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L’elezione del Presidente, e poi di nuovo al voto?

1 marzo 2013 8 commenti

Napolitano Giorgio 1Qui finisce che ci commissariano di nuovo, vedrete. Non più con Monti (che si è “scottato” alle urne), ma con qualche altra figura di “alto profilo istituzionale”, capace di mettere tutti d’accordo, tranne Grillo. Perché francamente, a questo strano asse tra Bersani e i 5 Stelle, io più ci penso e meno ci credo.
Ma chi potrebbe essere il personaggio da estrarre dal cilindro, e a cui affidare un breve esecutivo di transizione?
Un tempo queste erano missioni per Giuliano Amato, di cui non conosco le attuali condizioni di salute. Anche i boiardi di Stato invecchiano, sia pur più lentamente. Ma se non sarà lui, sarà un altro.

Il rischio ingovernabilità, del resto, non è che sia un puro pretesto, di questi tempi e con questi scenari. Se il Presidente della Repubblica è costretto a dichiarare ufficialmente a interlocutori esteri: “L’Italia non è allo sbando”, ditemi voi cosa si può pensare.

Ma è evidente che un “governissimo”, anzi un “governicchio”. non potrà che tentare di eleggere il successore di Napolitano (che sarà….Napolitano: si accettano scommesse), e approvare una legge elettorale dignitosa, per poi rimandarci a votare. C’è chi sogna anche altre riforme, magari in un’ottica di “disinnesco” dei 5 Stelle (quindi diminuzione del numero di parlamentari, e del loro costo, conflitto di interessi ecc…), ma la vedo dura.

Sul presidente della Repubblica neppure mi esercito: non è questione di qualità della persona, ma di sua affidabilità presso certi circoli. Temo non solo nazionali. Si vedano le ingerenze tedesche, ormai tali da far reagire anche Napolitano. Punto.

La legge elettorale, invece, è argomento sfizioso. Martedì gli addetti ai lavori, dopo l’esito del voto, ridevano tutti: e quelli più divertiti erano gli sconfitti, vista la patata bollente in mano a Bersani. Un altro che probabilmente è arrivato al capolinea, soprattutto dentro al suo partito.

In ogni caso: portare a casa il 55% dei deputati con il 29,5% dei voti non è più democrazia, siamo seri. Va bene la governabilità, ma quella un tempo la garantivano anche i militari, a modo loro. E oggi i banchieri. Se però questo Parlamento (che sarà speedy, vedrete) volesse lasciare un suo segno tangibile di utilità, ha un’unica carta: modificare la legge elettorale, a maggioranza ampia e senza troppe manfrine.
Ma ce la possiamo fare, con questi presupposti?
E non è che l’unica via d’uscita di fronte ad un Paese diviso, astioso, a tratti disperato si chiama proporzionale?

Si torna alle urne, una testa un voto, e poi si fa una bella, incontestabile maggioranza numerica. Una follia? Una retromarcia della Storia? Beh, ma guardate ora come siamo messi, e cosa rischiamo. A me pare che questo Parlamento spazi di durata (non mera e litigiosa sopravvivenza) per progettare il futuro davvero non ne abbia, comunque lo si giri. E naturalmente una legge “con bonus” maggioritario di qualsiasi tipo sarebbe oggetto di mille pesi, contrappesi, e veti incrociati.

Alla fine, il buon vecchio proporzionale, con tanto di preferenze per tornare a scegliere i propri rappresentanti guardandoli in faccia, e nel curriculum, potrebbe essere la via d’uscita per partorire un esecutivo incontestabile (proprio perché frutto di addizione numerica), chiamato a governare seriamente e responsabilmente per cinque anni, senza alchimie e con alleanze alla luce del sole.

Ma se a questo punto il Pd puntasse su Renzi, finalmente non solo Berlusconi, ma tutto un intero ceto politico usurato capirebbe che è giunto il momento della pensione, o si ripresenterebbero tutti quanti con inesauribile faccia tosta?

E I 5 Stelle continuerebbero a crescere, anche a fronte di partiti che rinnovassero davvero, e totalmente, i loro quadri, o in quel caso comincerebbe il loro ridimensionamento?

E. G.

Categorie:Politica

Bersani apre a Grillo: “‘O famo strano?”

27 febbraio 2013 20 commenti

'O famo strano!Sarà pure un discorso furbo, da politico di vecchia scuola, ma Bersani (con il supporto di Vendola) mi pare abbia giocato, dopo un silenzio prolungato, una carta spiazzante: meglio con Grillo che con Berlusconi“, mentre non si capisce quale potrà essere il rapporto con il malconcio drappello di Monti.

