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La giostra dell’incertezza

14 novembre 2012

“Attento a non farti confondere le idee: mescolare i diritti dei dipendenti comunali e quelli dei lavoratori delle partecipate significa, giuridicamente, fare una marmellata indigesta di mele e pere!” Chi me lo ha detto sa il fatto suo, e a me piace sempre ascoltare chi ha più competenze di me su temi così specifici. D’altra parte però, giusto ieri, un impiegato di Palazzo Rosso mi spiegava: “tranquilli un piffero: a parte che non sappiamo se incasseremo lo stipendio di novembre e dicembre, ma continuano a dirci che i tagli saranno sulla spesa corrente, e noi dipendenti quello siamo”.

Benvenuti sulla giostra, terribile, dell’incertezza alessandrina di questa fine 2012. Dove i dipendenti degli enti locali (la Provincia ha, sia pur diluiti un po’ più in là ne tempo, la sua bella fetta di problemi) stanno scoprendo di aver sempre creduto ad un ritornello, “vinto il concorso sei a posto tutta la vita”, che si sta dimostando una verità assai relativa, in un contesto sociale ed economico in continua evoluzione/peggioramento. Ripeto: piena solidarietà a chi ha mutui, e bimbi da crescere. Credo che nessuno debba essere “buttato a mare”, e men che meno chi ha alle spalle realtà fragili, famiglie deboli.
Ma rendiamoci conto che la stessa solidarietà meritano anche tutti gli altri. Ossia chi lavora nel privato, nelle cooperative, i disoccupati e i precari già messi alla porta. E, soprattutto, che tutta la pubblica amministrazione deve aprirsi ad una nuova stagione di vera efficienza: che significa lavorare (tutti, non solo i più fessi) davvero, e lavorare producendo valore per la collettività. Chi scava la buca e riempie la buca, non mi stanco di ripeterlo, magari fa una fatica bestia, ma purtroppo riproduce un circuito sterile.

Per ora l’agenda di giornata mostra soltanto crepe preoccupanti: tagli di fondi all’Atm, e Amiu verso la liquidazione, con un brutto punto interrogativo sul futuro. Una bomba dietro l’altra insomma. Lo sapevamo che prima o poi sarebbe successo, perché il contesto anche extra alessandrino è quello che è, e perché è ovvio che, in un sistema in implosione, il centro tenta di conservare se stesso, sacrificando in prima battute le periferie.
Per uscire da questa spirale ci vuole un nuovo, vero, grande progetto. Lo ha Alessandria, e lo ha l’Italia?

E. G.  

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Categorie:In primo piano
  1. 14 novembre 2012 alle 13:00

