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Compriamo tutti casa a Berlino?

1 febbraio 2013

Italiani a Berlino

Se   fingono, gli agenti immobiliari alessandrini sanno fingere bene. Ieri mattina in Confindustria, alla presentazione del report della Fiaip sull’andamento 2012 e le previsioni 2013 relative al mercato provinciale, non tirava un’aria particolarmente mesta: anzi, nonostante tutto circolava un certo ottimismo, alla “non può piovere per sempre”.

Ma la realtà, è chiaro, oggi è quella che è, e che sappiamo. L’edilizia è praticamente ferma, e si porta dietro la crisi di tutta la filiera, che è sempre stata il primo motore dell’economia del territorio. Appartamenti, negozi e uffici vuoti sono ormai la norma, e un vendesi o affittasi è d’uopo su ogni portone di palazzo cittadino, e in non poche case di campagna. Ma, a fronte di un’abbondanza di offerta di proporzioni crescenti, la domanda langue. In primis perché la gran parte di noi casa già ce l’ha, e le scelte governative su quel fronte (Imu, Tares e quant’altro) fanno sì che dal secondo immobile in poi sia più onesto parlare di zavorra che di investimento.

E poi perchè l’impressione di molti è che i prezzi scenderanno ancora, quindi tanto vale aspettare.

La situazione dell’edilizia pubblica naturalmente, tra dissesti riconosciuti e “di fatto”, può andare a braccetto con quella privata.

Partendo da un simile scenario, quali carte possono e intendono giocare gli operatori del settore, e in particolare gli intermediari?

L’ipotesi di puntare sul “boom” delle ristrutturazioni (“basta costruire, riqualifichiamo l’esistente dal punto di vista estetico ed energetico”) mi pare francamente un po’ velleitaria, e affidata alla buona volontà altrui: ossia al fatto che i privati, tra l’altro in mancanza totale di incentitivi o agevolazioni, decidano di mettere pesantemente mano al portafoglio per risistemare ruderi e palazzi in decadenza: ma per poi farne che, scusate?

Più concreta, per quanto di nicchia, la scelta di chi ha deciso di specializzarsi sui mercati esteri: se il mattone non è più un “bene rifugio” in Italia, continua ad esserlo eccome per gli italiani che guardano oltre confine: ultimamente è molto “cool” comprar casa a Berlino, mi dicono. Ma c’è anche chi sceglie la Costa Azzurra, e chi si fa tentare dal fascino esotico (si fa per dire: ormai è pieno di italiani!) di Santo Domingo: dove un mio amico tanti anni fa, pensate, era terrorizzato dall’idea che gli cascasse in testa una noce di cocco. Va beh, ma questo non c’entra.

Però attenti, cari alessandrini esterofili: lo Stato italiano vi ama così tanto che vi seguirà ovunque, e da quest’anno pagherete l’Ivie, che è una sorta di Imu per emigranti abbienti. E si sommerà, naturalmente, alle tasse sulla casa del Paese in cui sceglierete di fare shopping immobiliare.

E. G.

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Categorie:In primo piano
  1. Fabio
    1 febbraio 2013 alle 09:18

    “…tra l’altro in mancanza totale di incentitivi o agevolazioni…”

    Le agevolazioni ci sono eccome! e sono anche discretamente convenienti.. solo che, a mio parere non sono adeguatamente pubblicizzate.. gli “amici prenditori” non si occupano di questo ma di gLandi opere (TAV ecc) ed è con queste che (stra)guadagnano.. non dalla riqualificazione energetica di una casetta a Casalbagliano! e le piccole imprese senza lavoro chiudono..

    http://www.pmi.it/economia/finanziamenti/articolo/55795/ristrutturazioni-edilizie-il-nuovo-pacchetto-incentivi.html

    Se agli incentivi il governo aggiungesse anche una piccola percentuale a fondo perduto oppure a bassissimo interesse, presa ovviamente dai soldi destinati alla TAV, la cosa diventerebbe molto ma molto interessante…

  2. 1 febbraio 2013 alle 12:51

    Bene, grazie per le informazioni, che magari a qualcuno verranno utili. Anche se, quando in passato mi è capitato di informarmi, ho scoperto poi una serie di vincoli, detraibilità raterizzata decennale ecc, che non erano il massimo dello stimolo. Magari ora è tutto diverso: meglio però sempre informarsi nel dettaglio per evitare sorprese.