Dichiarando “Non abbiamo vinto anche se siamo i primi” Bersani guadagna un milione di punti agli occhi degli italiani stanchi della partitocrazia, diciamocelo. L’alternativa era ammettere la sconfitta, e dimettersi, aprendo la strada a Renzi, ma anche ad una nuova fase di instabilità.

E anche se rimane un esponente di rilievo di quella partitocrazia contestata da chi ha votato Grillo (e anche da chi è stato a casa), il segretario del Pd mostra di aver capito che il centro sinistra deve uscire dal recinto, se vuole fermare l’emorragia di consenso reale, al di là delle alchimie del porcellum. Ma è una strada percorribile, e a quali costi?

Il punto sarà prima di tutto capire come reagisce il Movimento 5 Stelle, e quali margini ci sono per un governo “strano”, in qualche modo sperimentale. E, naturalmente, cosa quel governo si propone di fare, concretamente. Senza l’ossessione della Germania (se aspiriamo a tornare ad essere un Paese sovrano), ma anche senza voli pindarici come l’uscita dall’euro, che temo significherebbe harakiri garantito.

Al di là insomma della boutade di Grillo su Dario Fo presidente della Repubblica (se non sono ottuagenari non li votiamo insomma: meno male che il premio Nobel ha ancora la lucidità necessaria per dire “no grazie”), è chiaro che siamo ad uno snodo.

Se Bersani “aprisse” a Berlusconi, dovrebbe mettere in conto il “curiale” Gianni Letta al posto di Napolitano, ma anche ragionare su non meglio precisati inciuci di altro tipo. E, soprattutto, il rischio, che evidentemente il centro sinistra percepisce chiaro, sarebbe dare al Paese reale l’ennesimo segnale del vecchio che avanza, della partitocrazia che si rinchiude nel Palazzo, per una strenua resistenza.
Per cui quella frase di Grillo, “arrendetevi e uscite con le mani alzate: ve lo chiede il popolo italiano” rischierebbe, tra pochi mesi, di essere ancora più profetica, e veritiera.

Mettiamola così: se Grillo ci casca, quella di Bersani è una mossa da scacco matto. E non lo dico sottintendendo che I 5 Stelle debbano per forza rifiutare: anche se tocca a loro a questo punto la scelta più delicata. Accettare “l’abbraccio mortale” del centro sinistra, ma ponendo condizioni precise e concrete, o scegliere la strada delle barricate e dell’opposizione dura e pura, rilanciando la patata bollente tra le mani del Pd? A quel punto, Bersani sarebbe costretto obtorto collo (ma la realpolitik è questo e altro) a riaprire il dialogo col Pdl, e a confrontarsi con scenari già noti, e già dimostratisi consunti.

Eh sì: Bersani (e Vendola) hanno fatto proprio una mossa spiazzante, che personalmente non mi sarei aspettato. E voi? e ora, cosa succederà? Sono solo schermaglie post elettorali, oppure….

E. G.

Ps: al prossimo giro, promesso, torniamo ad occuparci anche delle mille grane di Alessandria, promesso. Per oggi concediamoci ancora un piccolo “svago” nazionale….ah: naturalmente l’immagine geniale è di Molotov: ma che ve lo dico a fare? Ormai lo sapete!

Categorie:Politica

Aspettando il responso delle urne

25 febbraio 2013 9 commenti

Elezioni politicheForza, ancora qualche ora e poi noi malati di politica potremo scatenarci in analisi, interpretazioni, “io l’avevo detto”, e chi più ne sa più ne dica.

Solo, consiglierei alle 15 di oggi qualche ora di riflessione supplementare, per evitare di sparare sentenze che martedì mattina potrebbe già risultare già vecchie, o clamorosamente errate. Naturalmente però sarò tra i primi a non rispettare questa regola di prudenza, per la famosa questione del calzolaio che va con le scarpe rotte.

Che a fermare gli italiani possa essere il maltempo (che peraltro non è così generalizzato: roba del nord, guardate la cartina d’Italia sui siti meteo) io però non ci credo per niente: chi non andrà a votare, anziani a parte, sarà perché ritiene di non farlo per altre, rispettabilissime, ragioni.

Noi che, invece, alle urne ci siamo andati o ci stiamo andando, è perché comunque alla partecipazione ancora ci crediamo, e perché ogni volta (quindi pure ora) abbiamo l’impressione che il momento sia topico, il Paese in bilico, un impegno diretto quanto mai necessario. Poi, in genere, ci accorgiamo dopo pochi giorni che tutto è cambiato perché tutto potesse rimanere uguale. Sarà così anche stavolta?

E. G.

Categorie:Politica

Ma l’appello al voto dov’è?

