Home > Editoriali > Il Superstite (113)

Il Superstite (113)

17 novembre 2012

di Danilo Arona

Come la mia amicissima Silvia Pautrè sa bene (perché c’era), il 31 dicembre del 1973 mi trovavo all’Hotel Valgranda a Pecol di Zoldo Alto, in provincia di Belluno. Ovvero: oltre i 2000, Dolomiti, neve e albergo fighissimo. Ero lì per fare quello che mi piace fare da sempre a ogni spirar di secolo, cioè suonare per venti o ventimila persone beneintenzionate a tirare le cinque ballando e sudando le proverbiali sette camicie. Rappresentanza alessandrina ben nutrita anche perché l’albergo era gestito da noto imprenditore locale. Magari poi qualcuno si trovava in zona anche per sentire il gruppo mandrogno che si proponeva con un nome più che festaiolo, Il Pozzo e il Pendolo.

Tra i volti più o meno noti che sin dalle dieci comparivano nella tavernetta dell’Hotel, dove si stava per dar inizio alle danze, ecco quello simpatico e sorridente di Angelo Pautrè, babbo spirituale di tante generazioni di musicisti, alessandrini e non. Impossibile non salutarlo degnamente perché Angelo apparteneva al segno dei Gemelli, marchio astrale – ne so qualcosa – che nel saluto e nella comunicazione trova la sua ragione di vita. «Finalmente quest’anno né canto né suono – esordì l’uomo -, saranno trent’anni. Sai, anche i miei che me lo ripetono da un sacco di tempo: Stai con noi almeno per una volta!». Credo che sul viso, allora sormontato da spioventi baffi alla mongola, mi si dipingesse un’espressione vagamente ironica. Né furono da meno gli amici che con me suonavano (Gino, Olimpio e Marco, che di Angelo era persino parente). La verità consisteva nel fatto che noi eravamo rockettari incalliti e per forza di cose fuori ruolo in un veglione di Capodanno in cui, a giudicare dal pubblico presente, il massimo della trasgressione poteva essere My Way.

Insomma, il tipo di lunga serata per la quale si dovevano tirare fuori il jolly e l’idea geniale. Due elementi che, a nostro parere, si erano manifestati a Pecol nella persona del carissimo Angelo. Arrancammo così sino alle 11,30, mentre la tavernetta si andava riempiendo in ogni millimetro di fauna umana, ben decisa a dimenarsi con samba, polca e valzer. Di qualcuno cui proporre Rolling Stones e Jethro Tull, piatti forti de Il Pozzo e il Pendolo, neppure l’ombra. Un timido accenno di chitarra distorta, ovvero la leggendaria introduzione di Smoke on the Water dei Deep Purple, provocò lo svenimento di una terrificante cicciona tanto sfortunata da occupare un tavolino piazzato a fianco del mio amplificatore.

Occorreva estrarre il coniglio dal cilindro. E la magia avvenne. Alle 11,40 pronunciai al microfono: «Signori, abbiamo l’onore di avere in sala un grande artista, Angelo Pautrè!». In questo modo: non concordato e neppure richiesto, perché tra musicisti funziona così. E poi, se in sala arriva un grande sul serio, l’atto è dovuto. L’ovazione della rappresentanza mandrogna, già in abbondanza supportata dai brindisi, fu un boato e contagiò le altre compagnie. Il colpo era riuscito e Angelo a quel punto non poteva negarsi. Da assoluto professionista qual era, salì in pedana e s’impadronì del microfono e della situazione. Peraltro aveva già capito tutto perché, prima di attaccare, mi sussurrò (in dialetto): «Figurati se mi hai invitato per farmi cantare solo una canzone». Al che la partenza con Voglio amarti così e Parla più piano, celebre tema del film allora di moda Il Padrino. Facendola breve, Angelo restò lassù con noi qualcosa come tre ore, dialogando con il pubblico, scandendo i secondi dell’anno morente, esaudendo il mare di richieste che gli giungevano dalla sala e salutando di tanto in tanto con espressione divertita la moglie, la figlia Silvia e gli altri amici lasciati soli al tavolo. Quella notte io poi imparai ancor meglio, da quell’uomo saggio e travolgente, l’importanza di suonare con qualcuno che, solo per il fatto di stare a un metro da te, ti sta insegnando tanto. Un’esperienza importante. Al punto che noi del gruppo, illusi di essere stati autori di uno scherzo comunque simpatico, non ci rendemmo subito conto che in realtà ne eravamo le vere vittime.

Rividi Angelo a Capodanno del ’95 in un locale dell’Osterietta dove, bontà loro, amavano ancora le mie schitarrate. Un momento incredibilmente analogo a quello appena rievocato: Angelo si trovava lì assieme ad amici e familiari, non dedito per una volta alla sua attività preferita. Il patron lo invitò sul palco poco dopo la mezzanotte e lui, con il viso un po’ stanco, intonò con la voce fresca di sempre Voglio amarti così.

Fu l’ultima volta che suonai con lui. E me la porto nel cuore. Il destino ci privò di lui due anni dopo. E da allora ogni alessandrino autentico è più povero. E un po’ più solo.

Annunci
Categorie:Editoriali
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: