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Cooperative e Cgil: confronto trasparente o “imboscata”?

14 dicembre 2012

Assemblea cooperativeQuando si dice trovarsi nel posto giusto al momento giusto. Non per fiuto giornalistico, sia chiaro, ma per pura fortuna. Ieri all’ora di pranzo sono riuscito, proveniente da un altro impegno professionale non meno interessante, ad arrivare alla Taglieria del Pelo, dove stava volgendo al termine l’intensa assemblea delle cooperative, di cui trovate dettagliato resoconto su AlNews.

Ebbene, giungo giusto in tempo per assistere ad una “piccata” uscita di scena di Silvana Tiberti, segretaria provinciale della Cgil, che vedo alzarsi dal pubblico, congedarsi con parole severe rivolte al tavolo dei relatori, e poi soffermarsi con altri interlocutori nell’atrio. E sono parole di fuoco. Non avendo seguito che l’epilogo, mi sono limitato ad ascoltare il punto di vista della Tiberti (persona capace e di valore, credo che questo lo riconoscano tutti: e naturalmente anche di temperamento), e poi il confronto informale tra lei irata, e gli organizzatori quasi imbarazzati. Ma cos’era successo? Confesso che, lì per lì, ho pensato (da vera carogna, lo so) ad una sorta di “lesa maestà” nei confronti della Cgil: ossia, si organizza un dibattito pubblico su un’emergenza vera, pulsante, e non si mette  il sindadato al centro della scena. Limitandosi ad invitarlo come comprimario seduto in platea. Dove, peraltro, c’era anche il sindaco di Alessandria, Rita Rossa, a cui si possono muovere tante critiche, ma non sostenere che si sottragga ai confronti pubblici più spinosi. Anzi, semmai qualcuno ritiene che finora il primo cittadino (al femminile? boh, fate voi..) sia stato anche troppo sindacalista e “agit prop”, e troppo poco decisore. Più emergenza che progetto insomma: ma da gennaio si vedrà.

Torniamo alla Cgil. Scavando appena un po’, è emerso che i motivi di ira (“mi avete teso un’imboscata”) di Silvana Tiberti erano e sono assolutamente di sostanza politico-sindacale, e non di vanità.

Ossia nel corso della pubblica assemblea è stata formulata la proposta di “ricomprendere anche i lavoratori delle cooperative nello stesso paniere di quello dei dipendenti pubblici”, con frasi tipo “Se ci saranno risorse vanno divise equamente tra tutti”, ed è qui credo che alla Tiberti è andata la mosca al naso. Per cui, in maniera in effetti un po’ burocratica, si è congedata ribadendo in sostanza che La Cgil rappresenta i lavoratori, mentre le cooperative sono aziende, ossia i datori di lavoro, ossia la controparte”, e se vogliono dialogare lo si farà insomma con la forma della trattativa sindacale più classica.

Ma qual è il punto vero? Il punto vero è che un certo modello organizzativo basato su una visione in cui l’ente pubblico svolge un essenziale ruolo di coordinamento centralizzato dei servizi (in questo caso sociali), e ne appalta poi la gestione a terzi, ossia alle cooperative, alla Cgil fa orrore. Perché, naturalmente, il sindacato vede quale può essere, in un contesto come quello alessandrino, il passo successivo: ossia dismettere una parte piccola o grande dell’attuale apparato parastatale (di Palazzo Rosso in primis: ma in prospettiva magari anche di Palazzo Ghilini), per affidare certe attività “in service”.

Così credo si possa spiegare la reazione di Silvana Tiberti, e il suo riferimento “all’imboscata”. Naturalmente magari mi sbaglio, e ben vengano altre interpretazioni.