23 febbraio 2013 7 commenti

ElettriceNon so se avete notato, ma ad oggi manca, rispetto allo scenario elettorale classico, un elemento. Ossia l’accorato appello al voto da parte delle più alte e sussiegose autorità dello Stato, e dei partiti in genere. Insomma, gli alfieri della partecipazione popolare e i loro media (compresi tutti coloro che contribuirono a trasformare le primarie del centro sinistra in un vero e proprio evento) ora tacciono, distratti. A completare il quadretto ci vorrebbe l’esortazione ad andare al mare (anzi, in montagna, data la stagione) di craxiana memoria. Ma quella in fondo portò sfiga, quindi nessuno la rispolvera.

Come mai dunque, secondo voi, a questo giro non si è cercato di responsabilizzare gli italiani? E la famosa “gente”, alla fine, nonostante la neve e il gelo in arrivo, a votare ci andrà o no?

Buone elezioni a tutti.

E. G.

Categorie:Politica

Vi piace questa democrazia?

21 febbraio 2013 11 commenti

Urna-elettorale8 candidati al prossimo Parlamento, e più o meno 25 elettori ad ascoltarli. Il dato, relativo ad un recente confronto pubblico organizzato dall’Api di Alessandria, mi ha colpito perchè certamente significativo dell’appeal che, anche grazie a questa legge elettorale, i prossimi potenziali senatori e deputati della Repubblica esercitano sull’elettorato, non solo imprenditoriale.

Del resto, e non per colpa loro, sono figure scelte dalle segreterie dei partiti, al più (nel caso del centro sinistra) estendendo il placet ad uno zoccolo duro di militanti. Gli elettori attribuiscono loro scarso potere, e scarsa autorevolezza. Non saranno neppure davvero scelti dal popolo: perché quindi perdere tempo ad ascoltare le loro analisi sempre uguali, le loro proposte convenzionali e scontate?

Viviamo in un Paese logoro, e voteremo con un sistema elettorale che gli addetti ai lavori definiscono “porcata”. E c’è una contraddizione evidente, palpabile in questi giorni: da un lato tanti comparti (penso agli enti locali e all’editoria: ma solo perché li frequento da vicino) sono immobili, e prima di dare il via ad una raffica di licenziamenti di massa aspettano di capire cosa succederà lunedì sera. Come se ancora potesse, dalle urne, uscire ” ‘o miracolo”, un percorso imaginifico (e probabilmente immaginario) che rappresenti un’inversione di tendenza rispetto allo scenario di “tagli” e ridimensionamenti anche dolorosi.

Dall’altro lato però, appunto, c’è la consapevolezza che a contare davvero sono soltanto alcune persone o entità (vale persino per l’opposizione popolare, che si incarna in una singola figura, Beppe Grillo), non certo un’idea di politica come dinamica collettiva e condivisa. Da qui il fatto che i parlamentari siano percepiti come dei “due di picche”, personaggi che, al più, il jolly lo hanno pescato a livello individuale, e beati loro.

Questa è una democrazia matura e compiuta secondo voi? Funziona così anche altrove, o l’Italia è un unicum (non troppo positivo)? Sono domande che vi giro, alla ricerca di confronto e risposte.

E. G.

Categorie:Politica

Palazzo Rosso: nuova giunta o tutti a casa? Intanto a Palazzo Ghilini….

20 febbraio 2013 2 commenti

Comune di AlessandriaAmpio rimpasto, e avanti tutta sulla via della riorganizzazione (licenziamenti inclusi) della macchina comunale, o il sindaco di Alessandria getterà la spugna nelle prossime settimane, naturalmente dopo le elezioni politiche?

La gran parte degli addetti ai lavori propende per la prima ipotesi: nuova squadra (dopo Puleio dovrebbero uscire Barberis e Bianchi, e secondo qualcuno anche la vicesindaco Trifoglio), e finalmente un piano industriale vero, per Palazzo Rosso e per le partecipate, che “affondi il coltello” quando è necessario farlo, per evitare un effetto trascinamento (e uno squilibrio strutturale del bilancio: 93 milioni entrano, e 93 devono uscire. Non 120 o 125).

Difficile ipotizzare i nuovi nomi in giunta, e forse anche un po’ sterile: giacché appunto, mai come in questo caso, poca conta chi, ma per fare cosa.
La questione però è: la maggioranza di centro sinistra, se privata dell’appoggio delle forze a sinistra del Pd (Sel e Federazione della Sinistra, che almeno nelle dichiarazioni dei giorni scorsi si sono dette contrarie ad ogni percorso che preveda licenziamenti), e soprattutto del sostegno dei sindacati, avrà la forza di reggere l’urto della ribellione “interna” al palazzo?