    E. G.

  3. 1 febbraio 2013 alle 13:13

    Nel 1954 mi recai per la seconda volta a Berlino, perlomeno per motivi ufficiali, della prima non ho dei bei ricordi, come tutti possono sicuramente immaginare. In quella occasione, morto Iosif, si stava cercando, inutilmente e per la prima volta, una maniera per superare la guerra fredda. Berlino come metafora dei due blocchi, riunificare la Germania per pacificare l’orbe, o almeno per iniziare un percorso di riconciliazione. Purtroppo non ci trovammo d’accordo con l’occidente: Foster Dulles e gli altri rappresentanti volevano libere elezioni, mentre noi propendevamo per un accordo tra i governi. Già allora, seppur abituato all’architettura sovietica, spesso ridondante (i condomini prefabbricati, subito soprannominati “krusčioby”, un incrocio tra i termini Krusciov e “truscioby” (favelas), dovevano ancora venire), fui colpito soprattutto dall’Alexanderplatz, anche lì, anche se solo nel nome, un ricordo della Santa Madre Russia. Da mercato del bestiame, assurta a foro commerciale della città, prese l’attuale nome dopo la visita dello zar Alessandro I nel 1805.
    L’architettura è rimasta pressoché invariata, da allora, e ha attraversato indenne il secolo XX, comunque rimane una delle piazze più socialisteggianti (e belle, potrei aggiungere) dell’intera Germania. Oltre allo stile definito “a torta nuziale”, il controverso “classicismo socialista”, la concezione urbanistica dell’epoca, qualche pregio lo possedeva, soprattutto pensando agli ampi viali e ai tantissimi spazi estesi. Poi, vero è che le varie costruzioni che contornano la piazza, aldilà delle ristrutturazioni successive, furono edificate nelle varie epoche e quindi hanno attraversato gli stili architettonici del secolo scorso. Sono sempre stato affascinato dalla “Fontana dell’amicizia fra i popoli”, opera di un gruppo di artisti coordinati da Walter Womacka. La base è decorata con ceramiche smaltate. La parte superiore è invece costituita da 17 strutture a forma d’ombrello, dalle quali scende l’acqua. Sempre di Womacka è il grande murale, 7 metri per 125, una delle più grandi opere d’Europa, intitolato “La nostra vita”, che percorre l’intera facciata della Haus des Lehrers (“casa dell’insegnante”). Poi centri congressi, case della statistica, dell’industria, biblioteche, tutti rinnovati e recuperati, trovandone nuovi utilizzi e facendone, in parte, motore dell’economia, della cultura e del rinnovamento della nuova municipalità e della riunificazione della città. Forse si parla in un lontano futuro dell’ abbattimento del palazzone della “Casa dell’industria elettronica” e della sostituzione con un edificio più piccolo al centro di un grande parco. Fatto sta che i berlinesi non si sognerebbero mai, ad esempio, di abbattere un ponte storico, tantomeno nottetempo, in sordina, per sostituirlo con un allucinazione futuristica che, come ho già detto, sta ad Alessandria, alla Cittadella, come una collana di diamanti al collo di una capra.
    Ma Berlino è affascinante anche oggi, le testimonianze che ho letto, degli italiani che l’hanno vista per la prima volta, riportano la stessa emozione, le stesse impressioni che furono mie, con qualcosa in più, l’ingrediente fondamentale che rende la vita degna di essere vissuta, la libertà (seppur con i limiti, e ci sono, delle incompiute democrazie occidentali).
    Gli spazi immensi, fisici e cerebrali, sono la base di tutto, un grande respiro culturale che permea la città, che si concretizza nei musei, nelle gallerie d’arte, nelle centinaia di istituzioni che punteggiano il tessuto urbano ed umano. La cultura non è uno slogan vuoto, utilizzato per candidarsi o farsi eleggere, nessun museo è stato chiuso, nessun teatro, nessun cinematografo, come sta succedendo in città in questi giorni. In questo vostro paese che considera la cultura alla stregua di un dispendioso, inutile, hobby, invece di restituirgli la sua naturale e primigenia funzione di motore e tessuto dei rapporti umani, con la trasmissione di valori e impulsi che permettono, veramente, ai cittadini di essere liberi e consapevoli attori della vita