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Il dramma del lavoro (che non c’è)

2 novembre 2012

Ad essere drammatici non sono i numeri (2,8 milioni di persone alla ricerca di un lavoro, disoccupazione ufficiale prossima all’11%, ma tra i giovani addirittura al 35%), ma la realtà sociale che ci sta dietro.

Perché, guardate, quei numeri vanno come minimo raddoppiati, se ci mettiamo dentro le persone scoraggiate che i centri per l’impiego neanche sanno dove stanno, e i tanti, tantissimi italiani che lavorano per poche centinaia di euro al mese, in condizioni di semi abusivismo, o con partire iva che costano più di quanto rendono. E’ uno scenario apocalittico, di fronte al quale non so voi, ma io trovo irritante che personaggi super privilegiati alla Monti o Fornero possano anche solo metter becco, per di più per illudere sulle luci in fondo al tunnel (sicuramente un treno: lo abbiamo già scritto), o per dare degli smorbi a vanvera a ragazzi senza futuro. Poi c’è la vicenda Fiat-Fiom, che mostra come, in ambito industriale oltretutto “assistito” (non mi si venga a dire che Fiat è impresa di mercato, almeno in Italia) vige la logica del ricatto e della ritorsione antisindacale. E spero di aver equivocato certe dichiarazioni di sindacalisti filo padronali, ma non credo proprio.

Questo del lavoro che non c’è, o c’è a condizioni di nuova barbàrie, è il vero dramma italiano: altro che “pericolosa” avanzata dei 5 Stelle, altro che porcellum o riforma delle Province. Sono stato a Milano in questi giorni, e altre persone le ho sentite telefonicamente: la Lombardia è sotto choc, a fine anno si aspettano un nuovo picco di chiusure di piccole e medie aziende. Il che significa che resteranno senza stipendo un sacco di famiglie di lavoratori a basso reddito, spesso senza tutele o con tutele minime.

Da noi, poi, la realtà territoriale la conosciamo, anche se tendiamo a ignorarla, parlando solo ed esclusivamente del parastato. Che ha le sue emergenze (di stipendi, ma anche di riforme) ma non può, non deve monopolizzare il dibattito, le analisi, i progetti di rilancio. Gli impiegati statali vengono pagati con le tasse che tutti gli altri pagano, non dimentichiamocelo: quindi se crollano industria, commercio, artigianato, libera professione, facciamo ciao ciao con la manina anche al posto fisso degli statali, è matematica.

Come uscirne allora? Spiace tornare sui politici (anche se sparlare di loro genera consenso), ma naturalmente se non ci scegliamo rappresentanti all’altezza dei gravosi compiti, questi oltre a non aiutare, frenano e ostacolano. A me pare che il finto governo tecnico che ci ritroviamo da un annetto abbia fatto assai pochino per migliorare la situazione. E’ riuscito a deprimere i consumi, far lievitare la disoccupazione, e convincere ancor più chi il denaro ce l’ha a tenerlo al sicuro (ammnesso che sia possibile) anziché investirlo per “fare” piccola impresa diffusa. “Eppure vedrai”, mi dice il solito amico saggio, “man mano che gli italiani torneranno poveri davvero dovranno per forza di cose rimboccarsi le maniche, e provare a lavorare di nuovo, anziché aggirarsi come zombie per manifestazioni”. Gli ho fatto notare che le manifestazioni ormai le fanno i garantiti (sempre meno) per cercare di non perdere le garanzie, mentre chi il lavoro non ce l’ha, o ce l’ha e precario, in piazza non ci va di certo. In ogni caso tuti i torti non li ha neppure lui: il guaio è che, ormai, se fai l’evasore totale di beccano pure, e se provi ad aprire qualsiasi attività in regola prima la burocrazia pubblica ci mette 6 mesi per darti il via libera anche solo per un chiosco, o un negozio da ciabattino. Poi i mille balzelli diretti e indiretti fanno il resto. Vita dura, lo so. Ma da qualche parte dovremo pur trovare la via d’uscita, non credete?