Cgil, Cisl e Uil in particolare, dopo aver sostenuto per mesi il sindaco Rossa a spada tratta (dalla campagna elettorale fino alla famosa e discussa fiaccolata autunnale), sono pronte ad un’opposizione “muscolare”, oppure svolgeranno il loro naturale ruolo di “controparte” in maniera morbida e puntando sul dialogo e sulla trattativa? Insomma: accetteranno le riduzioni di organico in Comune e nelle partecipate, e tratteranno sul come e sul quante, o sceglieranno il muro contro muro?
Senza dimenticare che la Triplice non sembra aver più propriamente l’esclusiva della rappresentanza, e che il sindacato di base (Usb) incalza da tempo, con iniziative e posizioni che vengono guardate con sempre maggior interesse da molti dipendenti del Comune di Alessandria e delle sue partecipate.

Palazzo GhiliniCi attendono giornate, e settimane, dure e spiazzanti. E, attenzione, forse non solo a Palazzo Rosso. L’altro giorno a molti non è sfuggito che Sel, sia pur con sobrietà e senza urlare, ha posto l’accento sulla situazione di Palazzo Ghilini, la cui condizione di “empasse” (veramente Sel dice declino) sarebbe determinata non solo da ragioni economiche esterne (il governo Monti, e i suoi tagli impietosi), ma da cause anche locali, che chiamano naturalmente in causa le dirette responsabililità del presidente Paolo Filippi, e della sua giunta. Prove generali di nuovi scontri anche sull’altro lato di piazza della Libertà?

E. G.

Categorie:Politica

Alessandria: l’emergenza continua, aspettando San Bersani?

18 febbraio 2013 14 commenti

San BersaniSettimana caldissima (anche se siamo in febbraio) quella che ci attende. Mancano pochi giorni al voto, e tra i partiti dell’arco costituzionale sale “l’angoscia” da Beppe Grillo. Che ha riempito le piazze ovunque (ma ad Alessandria mi aspettavo, onestamente, un’affluenza anche maggiore), e che sta facendo tremare i polsi e le poltrone di tanti.

Ma a casa nostra abbiamo preoccupazioni aggiuntive, e stringenti. Il cda di Atm (già scaduto peraltro a fine 2012) accelera le proprie dimissioni, Amiu è commissariata, Aspal chiude, anzi no ci sono i soldi per arrivare a metà marzo. E ancora: la Fondazione Tra, antesignana della crisi, sembrano già esserla scordata tutti, con i suoi 15 sfortunati dipendenti. Costruire Insieme continua a “danzare” tra legittimità e non, e non risulta che ci siano state al momento sul tema verifiche e pronunce ufficiali in grado di fugare ogni dubbio.
Infine, basta buttare un occhio al bilancio riequilibrato di Palazzo Rosso per accorgersi che le spese del personale, nel 2014, dovrebbero essere di quasi 4 milioni inferiori rispetto a quest’anno (-15%): tutti prepensionamenti? Improbabile direi.

Insomma, dire che la giunta Rossa naviga a vista non è fare allarmismo, ma constatare che piove, quando fuori piove, appunto. I sindacati confederali (che hanno contribuito a tenere compatte le truppe a maggio, e a far vincere le elezioni al centro sinistra) ora sono sul piede di guerra, mentre un paio di assessori (Puleio e Barberis) sono dati in possibile uscita, e per Bianchi si prospetterebbe la presidenza Amag (con Borsi che tornerebbe a gestirsi la rogna Atm).

Cosa farà il sindaco? Avanti tutta sulla strada della riorganizzazione rigorosa (ma allora servono piani industriali veri, di cui non c’è traccia), ossia comprensiva di licenziamenti di massa?
E, in quel caso, Sel e Federazione della Sinistra toglieranno ogni appoggio alla maggioranza?

L’impressione è che (anche di fronte al rischio di essere, lunedì prossimo, il capoluogo di provincia più grillino d’Italia: attenzione, accadde già con Craxi, e con Bossi), Pd e alleati vogliano prendere ancora tempo. Sperando che poi un governo Monti Bersani o Bersani Monti, magari sorretto anche da una parte del Pdl, possa fare il miracolo, e porre la salvezza assistenziale di Alessandria fra le proprie priorità assolute. Ma ci vuol poco a capire che, chiunque prenderà in mano il Paese a fine febbraio, avrà di fronte emergenze “di sistema” assai più rilevanti.

Alessandria, insomma, dovrà fare da sola. Se questo centro sinistra sia in grado di progettare e gestire un simile percorso, lo scopriremo presto. Ma, appunto, comunque dopo le urne.

E. G.  

Categorie:Politica
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