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Mariangela e il Mistero

12 gennaio 2013

Quel che sapeva Maisie“Modello femminile unico”, “Regina del palco”, “Donna delle sfide impossibili”. Alla morte di Mariangela Melato si è subito scatenata l’insopportabile melassa dei media -tutti- per coprire il vuoto lasciato dalla morte di una persona conosciuta e stimata.

Accade così che non siamo più capaci di tacere, di ascoltare quel silenzio pieno di domanda che ci aiuterebbe a stare davanti a quello che è successo a lei e succederà anche a noi, volenti o nolenti.

Mariangela Melato. La sua vita, i suoi film, il teatro di qui e il teatro di là, quella che ha recitato con tutti, che ha fatto solo capolavori. Il collega rintronato che “l’avevo vista l’estate scorsa e mi sembrava stesse bene”, o la regista che “sapevo della sua malattia ma lei non voleva che ne parlassimo”, il giornalista che “eravamo molto amici ma per pudore non ce lo dicevamo”. Tutta questa inutile retorica per non dire nulla, per occultare l’unica verità di cui possiamo essere certi: che “alla morte ogni fesso ci arriva”, come riportava Ennio Flaiano in uno dei suoi taccuini.

La morte, chiamandola per nome, è la cosa di cui meno ci importa parlare. Come se così, poveri illusi, potessimo tenerla lontano. Chi di noi, mi diceva un amico caro e profondo, può aggiungere anche solo dieci secondi alla propria vita, o alla vita di una persona cara?

La parola che nessuno osa pronunciare (a parte il Papa, che però è out in quasi tutti gli ambienti) è proprio quella che invece aprirebbe una possibilità: è la parola “Mistero”. Sarebbe interessante (per tutti) se cominciassimo a chiederci se questo Mistero è buono o cattivo, per esempio. O se è solamente un mistero buffo, una giullarata beffarda e irriverente che chiude lì il discorso, e buonanotte.

“L’importante é che la morte ci trovi vivi”, scriveva Marcello Marchesi nel suo impressionante libro-confessione “Il Malloppo”. Chissà, mi chiedo solo adesso, come ha trovato Mariangela.

A.A.

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Categorie:Spettacolo
  1. 13 gennaio 2013 alle 13:04

