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Il Superstite (111)

3 novembre 2012

di Danilo Arona

Il primo della serie, L’estate di Montebuio, venne accusato di essere un gioco di scatole cinesi. Era in verità una scelta necessaria. Esistevano tre voci narranti nel libro e non per certo per complicare la vita al lettore. Ma perché la dispercezione del reale era il tema principale.

C’ero io che raccontavo la storia, poi i frammenti di un libro fittizio che s’intitola “L’Onda” del tutto necessari allo sviluppo della medesima e, infine, i “messaggi” di una vecchia macchina da scrivere che sembrava scrivere da sola. E uno scrittore morto per suicidio nel dicembre 2007 nella cui opera postuma, ovviamente fittizia pure lei, bisognava entrare per dipanare la matassa. Infine c’era il paese, Montebuio, che di “inventato” ha solo il nome (peraltro di un altro posto neppure tanto distante) perché specchio di un paesino realmente esistente, Montemaggio di Savignone, novecento metri sopra Busalla, nell’entroterra genovese. Posto che conosco bene e al quale mi sento affettuosamente legato e che ho descritto tal e quale, colonia abbandonata compresa. Il tutto allo scopo di trasmettere l’idea di una Liguria dall’aspetto realistico, ma del tutto fantastica nella sostanza perché l’Appennino ligure – Triora e Dolceacqua insegnano – è un altro di quei luoghi magici dove l’horror di casa nostra può trarre mille spunti ispirativi.

Il secondo, pure lui stagionale, in verità non condivide quasi nulla con le vicende de L’estate. Solo un personaggio che là era secondario e che ne L’autunno di Montebuio diventa l’io narrante con la voce infantile di una bambina di dieci anni. Perché nel 1962 la mia amica Lisetta, che è una deliziosa persona in carne e ossa, aveva proprio quell’età. E abbiamo avuto la presunzione di inventarmi un frammento della sua vita, quello dei 13 giorni in cui il mondo intero tremò per colpa della crisi dei missili di Cuba. Ho scritto “abbiamo” perché in quest’avventura – ogni libro nuovo lo è – mi accompagna la giovane amica Micol Des Gouges (nella foto) che presta la sua “voce” a Lisetta. Una bambina che in balia dei terrori trasmessi dagli adulti altro non può fare che trasfigurare la realtà. Micol, come me, è di Alessandria, e giunge a ingrossare la nutrita truppa di scrittrici e scrittori locali, una realtà in espansione che fa da nobile contrappeso alla delicata situazione che la città sta attraversando.

Per quel che vale il mio 50% nel processo creativo credo di poter affermare che L’autunno di Montebuio non sia affatto un horror, ma un romanzo “per tutti”, soprattutto per coloro che hanno a cuore le dinamiche emozionali dei ragazzini tra i 10 e i 12 anni. Ovvio che quel periodo storico, mezzo secolo fa, è lontano e diverso, ma forse sono ancora reperibili dei tratti in comune, soprattutto quella paura manipolante che certi adulti, a loro volta traumatizzati, trasmettono all’infanzia senza rendersene conto. Se c’è un film accostabile a L’autunno di Montebuio, questo si chiama Riflessi sulla pelle di Philip Ridley. Se c’è una musica in grado di commentarlo, questa s’intitola Telstar nella versione dei Tornados del grande Joe Meek.

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Categorie:Editoriali
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