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Il Superstite (112)

10 novembre 2012

di Danilo Arona

Data l’età non così verde possiedo un archivio sterminato delle cose di mia produzione. E quando vado in crisi di idee (molto facile che accada con i milioni di parole che mi tocca scrivere), vado a piluccare là dentro per riesumare qualcosa di papabile.
Così ho ritrovato questo pezzo che scrissi nel 2003 come prefazione al secondo volume, bellissimo, redatto da Ugo Boccassi e Franco Rangone sulla musica alessandrina: (Io) lui, gli altri & la musica, che c’invogliò in assoluto a leggerne un terzo che speriamo giunga presto. Si intitolava Anni come giorni volati via e e faceva così…

E arrivarono gli anni Settanta. Ma prima furono i Sixties conclusivi, una letterale esplosione di beat generation, di lungocriniti ragazzacci mandrogni che padroneggiavano un assurdo slang anglopiemontese, di locali assai intimi in quanto a dimensioni (su tutti il Pata Pata in via Legnano e il Napoleon prima versione con minidiscoteca al pianterreno) nei quali le tipe si appartavano con i tipi alle note di Ruby Tuesday e Classical Gas. E i sabati pomeriggio. Sì, i sabati pomeriggio non andrebbero dimenticati, visto che il loro utilizzo musical-danzereccio è andato poi via via scemando fino a raggiungere il definitivo dimenticatoio.

Ma esibizioni di gruppi post-beat e fidanzamenti controcorrente il sabato pomeriggio ad Alessandria andavano a braccetto. In realtà era uno scaldarsi i muscoli per il sabato sera, non di rado trascorso al Dancing Ambra, leggi il cinema del Dopolavoro Ferroviario, che veniva adattato a balerona nazional-popolare, ribattezzato nel gergo di allora “I Feroci”. Ci si scaldava per magari pestarsi la notte, sempre all’Ambra, con bande rivali (quelli delle Casermette chissà come soprannominati “mods”) o per pomiciare e ascoltare altra musica dal vivo la domenica successiva, pomeriggio di sicuro e sera non assicurata (il lunedì si andava a scuola).

Io già suonavo con i Privilege, il mio gruppo storico, e nonostante la tristezza vagamente congenita di due dei fondatori (il batterista Renato Panizza e il mio grande amico Vito Oliva), ripenso al triennio conclusivo dei Sixties come a un periodo clamorosamente allegro e positivo. Poi, nel dicembre 1969, scoppiò quella maledetta bomba a Piazza Fontana e io, il giorno dopo la strage, proprio tornando da una serata tenutasi a Milano di cui conservo un ricordo a dir poco plumbeo, mi sfracellai il naso contro un camion e qualcosa cambiò. Il mio naso rifatto non c’entrava per nulla, ma la musica dei giovani si apprestava a diventare riflessiva, politica, impegnata. E il decennio a seguire si adeguò. Crisi economica, terrorismo e persino crisi di gnocca, con gonne che si allungavano sino ai piedi e furenti femministe a sostenere che la liberazione sessuale passava attraverso l’astinenza ascetica.

Anche i gruppi alessandrini si accodarono a quest’andazzo un po’ cupo e, con il senno del poi, vagamente masturbatorio. Sul mio taccuino personale i Privilege conclusero la loro avventura terrena alle soglie dell’estate del ’72, dopo aver inciso un disco per la mitica Cobra Record (una casa discografica che sfornò quattro dischi in tutto), e furono subito rimpiazzati da Il Pozzo e il Pendolo, un nome e un programma dato che il pezzo più allegro in repertorio s’intitolava Death Walks Behind You (e traducete un po’…). Non poteva accadere null’altro con Il Pozzo e il Pendolo, se non di attraversare quel periodo allucinante tra il 1973 e il 1974, passato alla storia come “crisi energetica mondiale”, con città che sembravano paesaggi del dopo-bomba e tutti a nanna alle undici senza neppure la consolazione di un televisore davanti al quale poter sonnecchiare. Fu una pagliacciata che per fortuna durò poco. Ma, quando finì, i gruppi che facevano musica giovane batterono in ritirata di fronte a una deflagrante rivincita delle orchestre di liscio.
Anche Alessandria, nel suo piccolo, fu specchio locale dell’andazzo nazionale e io, un po’ schifato e con un piede ormai impantanato nel mondo lavorativo, mollai per qualche tempo la spugna. Più o meno quattro anni per poi iniziare un’altra storia. Ma siamo già negli anni Ottanta: altro clima, altra musica, altri amori.

Cosa resterà degli anni Settanta, rubando la battuta a Raf? Malinconia, sicuro. Un po’ di tristezza. La sensazione di avere sbagliato qualcosa rispetto allo scoppiettante e godereccio decennio precedente. Forse c’è troppo del mio iter personale, ma non credo.
I Settanta non sono stati anni spensierati. Al Napoleon impazzava il pop jazz di Enrico Rava che regalava brividi d’apocalisse sulle note cacofoniche di una tromba delirante. I gruppi di rock progressivo che andavano per la maggiore si chiamavano Rovescio della Medaglia e The Trip, giusto a ricordarci che la realtà ha una faccia nascosta quasi sempre demoniaca. I sabati pomeriggio di festa-danzante-con-strusciamento-ombelicale si dissolsero e non trovarono rimpiazzo. E poi la strage nel carcere e le radio private, cosiddette “pirata”. No, c’era poco da ridere.

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Categorie:Editoriali
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