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Il superstite (115)

1 dicembre 2012

Arona 2di Danilo Arona

Ripropongo oggi la storia, incredibile per più di un verso, di Paolo Provera di San Salvatore Monferrato. Ne ho già scritto anni addietro  ma ho di recente constatato che ancora in molti dalle nostre parti non ne sanno nulla.

Allora, diversi anni fa l’intervento di un gruppo di privati cittadini, che si autotassarono per restaurare nel cimitero di San Salvatore un’edicola funeraria di particolare interesse architettonico, permise di portare alla luce un “mistero di provincia”, che non sarebbe spiaciuto a Edgar Allan Poe: la storia di Paolo Provera, classe 1850, che ha progettato e realizzato nell’ultima parte della sua vita un originalissimo “monumento a sé stesso”, una spettacolare cappella funeraria piena in ogni suo dove di lapidi, poesie e diversi busti di parenti e amici.
L’aspetto più inquietante e macabro della faccenda è che il Provera seppe predire e programmare la sua morte in modo da farsi seppellire seduto su una grande sedia di cemento. I dettagli della vita e della fine di “Tanta sà”, così l’uomo era soprannominato in paese, mi sono stati raccontati da Carletto Provera, che ci tiene a ricordare di non avere alcuna parentela con l’ingegnoso concittadino.

Intanto bisogna rimarcare l’incredibile progetto di Provera per “giacere” in una posizione del tutto anomala, una volontà che si è spinta sino ad attendere la morte, prevista quindi con una certa precisione, con il busto circondato da una robusta catena metallica per non cadere in avanti, circostanza quest’ultima che avrebbe vanificato tutto il disegno.
L’interno dell’edicola rigurgita letteralmente di scritte di questo tenore: “Creai quest’opera e gran lavoro mi costa, ma mi rallegro molto nel pensiero che servirà a me d’eterna sosta”, oppure “Ti vidi a fin, o sepolcro mio. Or che tu sei il lavoro a me più caro, se chiedessi ancor tregua a Dio, mi potrebbe tacciare per un avaro” e ancora “L’umile artista, il sottoscritto stesso, che creò questa tomba non comune, si raccomanda a chi sarà in possesso, d’averla a tenere ben immune”.
Monumento alla vita? Oppure alla sua fine? Fate voi. Ma il manufatto di Paolo Provera, ottimamente restaurato da un pugno di amici, è lì a sfidare le convenzioni e restituisce alla morte quel suo quieto carattere d’ineluttabilità che forse ci farebbe vivere meglio tutti quanti.

Paolo Provera nacque a San Salvatore Monferrato il 7 aprile 1850. Da giovane fu mastellaio e bottaio, ma la sua attività prevalente fu quella dell’oste, lavoro che svolse sino a quando non si ritirò. Si trasferì a Torino, non si sa quanti anni dopo il matrimonio con Angela Teresa Porzio, e acquistò un’osteria, impresa che si rivelò proficua. Ritornò a San Salvatore nel primo decennio del secolo, dove trascorse una vecchiaia discretamente agiata. Fu uomo ingegnoso e attivo. Lo testimoniano il suo soprannome (Tanta sà, ovvero “tanto sale”, alludendo alla sua intelligenza), la sua casa ricca all’epoca di decorazioni e scritte, e soprattutto l’edicola funeraria di cui stiamo parlando.
“La sua casa era tutta piena di poesie scritte sui muri”, dichiarò Attilio Benzi, , “di decorazioni e di congegni che non so cosa fossero. Aveva fatto un uccello di legno, un’aquila con le ali snodate e l’aveva messo sulla terrazza. Secondo lui, quando tirava il vento, il battito delle ali metteva in moto una piccola pompa per tirare su l’acqua del pozzo, ma mi pare che non abbia mai funzionato. Quando è morto, io ero a militare, ma ricordo tutti i preparativi che aveva fatto negli anni precedenti per sistemare la sua tomba”
“Era ingegnoso, ma anche strano”, riferì Giulia Demartini. “Un giorno chiamò noi vicini nel laboratorio che aveva al pianterreno della sua villetta per farci vedere la sua opera. C’era una specie di poltrona di cemento e chi ha detto ‘Con quella andrò al camposanto’, mostrandoci anche, sedendosi dentro a quel cadregone e mettendosi la catena attorno al busto per non cadere, come sarebbe morto. Noi non ci credevamo e invece era tutto vero”.

Provera ha dedicato gli ultimi anni alla costruzione del suo sepolcro, realizzato in materiali poveri (cemento, calce e ferro battuto) e adorno di busti di vari parenti, lapidi e poesie. Certamente aveva un chiodo fisso, quello di essere inumato seduto e la costruzione ruota attorno a quest’idea. Fece così una prova generale e persino il suo sarcofago, realizzato in cemento per cui pesante e ingombrante, era stato adattato per essere trasportato con due stanghe, come una portantina. Ma Provera non poteva essere sicuro che il suo desiderio sarebbe stato esaudito a meno di non farsi trovare già morto e seduto nella cassa da lui appositamente realizzata, pronto per essere tumulato. Accese un braciere di carbone, si sistemò nella sua costruzione, si assicurò alla catena posta trasversalmente al busto e attese così la fine. Tutto avvenne come previsto e il giorno dopo, il 14 aprile 1930 alle ore 16,30 si prese atto dell’accaduto. All’alba del mattino del giorno dopo l’insolita bara fu caricata su un carro trainato da una coppia di buoi in direzione del cimitero e sistemata al centro della cappella. La volontà di Provera venne così rispettata.
Tanta sà…

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