Rimane però la sostanza indiscutibile: ad Alessandria ci sono 1.000 lavoratori di cooperative sociali A e B che lavorano senza essere pagati, che con quel salario (quasi sempre modesto) ci vivono. I loro datori di lavoro (le cooperative) hanno le casse vuote e il “niet” a nuovi crediti bancari perché il committente pubblico (ossia il Comune di Alessandria, e quindi il Cissaca, l’Amiu ecc) non paga.
Ma c’è di più, ossia un modello di città, Alessandria, che negli ultimi anni ha investito enormemente sull’impiego pubblico (Comune, Provincia, e loro partecipate varie. Ma anche Asl, ospedale ecc), e ora scopre che quel modello si è “incartato”.

Come se ne esce? Giusto che chi non viene pagato protesti. Legittimo anche che ognuno cerchi di tutelare i propri diritti contrattuali. Ma c’è qualcuno che ha idee e proposte, che non siano solo slogan?

Ho l’impressione che il 2013 imporrà a questo Paese (e a realtà locali come la nostra in particolare) comunque scelte dolorose.

E. G.

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Categorie:In primo piano
  1. 14 dicembre 2012 alle 10:06

    IL problema è che si è detto per mesi che per il comune tutti i lavoratori sono uguali(anche quelli delle cooperative) e adesso questi si aspettano uguale trattamento,per me il comune deve solo pagare i debiti che ha con le cooperative e non illudere i lavoratori dicendo stupidaggini.I sindacati poi sarebbe meglio che lavorassero un po’ di piu’

  2. Ettore Grassano
    14 dicembre 2012 alle 10:12

    Eh sì, in un sistema sano il committente affida delle attività, e le paga. Vale per i privati, ma ancor più per Stato, Regione, Provincia, Comune. Ossia la filiera che, incartandosi, ha generato questo pateracchio. “Mettere insieme dipendenti degli enti locali, delle partecipate e delle cooperative è come sommare mele, banane e pere” mi ha spiegato un addetto ai lavori. Tre mondi, tre contratti diversi ecc….Poi però c’è l’altro livello di riflessione, che credo sia il motivo della reazione un po’ scomposta di ieri di Silvana Tiberti: ossia il fatto che c’è chi sostiene che, in prospettiva non lontana, non si potrà che andare verso un alleggerimento delle strutture pubbliche, per terziarizzare sempre di più i servizi. E’ questo il vero oggetto del contendere, credo. Ma, intanto, se ognuno pagasse i propri debiti, saremmo a mezza strada.

    E. G.

  3. luigi
    14 dicembre 2012 alle 13:49

    per qualunque sindacato serio non dovrebbero esserci figli e figliastri, quindi la differenza fra chi perde il posto di lavoro in Comune o chi lo perde in una Cooperativa non dovrebbe esistere. Questo in teoria, dato che la pratica è sempre stata molto, ma molto diversa. Il tutto deriva da due tipi di problemi: che i comunali e gli statali come li chiami allo sciopero corrono a farlo, mentre quelli delle cooperative sono molto più renitenti ad obbedire agli ordini.
    Il secondo problema deriva dal fatto che in Italia per proclamare uno sciopero sia nel privato (se è un privato di grosso peso) ma ancora di più nel settore pubblico non ci vuole molto sforzo. Per i sindacati tedeschi prima di proclamare uno sciopero e bloccare la produzione o un servizio, ci vuole prima un referendum fra i lavoratori. Qui da noi un sindacato qualsiasi, anche di pochi lavoratori, può bloccare un’azienda o un ufficio. E pagano soprattutto gli utenti, ricordiamocelo sempre. Utenti che da qualche tempo solidarizzano sempre meno con gli scioperanti.
    A quando le regole previste dalla Costituzione anche per sindacati e partiti?

  4. 14 dicembre 2012 alle 18:10

    Dei partiti non me ne può fregare di meno, dei sindacalisti odierni neppure, ma le libertà sindacali, la libertà dei poveri cristi di lottare democraticamente per i propri diritti non si tocca. Adesso basta!, la costituzione dice alcune cose sacrosante sul sindacato, basta leggerla:

    Art. 39.
    L’organizzazione sindacale è libera.

