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[BlogLettera] Modelli economici: capitalismo, comunismo e….Argentina

24 novembre 2012

Nel mondo abbiamo conosciuto finora tre tipi di politica economica: capitalismo, comunismo e infine l’Argentina.

I sistemi economici finora conosciuti hanno deluso le aspettative ed hanno scatenato in Europa ondate sempre più imponenti  di proteste, fino a fare ipotizzare mortali pericoli per la tenuta del sistema democratico, almeno in paesi di democrazia fragile e non consolidata come il nostro. Qui da noi, per fortuna, lo scontento generale ha per il momento generato  dei movimenti tuttora inseriti nell’alveo democratico, per cui diciamo: meno male che c’è Grillo, perché altrimenti dovremmo registrare l’esplosione di ben altri movimenti eversivi tipo quelli che si fregiano della croce uncinata o della croce celtica.
Dopo il fallimento del comunismo reale, che doveva essere il traguardo finale dell’idea socialista marxista, stiamo assistendo anche al fallimento del capitalismo, che doveva essere il bastione del liberalismo.

Molti di coloro che hanno creduto nel comunismo hanno ammesso di essersi sbagliati ed ora, non a caso, dovendo indicare i nomi dei loro personaggi di riferimento, come hanno fatto i cinque candidati alle primarie del Partito Democratico, non hanno trovato di meglio che indicare nomi quali Papa Giovanni XXIII, il Card. Carlo Maria Martini, ma anche – udite, udite – Alcide De Gasperi, l’avversario numero uno di un tempo, il padre della legge truffa del 1953, che segnò, dopo la sua mancata conferma, la fine del suo progetto politico  ed aprì la strada all’avvento del capitalismo di Stato all’italiana di fanfaniana memoria, e la conseguente presa del potere economico da parte delle tante clientele nostrane, romane e meridionali in particolare. E, pensare che la famigerata legge truffa del 1953 non era niente di vergognoso al paragone del sistema elettorale attuale e di quelli proposti. Povero De Gasperi, forse sarebbe stato meglio per lui se fosse rimasto cittadino austriaco!

I vincitori, o meglio i sopravvissuti al comunismo, hanno dato spazio ad un capitalismo dagli effetti oltremodo negativi. Al capitalismo produttivo hanno sostituito il capitalismo finanziario, illudendosi di poter far soldi solo facendo girare i soldi, in una girandola trasformatasi presto in un vortice. Nessuno si è più preoccupato della crescita della ricchezza, intesa come primaria (agricoltura) e secondaria (industria) per cui la produzione reale dei beni è stata dirottata ai paesi emergenti, sfruttando in modo vergognoso i loro bisogni di sopravvivenza, nell’illusione che fosse sufficiente governare i flussi di capitale e le rendite finanziarie. Ci siamo trasformati da tempo in parassiti dell’economia mondiale, credendo di poterci sentire forti con la capitalizzazione delle nostre banche. Quando ci siamo accorti che gli interessi delle Borse Valori di Hongkong e di Singapore non collimavano più tanto con quelle del mondo occidentale, ci siamo trovati spiazzati ed impotenti, perché la speculazione mondiale aveva già deciso che le prossime vittime sacrificali saremmo stati noi. Ai vecchi “padroni del vapore” si stanno ormai sostituendo altri padroni che stanno altrove.Nel frattempo gli eredi dei vecchi padroni cercano di arraffare tutto quello che possono prima che faccia buio per tutti noi. Abbiamo trovato l’alibi della Grecia, ma c’è ben altro. Il paradosso è che le banche che hanno innescato l’ondata speculativa  ed avviato il rischio del fallimento del sistema capitalista occidentale sono state proprio quelle americane ed inglesi, che hanno presto trascinato nel vortice anche quelle francesi e tedesche, quelle spagnole ( tutte  impelagate in una enorme bolla speculativa immobiliare) e quelle italiane, specialmente quelle che per ammodernarsi – così dicevano- avevano seguito la moda che sembrava vincente, cioè appoggiare la fame di denaro della speculazione  piuttosto che le esigenze di sempre nuovi investimenti del mondo del lavoro.

