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Il superstite (110)

27 ottobre 2012

di Danilo Arona

Non mi vanto quasi mai perché quelli che lo fanno mi fanno sempre un po’ sorridere. Però sul fatto in sé presumo di potermi allargare. Perché, come sempre capita in questo periodo dell’anno nel quale si avvicina Halloween e si annunciano centinaia di feste mascherate a sfondo gotico (bacchettate a sproposito da una parte di opinione pubblica cattolica priva di humour…) e molti giornalisti ripubblicano l’ormai risaputa faccenda dei Celti e della festa europea vampirizzata dagli yankees, ho la presuntuosa tentazione di affermare di essere stato tra i primi in Italia a organizzare un Halloween Party.

Perché tanta sicumera? Perché era ottobre, naturalmente, ma correva il 1980, e garantisco che allora la moda era ben lungi dall’esplodere. Io però pochi mesi prima avevo visto a Parigi Halloween di John Carpenter in un teatro, il Grand Rex, gremito di tremila persone, ragazze e ragazzi con maschere varie, fischietti, raganelle e pugnali di gomma. E l’inverosimile casino con cui la proiezione era stata “festeggiata”, si fa per dire, mi aveva suggerito l’idea che si poteva trasferire quel mix climatico tra Carnevale e La notte dei morti viventi anche all’interno di una discoteca. Magari a misura di uomo e di donna qual era a quei tempi il Napoleon di Spinetta Marengo, dove lavorava l’amico Andreone Provera. A lui proposi la storia per la quale occorreva lanciare una promozione molto diretta affinché non ci fossero dubbi che la gente poteva, anzi doveva, presentarsi mascherata in tema. Andrea non ci pensò neanche un minuto e, prodotta qualche locandina artigianale con zucche e pipistrelli dipinti,  iniziammo con il tam tam, un po’ radio amiche e un po’ passaparola. Decidemmo anche per l’occasione di far presenziare alla festa una “GoGo Girl” (così si chiamavano le ragazze da cubo anche se il cubo non era ancora stato ufficializzato) e l’amico Lallo Schiavoni ci appoggiò una bionda peperina che si chiamava “Wendy”.

Alla sera del 31 ottobre alle 22 (pensate un po’ che tempi…) lo spiazzo del Napoleon era saturo di macchine. Come si aprì il cancello, il locale al primo piano venne invaso da una marea di creature della notte: vampiri, zombie, Ku Klux Klan, le figlie di Mandrake e qualsiasi altra declinazione, ivi compreso uno vestito da matita che proprio non capivamo… Non sto a raccontarvi che quella festa di Halloween fu uno sballo. Non lo faccio perché a me il termine neppure piace. Ma ci congratulammo con noi stessi per le intuizioni giuste. Quali? Che alla gente piace far Carnevale non soltanto a febbraio e che il genere gotico si porta dentro una insopprimibile anima comica e grottesca che può entrare in sintonia con una sana e innocua voglia trasgressiva (per capirci, Tim Burton come autore non era quasi nato…). Oggi è purtroppo certo che le cose in Italia e nel mondo sono messe diversamente: in giro circolano tristezza e rabbia e la voglia di trasgredire a volte non è tanto sana e innocua. Ma sorvoliamo. Concludo così: quando a fine serata chiesi a Wendy se si chiamasse veramente Wendy, lei mi rispose: “No, in realtà mi chiamo Maria Teresa, Maria Teresa Ruta”. Mai sentita, ma tre anni dopo, già famosa e lanciatissima, ritornò al Napoleon per ballare nuovamente con noi a Halloween 1983, impersonando la Donna Pantera del film di Paul Schrader. Generosissima professionista che non si era affatto montata la testa. Averne!

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Categorie:Editoriali
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