    Ai sindacati non può essere imposto altro obbligo se non la loro registrazione presso uffici locali o centrali, secondo le norme di legge.

    È condizione per la registrazione che gli statuti dei sindacati sanciscano un ordinamento interno a base democratica.

    I sindacati registrati hanno personalità giuridica. Possono, rappresentati unitariamente in proporzione dei loro iscritti, stipulare contratti collettivi di lavoro con efficacia obbligatoria per tutti gli appartenenti alle categorie alle quali il contratto si riferisce.

    Art. 40.

    Il diritto di sciopero si esercita nell’ambito delle leggi che lo regolano.
    ———————————————————–
    Poi c’è lo statuto dei lavoratori, costato sangue e m**** ai nostri padri e ai nostri nonni.

    la Corte Costituzionale è intervenuta con due sentenze nel gennaio e nel novembre 1974: nella prima, sancendo la costituzionalità degli art. 15 e 29 dello Statuto dei lavoratori, la Corte ha precisato che il diritto di sciopero viene esercitato legittimamente quando gli interessi dei lavoratori vertono sui seguenti problemi: questioni retributive e contrattuali; interessi tutelati dallo Statuto dei lavoratori; interessi economici di carattere generale. Da questi punti rimarrebbe escluso lo sciopero politico. Nella seconda sentenza la Corte Costituzionale riprendeva la questione dello sciopero politico proclamandolo legittimo costituzionalmente e facendo decadere l’art. 503 del Codice Penale, che lo considera reato. Diventa tuttavia illegittimo e perciò punibile lo sciopero politico tendente a: sovvertire l’ordinamento costituzionale; impedire od ostacolare diritti e poteri che sono espressione della sovranità popolare. Con la legge 12 giugno 1990, n. 146, il legislatore ha colmato il vuoto legislativo costituito dal rinvio alla legge ordinaria posto dall’art. 40 della Costituzione, prevedendo le norme che regolano lo sciopero nei servizi pubblici essenziali. La legge ha lo scopo di contemperare l’esercizio del diritto di sciopero nei servizi essenziali con il godimento dei diritti, costituzionalmente tutelati, della persona alla vita, alla salute, alla libertà e alla sicurezza (settori: sanità, igiene pubblica, protezione civile, energia, giustizia), alla libertà di circolazione (trasporti pubblici), all’assistenza e previdenza sociale (erogazione pensioni), all’istruzione (asili nido, scuole elementari, scrutini finali ed esami conclusivi dei cicli di istruzione) e alla libertà di comunicazione (poste, telecomunicazioni, informazione radiotelevisiva pubblica), dell’ambiente e del patrimonio artistico. Nei servizi sopra elencati tra parentesi l’esercizio del diritto di sciopero è consentito a condizione che i promotori dello sciopero prevedano: l’adozione di misure dirette a consentire l’erogazione del servizio minimo indispensabile e dei servizi alternativi; un preavviso minimo non inferiore a dieci giorni e una comunicazione agli utenti compiuta almeno cinque giorni prima dell’inizio dello sciopero, circa i modi e i tempi dei servizi nel corso dello sciopero, oltre che delle misure di riattivazione degli stessi quando l’astensione dal lavoro sia terminata, al fine sia di consentire all’amministrazione o all’impresa erogatrice del servizio di predisporre misure idonee a fare fronte all’emergenza, sia di favorire lo svolgimento di eventuali tentativi di composizione del conflitto e di consentire all’utenza di usufruire di servizi