

Cosa voleva dire “farsi una posizione” se non collocarsi in un posto di lavoro dove si facesse poca fatica e si percepisse un buon stipendio, ma soprattutto con la garanzia della non licenziabilità?  L’assenteismo di conseguenza era quasi considerato un peccato veniale, favorito da medici compiacenti che badavano a salvaguardare il massimo numero di loro assistiti, quale  sola ed unica preoccupazione per la loro base reddituale.

Ma quello che adesso è ancora più grave è che, pur in presenza di  una carenza sempre più marcata di gente che conosce un mestiere – come viene ripetutamente segnalato dalle organizzazioni imprenditoriali e artigiane – chi dirige il nostro Stato snobba ciò che invece la Comunità Europea sta cercando di organizzare per recuperare l’eccellenza che caratterizzava certi mestieri, attraverso le scuole che un tempo si chiamavano appunto di “Arti e mestieri”. Sono cinque anni ormai che l’Europa organizza una rassegna che è quasi un campionato dei mestieri manuali fra giovani di tutti i paesi dell’Unione.

L’Euroskills 2012 (così si chiama la rassegna, con premi e medaglie come fosse una Olimpiade dei mestieri) si è svolta quest’anno in Belgio, a Francorchamps, ma fra i 423 giovani professionisti ed apprendisti under 25 anni, suddivisi in 44 mestieri di sei settori diversi, non c’era nemmeno un italiano. Anzi, per verità almeno uno (uno solo) c’era, ma era un certo Arnold Hiller, un altoatesino che sulla maglia di rappresentanza di nazione non portava la scritta “Italia” ma bensì “Sud-Tirolo”.
Per noi che ci vantiamo di essere il paese dell’Arte, delle cose belle, quale vetrina migliore del nostro “saper fare” tecnico e manuale? Per di più in un momento di crisi come l’attuale in cui ci si dovrebbe mobilitare e riflettere sull’importanza della formazione professionale?

Niente, noi abbiamo rinnegato la nostra tradizione e la nostra identità. Un tempo i nostri “maestri comacini” i nostri ebanisti, i nostri artigiani giravano l’Europa, ricercati per la loro estrema abilità professionale. Da un po’ di tempo  offriamo come esempio  lo sballo, la bellavita, il volgare esibizionismo dei bulli da spiaggia. Quanto potrà ancora durare?

Luigi Timo – Castelceriolo

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