E. G.

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  1. Maciknight
    2 novembre 2012 alle 14:34

    Una via di uscita pacifica non riesco proprio a vederla, mi spiace doverlo dire. I parassiti che ci hanno portato a questa situazione non molleranno mai la loro posizione di rendita e continueranno a fare danni, come hanno dimostrato eccedendo nella loro situazione di potere con la complicità dei media. Il movimento di Grillo non riuscirà a divenire maggioranza nel paese, potrà fare un’ottima opposizione e mediare (per induzione tramite consenso popolare) ma non potrà cambiare molto la situazione, che invece andrebbe rinnovata totalmente, anche per carenze culturali in economia (mi riferisco in particolare all’economia monetaria, alla Scuola Economica Austriaca, al vero libero mercato, eliminare la riserva frazionaria, tornare al gold standard, ecc.), tutt’alpiù porterebbe avanti le istanze del MMT contro il signoraggio sbagliando bersaglio … Per effettuare veri cambiamenti occorre studiare molto ed avere le idee chiare sul cuore dei problemi, ed in Italia mi sembra che siamo ancora assai lontani anche solo dall’averli veramente individuati, figuriamoci risolverli, soprattutto finché non si saranno rimossi tutti gli ostacoli, a cominciare dai sepolcri imbiancati e cortigiani dei banchieri che occupano le istituzioni. In quanto alle PMI (nell’accezione più ampia della categoria) saranno costrette a chiudere o trasfersi all’estero, come sta avvenendo, e col tempo si trasferiranno all’estero anche i pensionati, accolti a braccia aperte dai paesi dove il costo della vita è inferiore che in Italia e si può condurre una qualità di vita dignitosa pur con redditi modesti. Questo paese è fallito, rendiamocene conto e prendiamo i provvedimenti del caso.

  2. Ettore Grassano
    2 novembre 2012 alle 14:54

    Un’analisi assai pessimista, ma che ha elementi di verità. Ma anche un Paese fallito può e deve risollevarsi, in qualche modo. Concordo sul fatto che chi governa sta bluffando, non racconta la reale drammaticità della situazione, presente e del futuro prossimo. Epperò mica possiamo riparare tutti all’estero! La spesa pubblica, per forza più che per scelta, dovrà essere drasticamente ridotta. E i tanti italiani perbene dovranno anche rendersi conto che lavorare non basta: bisogna provvedere ad una rapida e drastica sostituzione della classe dirigente, e disimpegnarsi astenendosi dalla partecipazione probabilmente non basta. Tempi duri comunque, lo riconosco…..

    E. G.

  3. 2 novembre 2012 alle 18:37

    “La spesa pubblica si reggerebbe sulle sue gambe, se non ci fossero gli spropositati interessi sul debito. Nel 2011 lo Stato ha avuto un avanzo primario di 16 miliardi, gli interessi, sono stati 78 miliardi (nel 2012 si prevedono 90 miliardi) e hanno causato un disavanzo di 62 miliardi. E’ una ghigliottina economica. Dal 1980 al 2011 le spese dello stato sono state inferiori agli introiti fiscali per 484 miliardi (altro che virtuosismo), ma gli interessi sul debito che abbiamo dovuto sborsare nello stesso periodo, solo 2.141 miliardi, ci hanno ridotto in braghe di tela. In vent’anni la crescita del Pil è stata lenta, molto lenta, quella del debito no, anzi…….. Il rapporto debito pubblico/PIL è aumentato dal 98,5% del 1991 al 120% del 2011”.

    Il resto del mio ragionamento e sul post di ieri, dove ho estrapolato un po’ di dati, reali, sui quali bisogna ragionare, ottenuti da fonti ufficiali….

    https://corriereal.wordpress.com/2012/11/01/province-che-tira-e-molla/#comment-12558

  4. luigi
    2 novembre 2012 alle 20:25

    La verità è che il debito pubblico dello Stato italiano non potrà mai più essere pagato.E’ già tanto se non viene ancora ulteriormente aumentato, per cui a questo punto se un debito non viene mai pagato in realtà è un debito che non esiste; perché quindi preoccuparsene tanto? Lo Stato si limiterà a pagare gli interessi, che è poi ciò che il risparmiatore medio chiede – incassare delle buone cedole – ed il capitale può essere tramutato in rendita irredimibile. Il consolidamento del debito pubblico è d’altronde già avvenuto in passato nella storia del nostro paese. Negli anni sessanta sul listino dei titoli di Stato era ancora quotata la Rendita Italiana Irredimibile 3,50% di antica memoria.
    In caso di guerra si risponde con provvedimenti eccezionali, non certo con chiacchiere su una ipotetica crescita che non ci sarà per almeno i prossimi dieci anni..
    L’ideale sarebbe se il consolidamento venisse attuato con garanzia della Banca Europea e con l’assenso della Comunità, ma comunque il governo dovrebbe studiare la possibilità di fare il passo, senza perdere credibilità per il credito futuro e cercando piuttosto di azzerare i debiti delle Regioni, dei Comuni, delle ASL e via discorrendo impegnandosi anche a non creare altri debiti per il futuro.Forse anche la Merckel sarebbe d’accordo

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