    Concordo con te sul fatto che, nel bailamme di dichiarazioni più o meno sincere e coccodrilli preconfezionati, anche il genuino dolore di qualche persona al di sopra di ogni sospetto si perda e scompaia. Anch’io, ogni volta che penso alla morte, e mi succede molto più spesso ora che in gioventù, forse perchè il momento è sempre più prossimo e ormai è perso definitivamente quell’ingenuo, ma bellissimo, sentimento di immortalità che accompagna le prime età dell’uomo, qualche domanda me la pongo. Per forza di cose e di convinzioni, io mi rivolgo in un’altra direzione, penso diversa dalla tua, perchè la religione non potrebbe mai fornirmi alcuna risposta. E non perchè io pensi che una divinità non possa esistere, anche se ho i miei dubbi. E non perchè non rispetti le scelte di chi invece crede, soprattutto se la sua fede lo aiuta ad essere un uomo migliore e a trovare risposte e consolazione, laddove io non riesco. Ultimamente mi ha molto colpito un passaggio di Piero Calamandrei che, pur avendo letto la sua “difesa della scuola pubblica” molte volte, mi era sfuggito: “La religione che è in sé una cosa seria, forse la cosa più seria, perché la cosa più seria della vita è la morte… “. Questo pensiero, naturalmente, mi trova d’accordo, ma, ad onor del vero, egli lo conclude così: “diventa uno spregevole pretesto per fare i propri affari”. Perchè purtroppo, la paura della morte, con l’incertezza sul cosa troveremo “aldilà”, con lo spauracchio dell’inferno, è stata la leva, il grimaldello, per ottenere sempre più potere, per riuscire a pascolare il gregge umano in direzioni molto più politiche che spirituali. Io sono il primo che cerca di pensare il meno possibile al momento del distacco dalla vita, mio o delle persone cui voglio bene, anche perché, per quanto una persona si prepari, il colpo è sempre dolorosissimo. E forse questo è dovuto proprio alla tradizione religiosa che ha ingigantito nella coscienza delle genti paure ataviche, agendo su timori forse ancestrali, peculiari dell’essere umano. Ma quando succede di trovarmi a confronto con il “manto della grande consolatrice” (come dice Guccini), mi torna alla mente una reminiscenza del Liceo di Kukarka, una operetta di Leopardi che tanto mi aveva colpito, il “Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie”. Dialogo tutto incentrato sul momento della morte e sulle sensazioni che si provano. Ma anche razionalmente, quella che si pensa sia stata l’intelligenza più grande della storia dell’uomo, una risposta non la sa trovare. Contravvenendo al comune sentire, Leopardi pensa il momento del distacco simile a quello in cui, ogni notte, ci si addormenta.
    Il sonno come “piccola morte”: il Vangelo stesso (Giovanni) dice di Gesù: “Egli disse queste cose, e dopo ciò disse loro: «Lazzaro, il nostro amico, è andato a riposare, ma io vado a svegliarlo dal sonno»”. Il momento della morte come supremo attimo di consolazione, inavvertibile consciamente, come momento di cessazione del dolore, di qualsiasi dolore, infatti la mummia dice a Federico: “diletto che è cagionato agli uomini dal languore del sonno, nel tempo che si vengono addormentando”. E, forte dell’esperienza personale che dà ai morti l’autorità per discettare dell’argomento, fa dire loro una cosa che va nella direzione delle parole del tuo dotto amico: “e se non altro, fino all’ultimo punto che ebbi facoltà di pensare, sperai che mi avanzasse di vita un’ora o due: come stimo che succeda a molti, quando muoiono” e fa rispondere a Ruysch: “Così Cicerone dice che nessuno è talmente decrepito, che non si prometta di vivere almanco un anno”, molto arguto ed appropriato. Ma anche il maestro di Recanati, all’ultima domanda, la più importante, quella sulla condizione dell’essere morti: “Ma come vi accorgeste in ultimo, che lo spirito era uscito del corpo? Dite: come conosceste d’essere morti?”, trova letterariamente una non risposta:
    « Non rispondono Figliuoli, non m’intendete? Sarà passato il quarto d’ora ». E questo perché è scaduto quel breve periodo di 15 minuti, in cui i morti hanno facoltà di parlare ai vivi, una specie di leopardiana interpretazione di Samuin. L’Oidhche Shamhna, la vigilia di Samuin, il momento fuori dal tempo, né nell’anno vecchio, né nell’anno nuovo del mondo, dove il velo tra la dimensione dei vivi e quella dei morti si squarcia.
    Ma su questo argomento, come sul fatto che alcuni vedono nell’operetta morale di Leopardi anche un accenno al mito del vampirismo, perché il barone sostituiva il sangue dei morti con un un liquido atto a preservarli e mummificarli, penso che altri, molto più preparati, potrebbero parlarne più diffusamente e con cognizione. A volte io provo invidia per chi, come i Tibetani, addirittura, nella “Suprema Liberazione con l’Ascolto”, quello che comunemente è conosciuto come “Libro Tibetano dei morti”, descrivono, in virtù di una fede incrollabile, la condizione dell’anima umana tra la vita e l’agognata rinascita. E di tutte le religioni, per me, si tratta di una delle più interessanti, della meno invasiva e della più umana. Ma allo stesso modo potrei parlare della spiritualità degli sciamani siberiani, tutti esempi di concezioni religiose che, invece di spaventare e terrorizzare le persone con le descrizioni di tutti gli inferni possibili, cercano di preparare i propri fedeli ad un degno trapasso verso l’ignoto. Eh, si!, sono d’accordo con te, è un mistero, e se fosse buffo ne sarei ancora più contento. L’unica cosa che posso pensare, nel prepararmi al fatale momento, è di poter guardare indietro la propria vita, senza rimpianti. Poter pensare di avere lasciato ai propri cari una sorta di eredità di valori, un aiuto ai propri figli per la costruzione di una vita piena ed appagante, la consapevolezza di avere fornito loro i mezzi per esercitare, nell’epoca del conformismo, il loro libero pensiero. E, naturalmente, avere lasciato nel mondo una piccola impronta che non è la gloria effimera di un qualsiasi tipo di notorietà, ma la consapevolezza di avere contribuito nel proprio piccolo, con i fatti o le parole, a indirizzare e cambiare questo terribile luogo, aumentando di un poco “quell’insano umanesimo” che ormai scarseggia, fatto innanzitutto di rispetto per l’altro da sé: “nihil humanum mihi alienum puto”.
    In poche parole, essere consapevoli di avere agito in maniera tale da gettare le basi per quella che Foscolo chiamava “corrispondenza di amorosi sensi”…
    A Mariangela Melato sperando che sia andata così…