    C’era una volta…una repubblica lontana, lontana, come tante altre, nel Caucaso, dove la democrazia era sempre stata lettera morta; il potere veniva esercitato da pochi, da sempre, in maniera, come potremmo dire?, nobiliare e assoluta. Sempre gli stessi aristocratici, conti e contesse, duchi e duchesse, marchesi e marchette, pardon!, marchese ( scusate il lapsus). Ed erano al governo da tempo immemore, sempre le stesse facce, fin da quando l’uomo ricordasse, serviti, riveriti ,amati, quasi venerati da folle osannanti, perché il potere, divenuto in pratica ereditario, era garantito dai moltissimi servi della gleba, sinceramente affezionati ai loro padroni. Qualsiasi cosa gli aristocratici mostrassero loro, utilizzando araldi compiacenti, diveniva realtà nelle loro menti, era un paese felice, non esisteva il dubbio nei sudditi, se il padrone diceva: “ è rosso”, loro vedevano rosso… magari, invece, era un blasone scudocrociato.
    Una favola popolare del luogo, quasi un racconto, di uno sconosciuto autore, tale Lev Levidovich Sciascia, diceva così: «Da anni il cane, quando si accucciava pieno di noia ai piedi del padrone, amava la fresca sensazione dell’odore di trementina che le scarpe gli davano: il padrone usando sempre una buona vernice alla trementina. Così; lentamente, il pensiero dei calci ricevuti e da ricevere si fuse in quell’odore gradevole, acquistò una certa voluttà. La pedata fu soltanto un odore. Ma un giorno il padrone usò altra vernice, di un odore più torbido, come di petrolio e di sego. Da allora le pedate riempirono il cane di disgusto».
    Tutte le marche dello stato, tutti i distretti, ricevevano prebende dal potere centrale, retto da principi e principesse; lo so, sembra un paradosso, ma nel lontano Caucaso succedeva anche questo, una repubblica poteva essere retta come fosse una monarchia, una federazione di repubbliche poteva essere condotta ad impero. I sudditi finanziavano tutto con i loro rubli, con i loro copechi, ma non tutti contribuivano in maniera eguale, giammai!, meno si aveva, più si doveva contribuire, e bisognava anche essere grati e contenti di mantenere gli amati sovrani e i loro amici. Così si permetteva loro di vivere una meritata vita agiata, ricompensa degli enormi sacrifici fatti all’uopo di mantenere sana e florida la repubblica monarchica assoluta, fatta di cerimonie, balli, viaggi all’estero in paesi lontani, dal sapore orientale. Ah! Il magico Catai. E i loro amici…Oooooh!, i loro amici, belli come dei principi… alcuni ricordavano le effigi indiane, di alcuni dei luminosi come Shiva… ricchi borghesi, giustamente esentati dal pagamento delle tasse. I generosi nobili, infatti, sapevano che le tasse andavano pretese solo dai poveri che, invero, possedevano poco, ma erano tanti, sempre di più. I munifici aristocratici aiutavano, poi, gli alleati a divenire ancora più ricchi, creando per loro grandi lavori inutili, calpestando intere popolazioni per raggiungere i loro interessati scopi, impiegando i soldi dei sudditi contro il loro volere
    Ma nel Caucaso, dopo un periodo di yak grassi, ne venne uno di yak molto magri, naturalmente i distretti retti a marchesato assoluto, in mezzo a tante ristrettezze, corsero ai ripari. I marchesi, che erano tutti quattro-stagioni e si adattavano a vivere nella ricchezza quanto nella povertà(degli altri), furono comunque, in virtù dalle sagge leggi da loro promulgate, scelti dai piaggianti sudditi, a minoranza assoluta, per riformare il marchesato, che tanto bene avevano concorso a reggere in passato. La famiglia gentilizia a cui avevano sottratto il potere continuava a partecipare all’amministrazione, nonostante i danni che aveva prodotto nel recente passato, invece di “essere messa in condizione di non nuocere”. Il principato centrale, orrore!, ad un certo punto, decise di non foraggiare più i marchesati e i ducati di periferia, al grido di “mors tua, vita mea”; pur di mantenere i propri privilegi, i principi erano disposti a sacrificare i loro valvassori. Nella repubblica regno si vociferava che tutti gli aristocratici, all’occorrenza e in caso di epidemica diminuzione della casta, potessero, come fanno le orate in natura, cambiare sesso a piacimento, oppure che si potessero riprodurre per partenogenesi, ma forse era solo leggenda…
    Naturalmente le colpe erano dei sudditi, sopratutto quelli che lavoravano nella burocrazia del distretto, fannulloni e incompetenti, e loro, per primi dovevano pagare la crisi. Pensare che uno dei nobili, solo qualche tempo prima, si sperticava in lodi per i sudditi burocrati, addirittura diceva che erano in pochi e svolgevano un lavoro incredibile…ah!, la caducità della coerenza e della memoria, nelle umane cose….
    In tempi molto recenti, però, i poliedrici aristocratici, transustanziatisi in umili corpi umani, senza alcuna fatica avevano convinto gli ignari sudditi a partecipare ad una serie di folcloristiche manifestazioni, tra slogan, canti e giocolerie infuocate, aiutati in questo dai fedeli pastori di categoria, persuadendoli di essere totalmente dalla loro parte.
    Purtroppo i sudditi ci ricadevano sempre, nel pensare che i padroni potessero avere i loro stessi obiettivi, a niente erano servite le parole, di fatto dimenticate, del grande pensatore Vladimir Il’ic:
    “Fino a quando gli uomini non avranno imparato a discernere, sotto qualunque frase, dichiarazione e promessa morale, religiosa, politica e sociale, gli interessi di queste o quelle classi, essi in politica saranno sempre, come sono sempre stati, vittime ingenue degli inganni e delle illusioni”.
    Ma le categorie superiori dell’umano, gli aristocratici ereditari, non potevano rimanere uomini a lungo, pena la condanna a vivere una vita di lavoro e fatica, con poche soddisfazioni, tranne l’adorazione estatica delle icone nobiliari. Ed eccoli assurgere nuovamente al loro pantheon naturale, con la lieta notizia che forse i principi ci avrebbero ripensato, li avrebbero premiati nuovamente. Per festeggiare, ecco un bel piano di dismissioni e licenziamenti, bravi!, quanto erano stati bravi. Ma su di una cosa erano stati coerenti i marchesi, facendo pagare la crisi ai sudditi, tutti (una parte di loro, addirittura, convinta di doversi sacrificare per il bene dei padroni), avevano continuato a pensare agli amici fino all’ultimo. Cos’erano diverse centinaia di bambini affamati, di padri senza lavoro, di fronte al terzo inutile ponte sul fiume Terek?, o al terzo (forse il tre era un numero fortunato per i potenti) pleonastico valico sul Caucaso, dopo quelli di Darial e di Abano?alla gioia riconoscente degli amici borghesi?. Ma un’inezia naturalmente….
    In tutto questo, ho dimenticato di narrare di un manipolo di uomini veramente liberi, sparsi un po’ dovunque nel marchesato, vilipesi, accusati, a volte diffamati, ma tant’è, nella repubblica assoluta dire la verità diventava pesante; neanche di fronte ai fatti, incontrovertibili, gli sclavandari del regime aristo-democratico si ravvedevano, nel Caucaso molto più facile era scalzare dal potere un dittatore che impedire ai servi di esserlo…
    Per fortuna il Caucaso è molto lontano da voi ed erano altri tempi…ma un quesito sorge spontaneo alla mente: “Chissà quando, i sudditi del marchesato, smisero di sentire odore di trementina?”.
    L’unica notizia certa, che le cronache del marchesato ci forniscono, è la storia di uno dei nobili che, dotato di una generosita e di una filantropia senza pari, per sentirsi vicino ai suoi umili seguaci, dopo essere stato vilipeso e maltrattato dai suoi pari, rifiutò di assurgere e contribuì al benessere del distretto, partecipando operosamente a gruppi di volontari, svuotando cassonetti e pulendo strade.