alternativi; l’indicazione della durata dell’astensione dal lavoro. Le ultime due condizioni non si applicano nei casi di sciopero in difesa dell’ordine costituzionale, o protesta per gravi eventi lesivi dell’incolumità e della sicurezza dei consumatori. Le amministrazioni o le imprese erogatrici dei servizi sono tenute a dare comunicazione agli utenti, in forma adeguata, almeno cinque giorni prima dell’inizio dello sciopero, sia dei modi e dei tempi di erogazione dei servizi durante il corso dello sciopero, sia delle misure per la riattivazione degli stessi al termine dello sciopero; debbono, inoltre, garantire e rendere nota la pronta riattivazione del servizio, quando l’astensione dal lavoro sia terminata. Nel 2000 la materia è stata oggetto di revisione da parte del Parlamento che ha approvato la legge 11 aprile 2000, n. 83. Una delle novità introdotte riguarda il cosiddetto “effetto annuncio”, cioè quell’effetto provocato nella collettività dalla diffusione, tramite gli organi di informazione, della notizia della proclamazione dello sciopero, che poi è revocato in extremis. La revoca in extremis è stata infatti classificata come una forma sleale di azione sindacale ed ora è valutata dalla Commissione di garanzia ai fini dell’applicazione delle sanzioni previste dalla legge. Sono inoltre previsti precisi obblighi a carico del servizio pubblico radiotelevisivo e dei soggetti che si avvalgono di finanziamenti o, comunque, di agevolazioni tariffarie, creditizie o fiscali previste da leggi dello Stato: tali soggetti sono, infatti, tenuti a dare tempestiva diffusione alle comunicazioni relative agli scioperi. Inoltre è stata concessa la legittimazione, alle associazioni degli utenti riconosciute ai fini della legge 30 luglio 1998, n. 281, ad agire in giudizio nei confronti delle organizzazioni sindacali responsabili, quando lo sciopero sia stato revocato dopo la comunicazione all’utenza e quando venga effettuato nonostante la delibera di invito della Commissione di garanzia di differirlo e da ciò consegua un pregiudizio al diritto degli utenti di usufruire con certezza dei servizi pubblici. La stessa legittimazione è stata concessa nei confronti delle amministrazioni, degli enti o delle imprese che erogano i servizi, qualora non vengano fornite adeguate informazioni agli utenti e da ciò consegua un pregiudizio al diritto degli stessi di usufruire dei servizi pubblici secondo standard di qualità e di efficienza. Da ultimo, ma non per questo meno importante, la riforma del 2000 ha previsto che l’astensione collettiva dalle prestazioni, a fini di protesta o di rivendicazione di categoria, da parte di lavoratori autonomi, professionisti o piccoli imprenditori, che incida sulla funzionalità dei servizi pubblici, sia esercitata nel rispetto di misure dirette a consentire l’erogazione delle prestazioni ritenute dalla legge indispensabili. A tale fine la Commissione di garanzia promuove l’adozione, da parte delle associazioni o degli organismi di rappresentanza delle categorie interessate, di codici di autoregolamentazione che realizzino, in caso di astensione collettiva, il contemperamento con i diritti della persona costituzionalmente tutelati. I codici di autoregolamentazione devono in ogni caso prevedere un termine di preavviso, l’indicazione della durata e delle motivazioni dell’astensione collettiva, assicurando in ogni caso un livello “minimo” di prestazioni.
    (sapere.it)