Il risultato è stato che il settore delle piccole banche del nostro paese, sopravvissute alle fusioni bancarie forzate, come ad esempio le piccole banche cooperative, pur rappresentando solo l’8 per cento della raccolta del risparmio, sono costrette a far fronte ad una percentuale del 13 per cento della domanda complessiva di credito. Invece i colossi bancari nostrani, che hanno avuto dalle istituzioni europee l’aiuto per ripristinare la loro capitalizzazione incrinata dalla crisi, sono costretti ad utilizzare la fetta più consistente della loro potenza finanziaria residua per sostenere l’acquisto dei titoli del debito pubblico. Si dice che finché avremo un debito pubblico dell’ordine di due milioni di miliardi di euro, con conseguente onere per interessi annui superiore ai 70 miliardi di euro, non potremo sperare di uscire dal vortice della crisi. In effetti il governo dei tecnici sembra soltanto in grado di gestire l’emergenza ma non di avviare la ripresa della crescita economica.

Dubito che lo sappiano fare i partiti tradizionali che hanno finora dimostrato a parole di voler gestire la redistribuzione della ricchezza ma non il reale sostegno alla produzione, poiché – è lapalissiano –che prima di ridistribuirla la ricchezza va prodotta. Da chi?
Il dubbio è che le forze antagoniste al sistema dei vecchi partiti non abbiano la ricetta giusta, dal momento che -. apparentemente contrari sia al capitalismo che al comunismo – sembrano pendere verso la terza soluzione: quella argentina.

E’ di questi giorni la proposta di Grillo di non rimborsare il debito pubblico, come ha fatto l’Argentina nel 2002. In effetti il nostro debito pubblico ha raggiunto un livello tale che sarebbe comunque impossibile poterlo ripianare, per cui, se un debito non viene mai pagato in realtà è un debito che è come se non esistesse. Se pensiamo che nel default argentino il debito sovrano non rimborsato ammonta tutto sommato a circa 81 miliardi di dollari, cosa è  in confronto alle dimensioni del nostro debito, che per di più è in euro? Poca cosa in confronto. L’unica possibilità potrebbe essere l’innesco di una inflazione talmente elevata da svalutare anche il debito in pochi decenni. Un consolidamento del debito in teoria sarebbe possibile. L’Italia lo ha già fatto in passato, nel 1937 mi pare, per opera del governo fascista. Ricordo che negli anni 1961-1963 nel listino dei titoli di Stato appariva ancora quotata la Rendita Italiana irredimibile 3,75% e 5%. Irredimibile vuol dire che il titolo può essere oggetto di compravendita, può fruttare interessi, ma senza impegno da parte dello Stato di rimborso alla scadenza. Ed i fondi pensione che hanno in portafoglio una grossa fetta dei titoli di Stato italiani, che fine farebbero?
Non è forse una soluzione di tipo argentina?

Resta da vedere il seguito, cioè se i futuri vincitori delle elezioni saranno dell’idea di copiare i provvedimenti della presidenta Kirchner; perché posso immaginare che una grossa frangia dei cosiddetti progressisti sono tuttora affascinati dalle lotte anticapitaliste dei leader sudamericani, che poi in definitiva si riducono ad un viscerale antiamericanismo accompagnato da dosi massicce di populismo. Qualcuno in Italia magari è convinto che la situazione argentina possa essere imitata. In quel paese la previdenza privata è stata abolita, le privatizzazioni precedenti annullate, l’inflazione alimentata dalla spesa pubblica  è al 25%, anche se i dati ufficiali (falsati per ordine del governo) la fissano al 7%, le riserve nazionali in valuta si sono ridotte al lumicino, nonostante che negli ultimi anni l’aumento dei prezzi delle materie prime abbia favorito la loro economia e di fatto gli argentini non possono cambiare valuta. Il cambio ufficiale che nel 2004 era di circa 3 pesos per dollaro è passato a 4,75, ma a borsa nera è a 6,35. Sugli acquisti fatti mediante carta di credito grava una tassa del 15% per scoraggiare gli acquisti dall’estero. Possedere valuta estera, in particolare dollari, è diventato un reato. Ma se da una parte l’antiamericanismo del governo, diffuso anche fra la popolazione, ha una sua ragione oggettiva, in considerazione degli eventi storici pregressi e le colpe dei governi americani, che non sono poche, resta da capire quale sia la convenienza, ad esempio, a nazionalizzare una prima volta l’industria petrolifera, mandando a casa gli odiati yankee di Esso, Shell e British Petroleum, per poi gestire in modo fallimentare l’azienda di stato YPF, affidare in un secondo tempo il settore petrolifero argentino agli spagnoli della Repsol, salvo poi accusarli di guadagnare troppo e ri-nazionalizzare di nuovo,  venendo meno agli impegni sottoscritti.  Nel frattempo la Repsol  ha avviato un contenzioso con il governo argentino, appoggiata dalla Comunità Europea, che se ne guarderà bene da incentivare altri investimenti in quel paese. Il paese sudamericano ha circa quaranta milioni di abitanti, ma quasi un terzo sono concentrati a Buenos Aires, arrivati lì forse nella speranza di trovare protezioni governative, favori che il governo cerca di elargire alle masse in cambio del voto popolare, secondo una tradizione inaugurata negli anni cinquanta-sessanta da Evita Peròn, la moglie del Presidente Juan Peròn, rimasto tuttora un mito non scalfibile fra le classi popolari. Il destino si è ripetuto con il Presidente Kirchner, morto prematuramente e la moglie, l’attuale Presidenta, già al suo secondo mandato.