  2. Enrica Bocchio
    13 gennaio 2013 alle 23:11

    Oh, una bella boccata d’ossigeno! Dopo aver letto Molotov ci si sente come catapultati dallo stagno nauseabondo e maleodorante della mediocre quotidianità ad un rigenerante bosco di larici in alta montagna, che consente a cellule e neuroni di rigenerarsi e finalmente riconciliarsi con la banale realtà.

  3. 15 gennaio 2013 alle 18:54

    Ti ringrazio, caro Molotov.

    Quando si riflette insieme e senza paraocchi su una cosa seria come la morte non si perde mai tempo.

    Io non riesco a togliermi dalla testa questa cosa, che ho anche scritto: “Chi di noi, mi diceva un amico caro e profondo, può aggiungere anche solo dieci secondi alla propria vita, o alla vita di una persona cara?”

    Teniamo la domanda aperta (anche con Enrica, se vuole).

    A.A.

  4. Enrica Bocchio
    16 gennaio 2013 alle 19:54

    E così, Andrea, ora l’abbiamo in testa noi, questa domanda! E con tante risposte possibili, ma allo stesso tempo difficili da “fermare” se escluse dal contesto dell’argomento sviluppato sopra. Banalmente, la risposta è sì, forse si può. Io ho visto allungarsi la vita di mia madre di una manciata di secondi, forse davvero dieci, per l’intervento del medico accorso a praticarle non so cosa: l’ho vista proprio riprendere il colorito in viso e guardarmi di nuovo, FORSE senza vedermi, FORSE senza che questa fosse vita. Ma ho sempre avuto il dubbio se davvero fosse stato il medico o la famosa “corrispondenza di amorosi sensi”, proporzionata in misura uguale e contraria alla nostra conflittualità, a compiere l’effetto.
    In quanto alla mia, di vita, è un problema che non mi pongo: non mi amo a tal punto; quel che ho dato ho dato, quel che potrò continuare a dare darò, senza particolari entusiasmi nè ambizioni; so di aver fatto davvero il possibile per migliorare il modo di vivere del prossimo culturalmente, psicologicamente, legalmente, affettivamente, civilmente… So che continuerò a farlo testardamente, perchè “so’ de coccio”, ma con la consapevolezza che è sempre più complicato, perchè dall’altra parte non c’è più la condizione di disponibilità, di accettazione, di voglia di nutrire cellule e neuroni come ho già detto sopra. In compenso riscontro sempre più “ismi”: superficialismo, pressapochismo, sudditismo, schiavismo, parassitismo, cannibalismo, leccac…E dire che un tempo gli “ismi” erano correnti filosofiche! Per cui, “quando il gioco si fa duro” io lascio. Anche perchè, se potessi aggiungere del tempo alla mia vita (e parliamo di un po’ di più di dieci secondi, suvvia, già che facciamo ‘sto sforzo) si chiamerebbe sempre “questa” vita o “l’altra” vita? E che potrei fare? Bisognerebbe sapere di quanto tempo stiamo parlando, per progettare iniziative. Ma “su ciò di cui non si può parlare si deve tacere” (Wittgenstein). Non sappiamo nulla del dopo, come non sapevamo nulla del prima, mi pare l’avesse già scritto Norberto Bobbio. No, no, lasciamo stare. Io poi, che ho già deciso da tempo per la cremazione, non corro rischi di prosecuzione.

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