sociale e politica di una comunità. Una classe politica che, disattendendo le sue stesse promesse, colpisce, in primis, proprio il patrimonio culturale, non è molto avveduta. Anche solo chiudere un teatro o un museo, secondo me è un abominio. Senza scomodare Max Weber, c’è tutta una corrente letteraria che sostiene che più è alto il tenore culturale di un popolo (insieme ad altre precondizioni), più sono forti i suoi valori, più questo è facilitato nello sviluppo, addirittura in quello economico. Ma quando si viene gestiti da una casta politica, o peggio ancora da “tecnici”, in realtà banali ragionieri o commercialisti, persi nelle aride cifre della ragioneria, numerologia senz’anima, non gli splendidi numeri che si perdono nella filosofia, si compenetrano con la metafisica e spiegano la vita, quella vera, fatta di carne e spirito immutabile degli esseri umani, non si va da nessuna parte. Quanto pesa l’anima?, nessuno è mai riuscito a dimostrarlo, ma il concetto di infinito sì, in quel luogo magico in cui si incontrano matematica e filosofia.
    A Berlino, e me lo hanno testimoniato alcuni amici ultimamente, i poli universitari si sono espansi, sono stati recuperati interi casermoni, frutto delle brutture dell’edilizia popolare comunista, che sono rifioriti come cittadelle universitarie e stanno attraendo studenti da tutta Europa. Ed è il logico risultato dell’abbattimento dei costi per lo studio e il mantenimento, forse perché, là, si sono convinti di quello che predicava Calamandrei nel 1950 : ” […]Ogni classe, ogni categoria deve avere la possibilità di liberare verso l’alto i suoi elementi migliori, perché ciascuno di essi possa temporaneamente, transitoriamente, per quel breve istante di vita che la sorte concede a ciascuno di noi, contribuire a portare il suo lavoro, le sue migliori qualità personali al progresso della società .[…] A questo deve servire la democrazia, permettere ad ogni uomo degno di avere la sua parte di sole e di dignità. Ma questo può farlo soltanto la scuola, la quale è il complemento necessario del suffragio universale. La scuola, che ha proprio questo carattere in alto senso politico, perché solo essa può aiutare a scegliere, essa sola può aiutare a creare le persone degne di essere scelte, che affiorino da tutti i ceti sociali […]”. In effetti se vogliamo essere pignoli, la vostra Costituzione, all’articolo 34 recita così: “La scuola è aperta a tutti. I capaci ed i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”. Invece, a livello nazionale, sembra che si voglia affossare la scuola pubblica, limitare il diritto allo studio, non solo economicamente, anche geograficamente, mentre a livello locale si fa fatica anche ad elargire le briciole ai poli universitari. Però basta leggere un qualsiasi albo pretorio, anche quello di Alessandria, per vedere che i fondi per molte opere, per molti lavori si trovano, basta controllare le cronache degli ultimi giorni sulle riqualificazioni della zona dell’ex ponte Cittadella. Povero paese e povera città!.
    Tutto questo, comunque, per dire semplicemente una cosa: “a cosa servono le centinaia di alloggi vuoti, i cantieri aperti. A cosa serve ristrutturare se una città non fornisce o genera alcuna attrattiva, economica o culturale, che possa risollevarla?”. A Berlino, dopo l’abbattimento del muro, un piano per la città, per la nazione, ce l’avevano, Alessandria, invece, sta sempre aspettando: la politica “brancola nel buio”, come potremmo leggere in qualsiasi “noir”. Non sono state e non sono, naturalmente, solo rose e fiori (voi,almeno, avete ricevuto, ognuno, una rosa), basti pensare alle polemiche sul nuovo scalo aeroportuale della capitale tedesca.
    Ma anche il modo di esprimersi degli amministratori è lontano anni luce da quello dei vostri. Il sindaco di Berlino non ha mai parlato di una città “smart”, anzi, potrà non piacere, ma ha dichiarato, conscio dei problemi economici e dello scarso flusso di cassa , testimoniando comunque lo spirito della città e dei cittadini: « Certo la città e più povera, ma sempre sexy»…

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