Anche lei ha alimentato il mito del defunto marito, intitolandogli piazze, strade, ponti, centrali elettriche, università e quant’altro, ma i problemi di fondo del paese sono rimasti invariati. D’altra parte lui si era fatto un buon nome come governatore della Provincia  di Santa Cruz, verso l’estremità della Patagonia, dove governava su una popolazione di soli 400.000 cittadini, favorito dalle entrate fiscali derivanti dalle ricche royalty petrolifere, ma tutt’altra cosa sarà per la Presidenta governare una metropoli come Buenos Aires verso un futuro di incognite.
Dal 2 ottobre scorso una fregata della marina militare argentina, la Libertad, è sotto sequestro in un porto del Ghana per l’insolvenza del governo in merito ai “Tango Bonds”. La nave-scuola, fiore all’occhiello della marina argentina, è stata abbandonata ed il  personale di bordo ha dovuto essere trasferito non con aerei argentini, che rischiavano di essere pure loro sequestrati, ma bensì con voli Air France.  L’umiliazione per la sig.ra Kirchner è stata cocente, ma lei non se ne cura, perché dice che il popolo è dalla sua parte. Contenti loro.. Ve lo immaginate se ci sequestrassero l’Amerigo Vespucci?
Dalla fregatura alla fregata. E’ la legge del contrappasso.

Se l’Italia fosse tentata di percorrere la stessa strada, quali sarebbero le conseguenze?
Tragiche sicuramente. Possibile che non si possa trovare la strada delle vere riforme in sede europea che da un lato migliorino le condizioni di vita e di lavoro della gente senza continuare a darla vinta agli sciacalli? Che il mondo capitalistico occidentale sia avviato inesorabilmente al tramonto e possa fare una fine ancora peggiore del comunismo? Il sistema capitalistico ha conosciuto riforme importanti in passato grazie a menti illuminate che credevano veramente nei principi del liberalismo. Noi abbiamo avuto un ventennio durante il quale ci siamo fatti beffe dei principi di giustizia, di libertà e di sana concorrenza. Li abbiamo soltanto sventolati per opportunismo, ma in realtà i soliti fautori del protezionismo hanno continuato ad arricchirsi, non gli industriali veri ma i ladri ed  i concessionari  di rendite pubbliche di posizione.  Adesso ne paghiamo le conseguenze.

Luigi Timo – Castelceriolo

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Categorie:BLettere
  1. Maciknight
    24 novembre 2012 alle 16:20

    Come sempre Luigi Timo si dimostra ben informato, dotato di profondo senso critico ed acume analitico. A parte l’errore di battitura dei due milioni di miliardi di euro d debito pubblico italiano, che però i nostri politici parassiti keynesiani potrebbero anche raggiungere se potessero stampare moneta, il resto è abbastanza corretto Lo apprezzerei ancor di più se rivelasse le sue conoscenze sulla Scuola Economica Austriaca, l’unica che dispone di una teoria economica che consente di capire cosa stia accadendo e a quali prospettive stiamo andando incontro … perché finora quello che si sente e legge in giro come rimedio è forse peggio del male stesso, come l’MMT tanto caldeggiato da Paolo Barnard. Ancora troppi pensano che basterebbe disporre della stampante monetaria per salvare il paese, segno evidente che di economia monetaria si conosce poco, veramente poco

  2. 24 novembre 2012 alle 21:31

    Credo ci siano almeno altri due modelli: i modelli Ecuador e Islanda. Mi piacerebbe che fosse da voi approfondito.

  3. luigi
    24 novembre 2012 alle 22:31

    avendo ormai qualche annetto, sono rimasto legato mentalmente alla lira, per cui ragionare in termini di miliardi è rimasto un vizio. Chiedo scusa del refuso. Tuttavia anche se invece di milioni sono solo migliaia di miliardi il nostro debito, la sostanza del discorso non cambia: non lo pagheremo mai più , a meno che una poderosa svalutazione venga a darci una mano, ma l’iniziativa non può partire da noi, quindi – non so come potrà andare a finire

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