    E qui vi voglio vedere a proclamare uno scioperuccio per pochi amici, ma di cosa si parla?.
    —————————————————————-
    La Carta dei Diritti Fondamentali garantisce all’art.28 il diritto di sciopero nell’UE. Nel Trattato Europeo (art.153.5) il diritto di sciopero è di esclusiva competenza nazionale.
    Il caro Monti ha cercato, quest’anno ,di limitare il diritto allo sciopero, ma il parlamento Europeo lo ha trombato, strano ma nessuno ne ha parlato.

    —————————————————————

    Voglio semplicemente ricordare quello che c’era prima, dato che sono stufo di questo protototalitarismo strisciante da repubblica di Weimar, sempre declinato con la lingua mielosa e suadente della ragionevolezza.

    Memento.

    1 Fine dell’autonomia del Parlamento
    Le leggi del 24 dicembre 1925 e del 31 gennaio 1926 sottrassero praticamente il potere legislativo al Parlamento, attribuendolo al potere esecutivo, cioè al capo del Governo (nuova e significativa designazione del presidente del Consiglio): nessuna legge poteva neppure essere presentata in Parlamento senza la preventiva approvazione del Duce. In questo modo il Parlamento veniva privato anche del cosiddetto potere di iniziativa legislativa, cioè della possibilità di presentare dei disegni di legge.
    2 Fine delle autonomie locali
    La legge del 4 febbraio 1926 soppresse il sistema elettivo per le amministrazioni comunali e provinciali. I sindaci democraticamente eletti dal popolo furono sostituiti dai podestà nominati dal Governo.
    3 Fine della libertà politica e sindacale
    Nel 1926 furono sciolti tutti i partiti ad eccezione di quello fascista (Partito Nazionale Fascista); nel medesimo anno venne proibito per legge lo sciopero e gli unici sindacati legalmente riconosciuti divennero quelli fascisti, controllati dal Governo e da Mussolini.
    4 Fine della libertà di stampa
    La stampa venne “fascistizzata”: i giornali di opposizione furono soppressi o cambiarono di proprietà, adeguandosi alle direttive fasciste. In pratica, venne abolita qualunque libertà di critica.
    5 Fine delle libertà personali
    La legge del 25 novembre ‘1926 reintrodusse la pena di morte per i reati contro la sicurezza dello Stato e istituì il Tribunale speciale per la difesa dello Stato, un formidabile strumento di repressione del dissenso politico.
    Come ci ricorda Emilio Gentile (Fascismo, Storia e interpretazione, Bari, Laterza, 2002), tra il1918 e il 1943, il Tribunale speciale giudicò 5.319 imputati di cui 5155 furono condannati per un totale di 27.735 anni di prigione, fra cui 7 condanne all’ergastolo. Circa 15 mila italiani fra il 1926 e il 1943, furono inviati al “confino”, in paesi lontani dalla loro abituale abitazione.
    6 Fine del diritto di voto
    La legge del 17 maggio 1928 stravolse di fatto il sistema parlamentare e il diritto di voto venne trasformato in una vera e propria farsa. Fu infatti attribuito alle autorità fasciste, precisamente al Gran Consiglio del fascismo il compito di predisporre la lista dei candidati alle elezioni della Camera. Gli elettori potevano soltanto approvarla o respingerla in blocco. Tra l’altro il voto non era segreto, in quanto la scheda del sì era tricolore, quella del no era bianca.
    7 Il razzismo
    Il 17 novembre 1938 furono approvate le leggi razziali.
    (fonte ANPI)

  5. 14 dicembre 2012 alle 21:16

    concordo con Giordana

  6. 14 dicembre 2012 alle 21:18

    Anch’io concordo con giordana

  7. luigi
    14 dicembre 2012 alle 21:23

    a forza di tollerare un certo tipo di sindacalismo che non è più a difesa dei lavoratori e soprattutto un certo tipo di politica partitica che non è più collegata con le necessità e con gli interessi dei cittadini, sì che si porta davvero la società verso una soluzione autoritaria. E poi vorrei capire chi è più autoritario!
    in nome del bene pubblico abbiamo fatto solo passi indietro, dallo stato etico fascista fino allo stato comunista. A questo punto è naturale che la gente voglia meno Stato nei coglioni, quando gli uomini dello Stato anzichè servire vogliono farsi servire.

  8. Pier
    14 dicembre 2012 alle 22:11

    A me sembra che questo comune sia in condizioni pietose proprio perché i vari amministratori che si sono succeduti non hanno mai investito sull’impiego pubblico. Basta minimamente informarsi sul numero dei “comunali” e su quanti servizi sono stati esternalizzati. Con atteggiamento predatorio le risorse pubbliche sono state dirottate verso societá satelliti, con la solita, stucchevole e falsa credenza che il privato sia più efficiente. L’affidamento alle cooperative è poi un’ulteriore degenerazione.

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