  2. Giancarlo
    14 novembre 2012 alle 18:14

    Nell’articolo di Alessandria News sopra linkato è stato scritto:“La posizione della Società – ha dichiarato il sindaco Rita Rossa– è inaccettabile per un Comune in dissesto, che non può continuare a garantire con contributi a fondo perduto l’inefficienza dell’erogazione dei servizi. È al vaglio della Giunta la Delibera di conferma delle agevolazioni interrotte a condizione, però, che ATM faccia gravare sul Comune solo il loro costo effettivo, ben inferiore al valore di 1.300.000 euro annui che, al contrario, configurano un mero aiuto del Comune al bilancio della Società”.
    —————————————————————————————————————-
    Da questo capriccetto politico (perchè il cda di ATM attualmente in carica sino al 31.12.12 è ancora di vecchia nomina centro-destra o sbaglio????), si ricava che da oggi (anzi dall’altro ieri) gli studenti (15-25 anni) e gli over 65 tanto per fare un esempio, subiranno un cospicuo aumento dell’abbonamento mensile che nel frattempo è variato da 10,80 Euro a ben 42,00 Euro………………………(gulp!!!!!).
    La vogliamo una volta per tutte finirla di giocare sulla pelle della gente???
    Mia figlia, anzi io, sarò uno di quelli che subirà le conseguenze di questa scellerata manovra, francamente questi giochetti incominciano a pesare, e non solo sul bilancio familiare.
    Io però sono tosto, da domani si viaggia in macchina, il pizzo a questa gente non lo voglio pagare anche a costo di rimetterci, semmai il dissesto lo paghi chi lo ha creato, ……………è chiaro il concetto???

  3. Giancarlo
    14 novembre 2012 alle 18:18

    Ah dimenticavo, ora aspettiamo con impazienza il piano industriale di rilancio per ATM, se questo è l’inizio direi che andiamo male!!!!!

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